Jersey Boys

Jersey Boys

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Con Jersey Boys Clint Eastwood firma un biopic classico e sperimentale, compassato e ironico dedicato alla storica band americana dei Four Season.

Mafiosi o famosi

Tra dissapori lavorativi e litigi familiari, debiti di gioco e qualche episodio delinquenziale, nel New Jersey degli anni ’60 prende il via l’inarrestabile ascesa dei Four Seasons, la cui musica è diventata il simbolo di un’intera generazione. [sinossi]

Fa sempre un certo effetto per un cinefilo vedere sul grande schermo la gloriosa effige della Malpaso, marchio dalla storia gloriosa e fiero vessillo dell’indipendenza creativa e produttiva (seppur nell’alveo della Major Warner Bros.) di un regista-attore come Clint Eastwood davvero difficile da incasellare. Un tempo a Hollywood lo si sarebbe definito un mestierante, ma secondo la politique des auteurs francese sarà sempre un “Autore” con la maiuscola, nonostante, a scorrere rapidamente la sua filmografia, appare evidente quanto Eastwood rifugga di questo epiteto tanto l’endogeno egocentrismo quanto la coerenza stilistica, e ancor più quella tematica.

Eppure c’è da scommettere che qualcuno non riuscirà a nascondere il proprio stupore nello scoprire che il regista di Mystic River, Million Dollar Baby e Gran Torino è tornato dietro la macchina da presa per dirigere Jersey Boys, insolito biopic dedicato alla band dei Four Season, distribuito nelle sale in una tiepida stagione estiva foriera al momento, dopo le prime uscite cannensi, di poche sorprese. Ma in fondo, non bisogna dimenticare che non si tratta certo del primo film a sfondo musicale per Eastwood che, compositore e pianista a sua volta, ha già affrontato il country nello straziante Honkytonk Man (1982), il jazz in Bird (1988), biopic su Charlie Parker e il blues nell’ottimo Piano Blues (2003, documentario facente parte della serie The Blues).

Tratto dall’omonimo musical di Broadway del 2005, Jersey Boys racconta la storia di quattro ragazzi italo-americani del New Jersey, Frankie Valli (John Lloyd Young), Bob Gaudio (Erich Bergen), Nick Massi (Michael Lomenda) e Tommy DeVito (Vincent Piazza) che, dopo un breve apprendistato sotto l’egida del boss mafioso Gyp De Carlo (Christopher Walken), riescono nel corso degli anni ’50 e ’60 a dare libero sfogo al loro talento musicale fondando la band dei Four Season e sfornando hit come “Sherry”, “Big Girls Don’t Cry” e “Walk Like a Man”.

È dunque una storia di riscatto quella narrata da Jersey Boys, ora giocata sui classici dissidi da primedonne interni al gruppo, ora su conflitti che riguardano il versante familiare dei protagonisti, ora sulla difficoltà, dettata dal milieu, di tenersi lontano dai guai, in un universo sociale dove le alternative erano diventare “soldati, mafiosi o famosi”.
Nel descrivere questo ambiente, Eastwood si tiene alla larga da ogni tentazione romanzesca e, senza ricorrere né a scene madri né tantomeno a flashback che vadano a ricercare in chissà quale trauma infantile le ragioni di tensioni presenti, predilige una narrazione piana, quasi documentaria, tutta puntata a immergerci nell’universo sociale e lavorativo dei personaggi.
Poche sono dunque le concessioni fatte ai topoi usuali del biopic e il fatto poi che l’ambiente italoamericano sia stato già così tante volte rappresentato sul grande schermo consente all’autore di tratteggiare il tutto con ampie pennellate, rifuggendo con grazia ogni manierismo. Eastwood, occhieggia a Quei bravi ragazzi di Scorsese ma anche a Bronx di De Niro inserendoci in una realtà cinematograficamente arcinota, che gli consente, come è nel suo stile, di non perdere tempo in descrittivismi di sorta e dedicarsi a pedinare i suoi quattro eroi canterini per riportare alla luce le origini e le dinamiche del loro successo.
Si susseguono così piccole sconfitte e trionfi, cameratismo e malcelate invidie, incontri con groupie petulanti e litigi con mogli urlanti, mentre sullo sfondo i boss mafiosi sono ancora in grado di commuoversi di fronte a una canzone dedicata alla mamma e l’industria musicale è lanciata all’inseguimento dei gusti di una gioventù in perpetuo mutamento.

Non c’è dunque un nucleo pulsante in Jersey Boys, né un protagonista a mangiarsi la scena, ogni evento si affastella con fare scanzonato, tutto è pop e insieme colto e raffinato, mentre ogni cliché viene superato con destrezza o smitizzato da dialoghi sagaci, a tratti esilaranti. Ci si scopre però a tratti disorientati in tutta questa sequenza di eventi non catalizzanti e a poco vale l’intermittente narrazione in prima persona dei quattro protagonisti, che si rivolgono spavaldi direttamente allo spettatore per riportare ciascuno la propria versione dei fatti. Questa polifonia ereditata dal musical da cui il film discende, finisce infatti presto per assumere un ruolo accesorio, e rischia di distanziare eccessivamente lo spettatore dai personaggi in scena.
Anche la fotografia di Tom Stern, usuale collaboratore di Eastwood, così algida e brillante, sembra a tratti spingere il film, con la sua programmatica coerenza, verso una sostanziale freddezza. L’iperrealistico lucore delle superfici nelle vedute notturne – dalle vetture cromate agli abiti dai colori sgargianti – i colori pastello delle immagini diurne perpetuamente immerse in una luce lattea e abbagliante, provocano infatti un effetto straniante e regalano alla pellicola il look d’antan di un film colorizzato. Il flusso degli eventi poi, sembra subire una brusca interruzione quando, a oltre tre quarti di film, fa la sua comparsa la didascalia “due anni prima”, utile a marcare un evento importante ma non poi così clamoroso, più dunque una trovata che mira a razionalizzare quella che fino a quel momento era apparsa volutamente come una interessante “struttura” narrativa priva di eventi cardine. Anche il dramma domestico, quello vero (non i soliti litigi con la moglie, che pure ci sono), relativo al difficile rapporto di Frankie Valli con una delle figlie, riesce sì a colpire al cuore, ma arriva decisamente troppo tardi, mentre lascia un po’ interdetti una lunga resa dei conti a casa del boss quasi tutta giocata sul totale e portatrice di una valenza teatrale che attutisce ogni animosità (anche per via della eccessiva durata della scena).

Ma Eastwood prosegue per la sua strada, non è certo interessato a scodellarci un film perfetto e inappuntabile, il suo sguardo è lucido eppure privo dei birignao di un modello di racconto cinematografico a cui lo spettatore odierno è forse più aduso. Con Jersey Boys Eastwood ha firmato esattamente il film che voleva fare, un accorato omaggio a un frammento di storia della musica americana personalizzato da sorprendenti colpi di coda ironici e auto-ironici.

Basti pensare alle spassose autocitazioni inserite nella pellicola, così come alla presenza in scena di Christopher Walken, che proprio sulle note di Can’t Take my Eyes Off you, brano portato al successo da Frankie Valli solista, ha dato vita a una delle scene più iconiche e potenti della storia del cinema, in Il cacciatore di Michael Cimino.
C’è dunque soprattutto molto amore per il cinema, la musica e un frammento di Storia del proprio paese in questo nuovo film del vecchio Clint, un eterno sperimentatore la cui sete di ricerca sul mezzo cinematografico non è mai doma, perché in fondo lui è l’ultimo dei classici, il primo del moderni.

INFO
Il sito ufficiale di Jersey Boys.
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