Boyhood

Boyhood

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Con Boyhood il cinema di Richard Linklater tocca uno dei suoi vertici artistici. Un coming-of-age tenero e illuminante, la visione più esaltante della Berlinale 2014, finalmente anche nelle sale italiane.

Stordito e confuso

Undici anni di vita del giovane Mason, dalle elementari ad Austin fino al college. Con lui, la vita quotidiana della sua sorella maggiore, dei loro genitori divorziati, e di amici e conoscenti. Sullo sfondo il Texas, terra di infinite contraddizioni. [sinossi]

È come se si fosse di nuovo nel 1991: nel gennaio di quell’anno fu presentato al Sundance Film Festival Slacker, rivoluzionario punto di svolta nella produzione “indie” statunitense scambiato per anni – e c’è chi ancora cade miseramente nell’errore – per l’esordio alla regia del texano Richard Linklater, dimenticando così il brillante film in Super-8 It’s Impossible to Learn to Plow by Reading Books, di tre anni precedente. Slacker, che avrebbe lanciato il nome di Linklater nell’empireo dei giovani cineasti statunitensi dei primi anni Novanta, si articolava raccontando una giornata di quasi cento personaggi di Austin, alle prese con discussioni filosofiche, banalità da cioccolatini, concerti e bevute collettive.
2014, sessantaquattresima edizione della Berlinale: dopo essere stato proiettato a sua volta al Sundance, approda sulle sponde della Sprea Boyhood, diciassettesimo lungometraggio di Linklater pronto a dire la sua nella corsa alla conquista dell’Orso d’Oro. Un riconoscimento che, vista anche la scarsa concorrenza (se si escludono Stations of the Cross di Dietrich Brüggemann e Aimer, boire et chanter di Alain Resnais il resto della selezione difficilmente potrà dire la sua per la vittoria finale, sempre in attesa di The Little House di Yoji Yamada), potrebbe suggellare una volta per tutte il rapporto tra Linklater e la kermesse germanica.

Fin dalle prime sequenze è possibile percepire con nettezza come Boyhood rappresenti la summa esplicita del cinema di Linklater, che si avviluppa su se stesso senza mai lasciarsi stritolare dalle spire della memoria nostalgica e dell’autocitazione. Il cielo su cui si apre il film, con il piccolo Mason ad ammirarlo sdraiato sul prato è lo stesso nel quale si libra, libero e lucidamente sognante, il Wiley Wiggins di Waking Life, ed è il medesimo cielo (quello sopra Austin, ça va sans dire) che sempre Wiggins guarda in Dazed and Confused; la crisi familiare che allontana i genitori di Mason e Samantha potrebbe rappresentare un capitolo spurio della trilogia dei “Before”; l’automobile dell’immaturo padre dei bambini è la stessa che guidava l’altrettanto immaturo Matthew McConaughey in Dazed and Confused, e come nel finale del film del 1993 anche in Boyhood la musica aumenta di volume mentre la vettura si arrampica su una strada in salita. Si potrebbe davvero continuare all’infinito, perché Boyhood sarebbe un film impensabile senza la vita cinematografica di Linklater che vi alberga dentro e che lo fa respirare: i dodici anni durante i quali si sono sviluppate le riprese di Boyhood hanno dato con ogni probabilità il tempo al regista statunitense di passare in rassegna il proprio universo, accarezzandolo e giudicandolo, per poi rileggerlo senza la zavorra della semplice strizzatina d’occhio al pubblico affezionato.
Perché quelli elencati dianzi sono solo, in fin dei conti, dei dettagli, e non riescono a rendere con esattezza a occhi vergini il vero nodo cruciale di Boyhood, la sua maestosa grandezza, la potenza espressiva ed emotiva che deflagra sullo schermo annichilendo lo sguardo e strozzando il respiro. Per quanto spesso questo aggettivo sia stato utilizzato nei suoi confronti con l’intento di denigrarlo, Richard Linklater è un regista “sentimentale”, nel senso psicologico del termine: le sue opere non sono sconquassate da demoni ossessivi, paranoie alle quali non si trova una via d’uscita (illuminante in tal senso il modo in cui viene tratteggiato il personaggio di Jack Black in Bernie, per fare un esempio), ma non si limitano neanche ad accontentarsi di semplici emozioni epidermiche. Per questo la storia d’amore di un giorno – anche meno – vissuta da Jesse e Celine in Before Sunrise non può esaurirsi in una notte passata tra il Prater e il Rathaus, e deve perpetuarsi ciclicamente ogni nove anni. Per questo, ugualmente, Boyhood non può esistere all’interno di una dinamica produttiva classica, in cui il volto e il corpo del protagonista verrebbe assegnato con ogni probabilità a tre attori diversi.
Boyhood è ben altro, è un passo laterale rispetto all’industria, lo stesso compiuto da Linklater quando ha abbandonato Hollywood per dare vita a studi cinematografici ad Austin: girato nel corso di dodici anni, pochi minuti ogni anno e sempre (ovviamente) in ordine cronologico, Boyhood è un film che vive sul ritmo di un lavoro che non prevede, per la sua stessa natura, la correzione in corso d’opera.

Il cinema non come imitazione della vita ma come sua sublimazione, da sempre tratto distintivo dell’opera di Linklater, tocca con Boyhood vertici di senso difficilmente superabili in futuro. Non solo Mason e Samantha (interpretati da Ellar Coltrane e Lorelai Linklater, figlia del regista) crescono letteralmente sul set, in una confusione tra realtà e finzione che non si fa mai pretestuosa, ma la stessa terra che li circonda si rimodella, adattandosi ad anni di rivoluzioni immobili, catastrofi annunciate e crisi politiche, economiche, etiche e morali. In maniera inevitabile, Boyhood è una riflessione sullo spazio-tempo, sulla decadenza dell’immaginario e l’evoluzione dell’immagine, sull’incedere preoccupante di venti reazionari.
Il Texas da sempre filmato con amore indefesso ma profondamente critico da Linklater diventa in Boyhood uno dei personaggi ricorrenti del film, e non solo quando il regista con sulfurea ironia decide di mettere alla berlina alcune abitudini della popolazione (dai parenti della nuova compagna del padre Mason riceve in regalo per i suoi quindici anni una Bibbia con il nome del proprietario incisa sulla copertina e un fucile; la passione democratica di Ethan Hawke e dei suoi due figli si scontra con una realtà assai più spostata verso destra); per una famiglia costretta dagli eventi a cambiare abitazione con una frequenza non indifferente, Austin (e Houston) rappresenta la vera e propria casa, la culla in cui dormire sempre protetti. A fronte di una pletora di registi “indie” a stelle e strisce che vedono nella cosiddetta famiglia disfunzionale la gallina dalle uova d’oro per scardinare i cuori di critica e pubblico, Richard Linklater in Boyhood mette in scena una famiglia destinata ad affrontare un mare montante di problemi (i due compagni della madre dopo il divorzio sono personaggi a dir poco discutibili, alcolizzati e violenti) senza ricorrere mai a scene madri, senza doversi abbassare al ricatto del climax, ma lasciando che sia la vita a dettare ritmi, tempi e umori.
Girato in pellicola, Boyhood è la dimostrazione più sincera, profonda e devastante del cinema come godardiana verità a ventiquattro fotogrammi al secondo: per questo, probabilmente, il tempo viene gestito al montaggio senza ricorrere alla cesura classica delle dissolvenze in nero. Le ellissi temporali, come puntualizzava un ammirato James Benning nel bel documentario di Gabe Klinger Double Play: James Benning and Richard Linklater, vengono messe in scena con una naturalezza spiazzante, ricorrendo a una porta a spinta che si richiude, a un dettaglio o perfino a un ipotetico controcampo diventato oramai “impossibile”.
In un racconto di luoghi e persone, il tempo acquista un valore di particolare importanza, e Boyhood, venuto alla luce in un’epoca di continui progressi tecnologici, diventa anche resoconto dei mutamenti di abitudini e possibilità della popolazione.

Ma, essendo Linklater un regista sentimentale, il vero punto di non ritorno di Boyhood è rappresentato dagli affetti: anche in questo caso, a dispetto di una prassi cinematografica che preferisce puntare sull’apice emotivo, Linklater lavora non di sottrazione, ma di verità. La naturale empatia che si crea tra gli spettatori e i personaggi che prendono vita e corpo sullo schermo è dovuta all’assoluta sincerità del regista nel tratteggiare i sentimenti che li animano, e che li portano a scelte spesso dolorose, giuste o sbagliate che siano. Dopotutto Linklater ha sempre dimostrato di amare fino in fondo anche il più reietto dei suoi personaggi, e non si smentisce neanche in questa occasione: Boyhood è infatti un saggio sulle relazioni interpersonali, sulle loro più ramificate sfaccettature, sui legacci spesso logori che le tengono avvinte. Ed è ovviamente una riflessione sull’infanzia, sul dolore della crescita, sulla saccente incomprensione degli adolescenti nei confronti del panorama che li circonda. Mason e Samantha – con il passare degli anni la macchina da presa di Linklater si sofferma con sempre maggiore insistenza sul personaggio del ragazzo, come d’altronde sottolinea il titolo – guardano il mondo, e la disgregazione del matrimonio dei genitori con occhi ogni volta sempre diversi, fino alla comprensione finale, atto indispensabile per il passaggio definitivo alla vita adulta.
In un film spesso incentrato sulla parola – i dialoghi sono gestiti con magistrale profondità da Linklater – sono i silenzi a sparigliare una volta per tutte le carte: lo sguardo impietrito del piccolo Mason sfiorato dalle schegge di vetro del bicchiere scagliato sul tavolo dal patrigno, quello lanciato alla madre mentre si intrattiene con il suo futuro marito, e soprattutto il gioco di sottecchi finale con la ragazza appena conosciuta al campus. Un mondo racchiuso in timidi dettagli, ultima dimostrazione della grandezza infinita di Boyhood, punto di arrivo (e forse svolta) della carriera di Richard Linklater, unico regista d’oltreoceano dallo sguardo “francese” – i riallacci ideali con la saga truffautiana di Antoine Doinel ovviamente si sprecano, quasi quanto l’aria à la Rohmer che si respira a pieni polmoni nella trilogia composta da Before Sunrise, Before Sunset e Before Midnight – ma allo stesso tempo orgogliosamente statunitense.
In una vita (e in un cinema) che si può solo improvvisare, come teneramente confessa il padre a un Mason oramai pronto a spiccare il volo verso la propria personale avventura, la lucidità di sguardo di Linklater e la sua infinita dolcezza e ironia rimangono rifugi sicuri da ogni intemperia. Perché l’unico difetto ascrivibile a Boyhood è che, come ogni cosa, finisce.

Info
Boyhood, la scheda sul sito della Berlinale.
La scheda IMDB di Boyhood.
Intervista a Richard Linklater su Boyhood.
Giulia D’Agnolo Vallan su Boyhood.
Il trailer italiano di Boyhood.
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