Foxcatcher – Una storia americana

Foxcatcher – Una storia americana

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Bennett Miller riprogramma i codici dello sport movie con Foxcatcher, un film potente, personalissimo e deflagrante, in concorso a Cannes 2014.

Questioni di equilibrio

La storia del lottatore Mark Schultz e di come il suo mecenate e allenatore, lo schizofrenico paranoico John duPont, uccise suo fratello, il campione olimpico di Westling Dave Schultz. [sinossi]

Non sono pochi i grandi autori che nel corso della loro carriera si sono cimentati con il genere, talvolta poco considerato, dello sport movie. Pensiamo ad esempio John Huston con Fuga per la vittoria, a Robert Aldrich con Quella sporca ultima meta, e anche a William Friedkin con Basta vincere. Ma ora possiamo ben affermare che questo genere vagamente desueto e un bel po’ bistrattato, in quanto sovente relegato a una produzione di natura prettamente commerciale, ha un suo nuovo cantore e acuto rinnovatore. Parliamo di quel Bennett Miller che con il suo secondo film, L’arte di vincere – Moneyball, aveva raccontato i retroscena del mondo del baseball conquistando ben cinque nomination agli Oscar e ora approda in concorso a Cannes con Foxcatcher.

Sarà probabilmente grazie all’eccezionale successo della precedente pellicola che questa volta Miller non si è posto alcun freno inibitorio, concedendo ben poco a quello che secondo accurati studi dovrebbe essere il gusto del grande pubblico, per realizzare un film sportivo d’autore rigorosissimo ed estremamente cupo.
La storia è quella, realmente accaduta, di Mark (Channing Tatum) e Dave Shultz (Mark Ruffalo) due fratelli lottatori entrambi medaglia olimpica. Il più giovane dei due, Mark, sembra aver avuto un bel colpo di fortuna quando l’eccentrico miliardario John du Pont (un irriconoscibile Steve Carell) lo prende sotto la sua ala protettiva e inizia a farlo allenare, presso la sua augusta magione, per le Olimpiadi di Seoul del 1988. Ma l’ego di du Pont sovrasta ogni cosa, anche il talento del proprio pupillo, e dunque all’allenamento fisico del ragazzo, il riccone aggiunge ben presto un indottrinamento volto al culto della propria persona. Quando poi chiederà a Mark di portare all’interno della sua scuderia anche il fratello Dave, si scateneranno una serie di dinamiche di potere e sopraffazione dagli esiti esiziali.
Lontano dall’essere, come è usuale in film che hanno per argomento lo sport, un’esaltazione del sogno americano, Foxcatcher è invece l’esatto opposto: una dissacrazione totale e definitiva dell’individualismo trionfante del self made man, realizzata, con la pazienza di un aracnide attraverso una fitta tela di dinamiche ed equilibri psicologici – oltre che fisici – che puntano a rimettere in forma, come fosse un muscolo qualsiasi, il cervello dello spettatore.
Lo script millimetrico firmato da E. Max Frye e Dan Futterman infatti procede senza sosta, tra le maglie di una pellicola stilisticamente rarefatta, fatta di dialoghi serrati e, soprattutto, governata dagli ambigui e deliranti monologhi frontali di un condottiero preda del proprio delirio di onnipotenza, oltre che fautore di un patriottismo destrorso che ripone la sua forza in una simbologia che comprende bandiere nazionali e aquile onnipresenti, ma anche il conio di slogan inneggianti a virtù come di “eccellenza, intensità e dominio” e all’auto-investitura di una curiosa triade di epiteti autoreferenziali: “Ornitologo, filatelico, filantropo”.

Instancabile e nervosa, la macchina da presa di Miller ondeggia sui volti come sui corpi (splendidamente coreografate tutte le sequenze degli allenamenti così come dei match), resi quasi caravaggeschi da una fotografia (opera di Greig Fraser) sorprendentemente cupa. Questo dinamismo perenne e talvolta quasi impercettibile dell’immagine riecheggia perfettamente il rapporto, sempre più teso e complesso, dei due fratelli con il sempre più delirante du Pont, ed è speculare alle dinamiche che sottendono lo sport qui in oggetto. Perché in Foxcatcher, ad ogni livello e così come avviene nella lotta, tutto ruota intorno alle dinamiche di equilibrio e controllo. E da questo punto di vista forse l’interprete più convincente è proprio il controllatissimo Mark Ruffalo, mentre Steve Carell appare a tratti eccessivamente appesantito dagli strati di make up e da una immedesimazione nel ruolo – l’attore rimodula completamente sia la propria voce che le movenze – da actor studio vecchio stampo, che non vi è dubbio alcuno, però, possa ottenere il favore della giuria festivaliera cannense.

Mirabile è poi in Foxcatcher l’utilizzo delle musiche (ma anche l’orchestrazione del suono tout court), la cui esplosione, a lungo ritardata, lascia ampio spazio, specie nella prima parte del film, ad un silenzio oltremodo assordante, utile a replicare, quasi in una virtuale soggettiva-audio, la tensione emotiva e muscolare dei personaggi, concentrati sulle proprie azioni e pertanto immersi in un ambiente sonoro ovattato, dove le composizioni del premio Oscar (per Vita di P.) Mychael Danna sono in agguato, pronte a deflagrare.
Tra tensione e rilassamento, azione e reazione, dominio e sottomissione, Bennett Miller costruisce una tragedia implacabile e dai sottotesti ancestrali. Approfondendo tematiche classiche come la relazione padre/figlio, maestro/discepolo, inserendo con acume al proprio interno un classico del folk statunitense come “This land is my land” e riportando alla luce un patriottismo ancestrale e brutale, Foxcatcher arriva a configurarsi coma una sorta di neo-western da camera o, meglio, da palestra, e a spostare più in là i confini dello sport movie configurandosi come un affresco composito in grado di riflettere sullo stato, di perenne instabilità, di un’intera Nazione.

Info
La scheda di Foxcatcher sul sito ufficiale del Festival di Cannes.
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