Sils Maria

Sils Maria

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Olivier Assayas in Sils Maria racconta la crisi di un’attrice di mezza età costretta a tornare a ragionare sulla pièce con cui esordì da adolescente. In concorso a Cannes 2014.

Maloja Snake

Maria Enders è un’attrice di grande successo, supportata da una fedele assistente di nome Valentine. Quando una giovane attrice verrà scelta per interpretare in il ruolo che ha reso a suo tempo la Enders famosa, il suo mondo comincerà a precipitare. Minacciata dal suo stesso passato, si ritirerà nella località svizzera di Sils Maria insieme alla sua assistente. [sinossi]

Il Passo del Maloja è un valico svizzero che mette in comunicazione la Valchiavenna con l’Engadina, nel cuore dei Grigioni. Sulla Maloja (o Maloggia, nella versione italiana e lombarda), si può assistere a un particolare fenomeno atmosferico: le nubi si incuneano tra i picchi alpini, muovendosi con una sinuosità così sinistra da essere chiamate “il serpente della Maloja”. Parte da qui, e sempre qui vorrebbe approdare da un punto di vista metaforico, Sils Maria, il nuovo parto creativo di Olivier Assayas accolto nel concorso ufficiale della sessantasettesima edizione del Festival di Cannes. Il condizionale è d’obbligo, perché il regista francese smarrisce ben presto la strada, in questo muovendosi in perfetta armonia con i personaggi che mette in scena, sperduti di fronte all’incertezza del divenire esattamente come lo sono tra le montagne di St. Moritz.
Risulta davvero arduo riuscire a trovare una motivazione forte alle spalle di Sils Maria: il racconto della diva in crisi perché l’autore con cui aveva esordito è morto e la pièce che deve riportare in scena a distanza di trent’anni la vede impegnata nel ruolo antagonista a quello che interpretò appena adolescente procede seguendo semplici meccaniche della narrazione, accumulando situazione su situazione in una reiterazione pressoché infinita del medesimo schema. Non giova al film l’annullamento del mondo esterno a favore di uno sguardo focalizzato interamente sul Maria Enders e la sua fedele assistente Valentine, che la segue in mezzo alle montagne, nel rifugio in cui la donna spera di trovare l’ispirazione necessaria a superare tutti i suoi dubbi e i suoi traumi inespressi.

Il problema principale di Sils Maria non risiede nella messa in scena, che Assayas tratta con la grazia che gli è consueta, pur senza toccare mai i vertici di lirismo a cui il suo pubblico si è abituato, e neanche nell’interpretazione delle protagoniste (brava Juliette Binoche, sorprendentemente naturale Kristen Stewart e apprezzabile anche Chloë Grace Moretz, impegnata in una breve ma incisiva apparizione), ma nell’idea stessa alla base del film. Sils Maria dovrebbe raccontare la perdita di identità di un’attrice che vede il suo mondo sgretolarsi senza che esista una cura di qualsivoglia tipo all’erosione del tempo, ma in realtà si limita a crogiolarsi in un gioco sterile sul senso della recitazione, sui legami tra arte e vita, sulla sovrapposizione tra la realtà del mondo esterno e la finzione della scena. Tutti elementi che sono stati sviscerati in alcuni dei punti di riferimento ovvi con i quali il regista transalpino ha dovuto confrontarsi, in particolar modo All About Eve di Joseph L. Mankiewicz, Opening Night di John Cassavetes e Die bitteren Tränen der Petra von Kant di Rainer Werner Fassbinder.
Nel confronto, improbo per chiunque, con tre capisaldi della storia del cinema, Sils Maria svanisce come le nubi che si addensano solo occasionalmente sulla Maloja: tutto rimane inesorabilmente in superficie, privo di alcuna problematicità che esuli dalla semplicità di un trauma continuamente esposto, ma mai davvero esplorato nel corso della sceneggiatura.
Anche il gioco sulla scena come elemento ineludibile dell’esistenza dell’attrice (la baita montana nella quale si segrega volutamente per studiare a fondo la parte è anch’essa un set permanente, in cui Maria Enders non può che ripetere ossessivamente il proprio ruolo) perde qualsiasi interesse, così come appare sfocato il rapporto con Valentine, che dovrebbe ricalcare quello presente nella pièce. Colto da un desiderio di affabulazione non supportato da una riflessione concreta, forte e sincera sulla vacuità del mondo dello spettacolo – e in questo senso, rimanendo ai film in concorso per la conquista della Palma d’Oro, il confronto con il sublime David Cronenberg di Maps to the Stars appare davvero impietoso – Olivier Assayas finisce per rimanere vittima dello stesso ingranaggio che vorrebbe mettere alla berlina in maniera sardonica. Le accuse che la Enders muove ai blockbuster hollywoodiani, nei quali si sta facendo strada la giovane starlette Jo-Ann Ellis, non sono affatto dissimili a quelle che potrebbero investire Sils Maria, opera di puro concetto a cui manca l’apparato teorico ma allo stesso tempo anche melodramma privo di intensità e di emozione. Mai, finora, il cinema di Assayas era parso così sterile e vuoto di significato. Sperduto tra le nubi.

Info
Sils Maria sul sito di Kristen Stewart.
Il trailer di Sils Maria.
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