Intervista a Lorenzo Bianchini

Intervista a Lorenzo Bianchini

A ridosso della proiezione di Oltre il guado all’interno del Fantafestival, prevista per il 18 luglio, abbiamo incontrato Lorenzo Bianchini per parlare dei suoi film, del cinema horror, di Friuli e di molto altro…

Tra pochi giorni, all’interno del programma del Fantafestival di Roma, sarà presentato al pubblico capitolino Oltre il guado (noto anche con il titolo internazionale Across the River), nuovo parto creativo di Lorenzo Bianchini, tra le voci più originali e intelligenti del cinema horror italiano degli ultimi quindici anni. Per l’occasione abbiamo raggiunto telefonicamente Bianchini a Udine, dove vive, per parlare del film, della sua opera, del cinema friulano, dell’horror, dell’indipendenza, del sistema-cinema in Italia e di molto altro. Buona lettura.

Partirei proprio dall’occasione che ha dato il la all’intervista, vale a dire la presentazione al Fantafestival di Roma di Oltre il guado, il tuo ultimo lungometraggio. Da quando ha iniziato a circolare nel circuito festivaliero, il film ha fatto ampiamente parlare di sé, tanto in Italia quanto all’estero, ottenendo anche prestigiosi riconoscimenti. Era ciò che ti aspettavi?

Lorenzo Bianchini: Bè, quando uno inizia a lavorare a un film si aspetta sempre (e spera) che si arrivi al massimo per quanto concerne la divulgazione dell’opera e la sua visibilità. Però hai anche la consapevolezza che quando giri senza grosse produzioni alle spalle o senza distribuzioni interessate il film rischia di rimanere chiuso in un cassetto. Quindi il fatto che Oltre il guado abbia avuto tutto questo “successo”, nel senso che comunque ha viaggiato in parecchi festival e ha ricevuto, come dicevi tu, riconoscimenti, è stato per noi motivo di enorme soddisfazione ed è andato forse anche oltre le aspettative.

Ma il film ha una distribuzione?

Lorenzo Bianchini: In Germania è già uscito in più di trenta sale, doppiato in tedesco e sottotitolato per le parti in cui i personaggi parlano in dialetto sloveno, per preservare questa particolarità. È già prevista l’uscita in altri sei paesi…

E in Italia?

Lorenzo Bianchini: In Italia speriamo di uscire entro la fine dell’anno, al massimo l’anno prossimo.

Oltre il guado conferma in gran parte il tuo approccio alla materia, in cui l’angoscia cresce sottopelle, lasciando spesso al fuori campo il compito di raccontare l’orrore. Cosa ti spinge a mettere in scena una storia?

Lorenzo Bianchini: Parto dalle paure che ho provato, paure che potremmo definire realistiche. Il mio ricordo da bambino, quando ero a Monteprato, che è non solo il paese di mia madre ma anche il set di buona parte dei miei film, è pervaso da storie, leggende popolari, che sicuramente mi hanno influenzato. Mi piace mettere in scena quelle paure che ironicamente chiamo “neorealistiche”, paure vere, che non hanno bisogno di essere troppo visibili per spaventare. È ovvio che poi, all’interno di un film, qualcosa di tangibile allo spettatore lo devi regalare, ma a me piace descrivere paure suggerite da rumori quotidiani, quelli che si sentono durante lavori di assestamento, o provocati dal vento o magari da animaletti nel granaio. Le ombre che vedi, i riflessi degli alberi fuori dalla casa, tutte suggestioni e proiezioni che ti inducono a riflettere sulle paure più profonde, e che lavorando sul tuo vissuto personale, solleticano la parte più onirica, fantastica, del tuo cervello.
Mi piace dunque ciò che si annida alla base delle angosce e delle paure, amo mostrare un’attesa che non necessariamente deve portare a qualcosa di reale o di tangibile. Racconto la premessa di quello che poi avviene di solito in un horror, ovvero l’arrivo del mostro, la materializzazione dell’incubo. Anche in Oltre il guado solo alla fine c’è la fase del terrore vero, ma tutto quello che succede prima riguarda l’angoscia della solitudine, dell’uomo solo immerso in un ambiente che non controlla.

Anche in Oltre il guado, come già in Occhi (2010) e in Custodes bestiae (2004), il tuo protagonista è impegnato in una “ricerca”, come se il male – o chi per lui – possa essere evocato solo attraverso la smodata voglia di conoscenza dell’uomo, l’ossessione del “sapere”.

Lorenzo Bianchini: Effettivamente sì, il percorso orrorifico poi deflagra in un’avventura che alla base ha una ricerca. In ogni mio film, a ben vedere, viene descritto un mestiere con una stretta connessione con la solitudine: il giornalista di Custodes bestiae, impegnato in una ricerca che non può divulgare, per esempio. In Occhi c’è il restauratore di affreschi che deve vivere all’interno di una villa, dove trovano sfogo le sue ossessioni e le sue suggestioni legate a segreti sepolti. In Oltre il guado il mestiere è quello dell’etologo naturalista che è destinato a un’esistenza al di fuori della società umana. I mestieri portano i protagonisti a vivere una dimensione di solitudine, che ti costringe a riflettere sulle tue paure più profonde. Il male è già qualcosa di successivo, ma è dalla suggestione, dal viaggio con la mente che parte tutto: non mi piace l’idea che il male sia qualcosa di esterno, che aspetta “fuori”, credo che ogni terrore nasca da proiezioni personali. Pensa a Shining, dove i fantasmi che interagiscono con il protagonista non ha importanza se esistano davvero o meno.

In Occhi e Oltre il guado non hai più controllato da solo l’iter produttivo dei film, come in passato, lavorando con persone come Francisco Villa-Lobos, Omar Soffici e Gianluigi Perrone. Come hai vissuto questo cambio di prospettiva, pur minimo?

Lorenzo Bianchini: È sempre se vogliamo una autoproduzione, solo che è collettiva, perché si tratta di persone che collaborano volontariamente, investendo tempo e professionalità nel progetto.

Quindi non si può parlare di cambio di prospettiva nel tuo approccio al lavoro…

Lorenzo Bianchini: La differenza è che nei primi film ero più solo. In Occhi e Oltre il guado ho avuto un aiuto-regista, varie professionalità, una produzione che poteva risolvere i problemi che venivano a crearsi di volta in volta, magari burocratici o contrattuali. Diciamo che c’è stata un’evoluzione in questo senso, però per me rimane sempre in ogni caso un’autoproduzione, alla quale partecipano più persone. In Oltre il guado penso a Daniele Trani, il direttore della fotografia, che ha portato con sé la Canon permettendomi di fare un salto avanti notevole sotto il profilo estetico.

Torniamo a ritroso nel tempo, quando ancora non ti eri cimentato con lavori sulla lunga distanza. Ti va di parlare de I dincj de Lune (I denti della luna, 1999)? Qui rievochi un sottogenere, quello dell’horror licantropico, che in Italia non ha mai avuto molto spazio per diffondersi…

Lorenzo Bianchini: I dincj de Lune, che dura quaranta minuti, è venuto fuori dopo due cortometraggi, ed è stato girato sempre nel paese di mia madre, in questa grande casa che è stata anche la scenografia dell’ultimo film. I dincj de Lune ha sempre a che fare con l’isolamento, il tema di cui parlavamo anche prima. C’è sempre una montagna, un paese sperduto, una persona sola che gestisce una locanda, una ricercatrice di leggende che è spinta a capire se esiste un fondo di verità nei racconti popolari, a trovare le radici su cui si basano questi “alberi del male”. L’impianto in effetti rispetto ai miei altri lavori non cambia. Poi c’è la bestia, anche se non si tratta proprio di un licantropo ma piuttosto di quello che in dialetto friulano è chiamato salvàns, una figura notturna che vive nei boschi, quasi come uno yeti. Avevo voglia di raccontare l’archetipo classico della paura di un paese, ribaltando però la prospettiva: la paura non viene da fuori, ma vive e fa parte proprio del paese. Mi affascinava inoltre il senso del doppio che è proprio del lupo mannaro, questo mix tra istinto bestiale e le fragilità dell’animo umano, il tutto unito alla consapevolezza che l’elemento di pericolo non viene dall’esterno ma devi rintracciarlo nella tua casa, dentro di te, nel tuo vicino.
Effettivamente mi piacerebbe trarre un lungo da questa storia, un’idea di cui probabilmente in passato ti ho già parlato…

Sì, è vero. Ma ci stai lavorando?

Lorenzo Bianchini: No, ora sto lavorando su un altro progetto, che spero sia possibile girare nel mese di agosto.

Posso chiederti quale?

Lorenzo Bianchini: Certo. La sceneggiatura è di Piero Tomaselli [regista di Velma e soggettista di Imago mortis di Stefano Bessoni, n.d.r.] e di Davide De Bona, e si tratta del pilota di una serie televisiva che vorremmo proporre a varie reti e che ha a che fare con un ambiente ospedaliero e psichiatrico. A breve dovremmo avere risposte da potenziali co-produttori, così se il tutto va in porto dovremmo girare ad agosto.

Ma si tratta sempre di un lavoro vicino al thriller e all’horror?

Lorenzo Bianchini: Diciamo che c’è una mescolanza di realismo, in cui si indagano nuove tecniche psichiatriche, e di onirismo, in cui si sviluppa la parte oscura del racconto, quella paranoica, che è in ogni caso insita nella psichiatria e nelle patologie che questa affronta.

Al di là di questo, stai anche lavorando ad altre idee?

Lorenzo Bianchini: Ho un’idea per un lungo. Mi piacerebbe anche fare una rivisitazione più professionale di Custodes bestiae, sfruttando i mezzi di adesso, che ti portano a togliere quella che potremmo definire l’immagine casalinga che sa di amatoriale. Oltre il guado è girato con una macchina fotografica. Rivisitare il film oggi, senza avere bisogno di chissà quali fondi e lavorando con attori che ci credono, è senza dubbio possibile: e credo che una volta rimessa a posto, la storia di Custodes bestiae sia davvero molto affascinante.

A colpire immediatamente, durante la visione dei tuoi lavori, è lo sguardo con cui osservi ciò che metti in scena, mai appiattito su logiche e prassi consolidate. Cos’è per te la creazione dell’orrore? Dove punti l’occhio della videocamera, e perché?

Lorenzo Bianchini: Probabilmente parto dall’ambiente che mi circonda. In alcuni casi come punto di partenza fisso anche una scena, una sequenza che trovo particolarmente efficace. Per esempio ragionando da principio su Custodes bestiae, mi piaceva l’idea di quest’uomo che butta giù una vecchia porta, e scopre all’interno di questa sorta di tomba uno scheletro enorme… Ecco, da quella scena sono partito per costruirvi attorno una storia. In altri casi invece il punto di partenza è nei luoghi: i luoghi solitari sono il posto della memoria, sono colmi di mistero, fanno parte dell’inconscio collettivo, del nostro vissuto. Lì sono nate storie e leggende che intessono una memoria collettiva: luoghi come il bosco, un vecchio villaggio abbandonato, spazi in cui perdersi, dove non si ha il controllo della geografia circostante. Da lì può partire la messa in scena della solitudine, da cui poi si genererà l’orrore. Le prime inquadrature di Oltre il guado sono molto larghe, l’uomo è ridotto ai minimi termini, inglobato da una natura che lo sovrasta, lo nasconde, lo inghiotte.
Ma questo discorso vale anche per la scuola in cui è ambientato √3 – Lidrîs cuadrade di trê (Radice quadrata di tre, 2001), che diventa un labirinto. La scuola siamo abituati a immaginarla di giorno, con il casino prodotto dagli studenti, il sole, e invece la vediamo di notte, con i suoi corridoi lunghi immersi nel buio, che svoltano improvvisamente su altri corridoi che non si sa dove portino. Il luogo come metafora, se uno vuole proprio farsi due seghe mentali, dei labirinti della mente. Luoghi che rimandano sempre al passato, perché l’orrore non è certo qualcosa di moderno. Il passato non ci abbandona mai, è sempre con noi.

Oggi si parla con una certa insistenza del cinema friulano, grazie all’exploit di alcuni film (L’estate di Giacomo, Zoran, il mio nipote scemo, Tir) e al lavoro del Centro Espressioni Cinematografiche, ma quando tu hai esordito il Friuli era considerato alla stregua dell’ultima provincia dell’impero. Come hai visto mutare il territorio cinematografico intorno a te?

Lorenzo Bianchini: Ora ci sono molte più possibilità e c’è molta più gente che lo fa, ma non penso che questo riguardi solo il Friuli. L’evoluzione della tecnologia ha permesso a molte persone di realizzare i propri lavori. Quando ho cominciato io non si poteva veramente fare un tubo: ho iniziato con le prime videocamere, i primi piccoli programmi di montaggio, che costavano tra l’altro molto e non tutti potevano permetterseli. Adesso con molto meno puoi permetterti tutto, c’è gente che gira film con il telefonino e sempre sul cellulare può anche montarli. C’è molto più fermento, e poi ognuno racconta le proprie storie. Tu fai riferimento a un “cinema friulano”, ma io parlerei piuttosto di cinema fatto da friulani, come di cinema fatto da toscani, o umbri, in cui magari peschi anche qualcosa che si riferisce alla cultura locale ma in realtà ha un carattere universale.
In Zoran ho rintracciato una realtà che non è certo solo friulana: certo, in più c’è la lingua friulana, ci sono riferimenti alle osmize del Venezia-Giulia e della parte carsica, però si tratta più di una cornice che del cuore del racconto, sono “oggetti” friulani all’interno di un discorso più ampio.

Nel corso degli anni sei rimasto fedele al mondo in cui vivi, e tutti i tuoi film sono girati in Friuli, nella provincia di Udine. Hai mai pensato di confrontarti con altre realtà?

Lorenzo Bianchini: Mi riallaccio al discorso che facevo ora: io vivo qui, e la povertà dei mezzi produttivi con cui mi confronto mi spinge non fare spostamenti. Se mi trovassi da un’altra parte gli elementi naturali rimarrebbero comunque gli stessi: non mi porrei mai problemi sul fatto che il bosco debba essere friulano, o toscano, valdostano o del Lazio. Cambierebbe forse in parte la morfologia del luogo, ma non il valore che gli attribuisco. Un paese abbandonato è sempre suggestivo, che sia in Friuli o in un’altra regione. Che poi all’interno di questo paese abbandonato io inserisca la storia parallela in cui i protagonisti parlano nel dialetto sloveno (come in Oltre il guado), è un fatto che rientra in quegli “oggetti” friulani di cui ti dicevo. Ma è qualcosa di parziale. Il villaggio sloveno mi serve a donare una dimensione realistica al racconto, a renderlo ulteriormente credibile.

Da duro e puro dell’indipendenza nostrana, come vedi la crisi del sistema-cinema italiano? Hai mai avuto contatti con Roma o con altri luoghi del potere?

Lorenzo Bianchini: No, no. Piccole cose, qualche chiacchiera qua e là, ma nulla di concreto. Non penso ci sia una ricerca di questo tipo da parte delle produzioni, che hanno codici già stabiliti e si muovono in base a quelli. Non vedo produttori che si guardano in giro per cercare registi, o attori adatti ai loro film. I meccanismi mi sembra che siano diversi.

Lidrîs cuadrade di trê si apre con la dicitura “un film amatoriale”, e suona più come una dimostrazione di appartenenza che come una specifica per lo spettatore. A distanza di tredici anni ti riconosci ancora in quella scritta?

Lorenzo Bianchini: Radice quadrata di tre era il film giusto da girare a quel tempo, perché ogni film appartiene alla sua epoca. È chiaro che se dovessi rifarlo oggi ne verrebbe fuori un film completamente diverso. In ogni epoca fai quel che ritieni giusto fare, assecondando il tuo stato d’animo, l’esperienza maturata, la visione delle paure che hai in quel momento. Con il tempo cambi la storia e il modo di raccontarla, vuoi far vedere di meno, hai altri esperimenti che vorresti mettere in atto. Si tratta di tappe, nulla di più. Per quanto riguarda il termine “amatoriale”, dipende dal significato che gli si dà: amatoriale, dunque di un amatore, di uno che non fa le cose da un punto di vista professionale. Ma si tratta sempre di parole delicate: indipendenza cosa dovrebbe significare, che si fa quel che si vuole? Ma in realtà spesso dipendi dal fatto di non avere i soldi necessari per fare davvero quel che vuoi, quindi sei dipendente dall’indipendenza. Amatoriale che vuol dire, che prima eri un amatore? Ma anche adesso non faccio il regista di professione… Molti film girati da professionisti sembrano amatoriali.

Visto che non lo si fa quasi mai, mi piacerebbe parlare anche di Film sporco. L’abbiamo visto in pochi, probabilmente, ma è un oggetto abbastanza difficile da classificare nella tua filmografia…

Lorenzo Bianchini: Film sporco e Occhi sono lì chiusi nel cassetto, non hanno distribuzione alcuna. Quando ho girato Film sporco l’ho vissuto quasi come uno sfogo, un allenamento, anche se devo dire che mi piace molto per il suo essere fuori dalle righe, grottesco, con questa recitazione palesemente sforzata ed esasperata. È solo la notte magica, fuori dal tempo, di questi quattro sfigati. Non ha neanche voglia di fare paura… Ma non è neanche un noir, è più un esercizio. Volevo girare qualcosa in poco tempo.

Quanto?

Lorenzo Bianchini: Mettendo insieme le ore al massimo una settimana, una cosa lampo che è diventata come sempre un’avventura, quella di questi quattro in macchina che si trovano ad affrontare situazioni estreme. Viaggiano da un posto all’altro, come in Radice quadrata di tre o Custodes bestiae. La differenza riguarda solo il fatto che in Film sporco manca il soprannaturale. Ma ci sono comunque situazioni un po’ oniriche, fuori dalla normalità. Un’avventura notturna senza demoni, senza fantasmi, ma con quattro sfigatoni e il serial killer che li manipola. E che come sempre viene da loro stessi, non dall’esterno.

Come lavori durante la progettazione di un nuovo film? Spesso le tue opere, soprattutto le prime, danno l’impressione di un impulso improvviso, un raptus registico che riporta alla mente, per chi ne ha avuto esperienza, i cortometraggi girati durante l’estate in casa con gli amici e i parenti. Vorrei però che questa non venisse letta come una critica, perché ritengo che sia una delle caratteristiche più distintive e forti del tuo cinema.

Lorenzo Bianchini: Dipende dai momenti. Quello per Oltre il guado è stato un percorso molto lungo, avevo anche portato a termine una sceneggiatura che si è tramutata completamente, ho cambiato migliaia di idee. La gestazione può essere molto lunga, con selezioni infinite che portano alla fine ad arrivare all’idea che ti piace, ma anche piuttosto corta, come successo per Film Sporco o anche per Custodes bestiae. Tutto nasce, come notavi, dall’esigenza di fare, dallo stimolo di girare qualcosa. Ok, ma che faccio? Ho questa immagine, e inizio a pensare, a rifletterci sopra, a chiudervi intorno una storia.

Tutto questo parlare della tua indipendenza mi costringe, quasi inevitabilmente, a ricondurre il discorso ancora una volta dalle parti del sistema produttivo italiano. Se è vero che quella che può vagamente assomigliare a un’industria non sembra prendere minimamente in considerazione il cinema di genere e la narrazione popolare, le nuove tecnologie hanno agevolato tutti quei registi e sceneggiatori appassionati della materia. Hai avuto modo di seguire i lavori di registi come Raffaele Picchio, Luca Boni e Marco Ristori, Domiziano Cristopharo, Sebastiano Montresor, Gabriele Albanesi? Alcuni di loro si riferiscono a te parlando di un vero e proprio punto di riferimento.

Lorenzo Bianchini: Come ti dicevo prima ci son tanti oggi che lavorano con il cinema di genere, alcuni apprezzano le mie cose, ma poi ognuno fa quello che ritiene più vicino alla propria sensibilità. So che Picchio mi stima, per esempio, ma fa un cinema piuttosto diverso dal mio. Giuliano Giacomelli già è più in linea con il mio percorso, per lo meno ne La progenie del diavolo. Non ho visto tantissimo, a essere onesto, l’impressione è che ci sia gente che si dà da fare, che porta avanti in maniera personale il proprio modo di vedere le cose, come Domiziano, Edo Tagliavini, Federico Greco: c’è chi si avvicina al mio mood e altri che si avventurano su progetti più splatter, più truculenti. Ce n’è per tutti i gusti, ma le cose che vengono girate sono poco viste, tutto rimane relegato a festival, quasi sempre indipendenti anche loro, circuitazioni rapide, sotterranee. È davvero un peccato.

Info
Lorenzo Bianchini su Wikipedia.
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