Due giorni, una notte

Due giorni, una notte

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Come al solito seri pretendenti alla Palma d’Oro, Jean-Pierre e Luc Dardenne hanno portato sulla Croisette Due giorni, una notte, film altamente politico capace di cogliere i crudeli paradossi del mondo del lavoro post-fordista. Spunto straordinario, sviluppato forse in modo troppo rigido e schematico.

Working Class Hero

Sandra ha solo due giorni e una notte per convincere i suoi colleghi di lavoro a rinunciare ai loro mille euro di bonus e salvare così il posto di lavoro di lei. [sinossi]

A leggere la sinossi del nuovo film dei Dardenne, Due giorni, una notte – in concorso a Cannes 2014 – c’era davvero di che sperare. Centrato sul tema dominante del mondo del lavoro contemporaneo – la disgregazione dei lavoratori e il loro essere costretti a ritrovarsi l’uno contro l’altro – Due giorni, una notte racconta infatti il tentativo disperato e umiliante di una giovane donna impiegata in una azienda che, per salvare il suo posto di lavoro, deve convincere i colleghi a rinunciare a mille euro di bonus a testa. Partendo da un assunto di impressionante attualità – il ricatto da parte dei datori di lavoro che fanno sì che li si debba supplicare per avere un impiego – i Dardenne ci raccontano questa via crucis moderna con Marion Cotillard nei panni di una Madonna flagellata e abbandonata da qualsiasi tipo di istituzione, cogliendo con ciò nel segno rispetto alla mostruosità di quello che (ci) è accaduto negli ultimi trent’anni: la solidarietà tra lavoratori è stata abilmente sostituita – tramite un raffinatissimo colpo di mano del neo-capitale – dalla rivalità tra gli stessi, in cui la salvezza dell’uno rappresenta la rovina dell’altro.

Quel che lascia però un po’ con l’amaro in bocca, dopo aver visto Due giorni, una notte, è che i Dardenne – forse sin troppo consapevoli della forza metaforica e paradigmatica del loro assunto di partenza – hanno deciso di costruire il film secondo una linearità assoluta e semplicissima, se non addirittura semplicistica. Non accade infatti nulla di più e nulla di meno di quanto già detto: la Cotillard va di casa in casa per supplicare i suoi colleghi, ora con tantissimi dubbi, ora con qualche improvvisa fiducia. E tutto, in fin dei conti, procede in maniera abbastanza prevedibile fino al finale. Non vi sono in tal senso particolari spunti che diano corpo al racconto, così come mancano sostanzialmente dei personaggi alla storia (tutti sono evidentemente dei vettori, utili ad opporsi o ad appoggiare la protagonista): l’unica che spicchi è proprio Marion Cotillard, non solo per il suo personaggio, quanto soprattutto per l’intensità che riesce a trasmettere, passando dalla forte fragilità alla disperazione attonita, all’orgoglio umiliato.

Dispiace dunque che, di fronte a tutto questo, finisca per mancare qualcosa a Due giorni, una notte in cui, addirittura, forse le uniche sorprese che arrivano nel racconto, sono negative: quando provano ad esempio a forzare il tasto del romanzesco (la collega della Cotillard che lascia il marito per salvare il posto di lavoro dell’amica), i Dardenne falliscono inevitabilmente il colpo. Vien da pensare allora che i due cineasti belgi – nonostante la notevole eccezione di Il ragazzo con la bicicletta – debbano ancora trovare il modo per superare (e magari rielaborare) i picchi della loro filmografia – vale a dire Rosetta e La promessa e che stavolta si siano salvati dal manierismo proprio grazie alla forza della storia.

INFO
Il trailer originale di Due giorni, una notte.
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