Anime nere

Anime nere

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Primo film italiano in concorso a Venezia 71, Anime nere di Francesco Munzi è una bella sorpresa. Un film “nero” su ‘ndrangheta, vincoli familiari, vendette e miti antichi, che scavalca i confini del genere verso la narrazione da grande romanzo. Ottima sceneggiatura e struttura avvincente, qualche dubbio sulla regia.

Vendetta, tremenda vendetta

Se nasci in Aspromonte il tuo destino è spesso segnato, ma molti giovani cercano di intraprendere un cammino alternativo e vanno a vivere altrove. Sono però costretti a tornare al luogo d’origine dove le dinamiche sono criminali e l’insegnamento tramandato dalla famiglia è spesso crudele e duro da accettare… [sinossi]

L’Aspromonte, terra di misteri, quasi inaccessibile. Africo: utilizzando le parole dello stesso Francesco Munzi, “il paese che la letteratura giudiziaria e giornalistica stigmatizza come uno dei luoghi più mafiosi d’Italia, uno dei centri nevralgici della ‘ndrangheta calabrese”.
E’ a questo luogo vicino e lontano al contempo che Francesco Munzi ha scelto di dedicare il suo terzo lungometraggio, Anime nere, liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco e sceneggiato dal regista col supporto dello stesso Criaco, di Fabrizio Ruggirello (scomparso prematuramente nei mesi scorsi) e di Maurizio Braucci che già partecipò alla stesura di Gomorra.
Il cinema italiano fa il suo esordio nella sezione-concorso di Venezia 71 con una bella sorpresa; Anime nere è infatti un buon film, frutto in primo luogo di un ottimo lavoro di sceneggiatura. Se il pregresso cinematografico italiano sul tema di mafie e soci, recente e meno recente, mostrava infatti un’infinità di modelli, Munzi ha deciso di cercare una propria via al film di genere. Anzi, diremmo che Anime nere scavalca decisamente i confini del cinema “nero”, all’italiana o meno, puntando con ambizione alla tragedia universale. Dal film spira un vento di terra e di sangue, come dopo lo scuoiamento di un animale sulla terra smossa. Tragedia greca, miti antichi, riti orgiastici, accanto a status symbol contemporanei e polvere da sparo: la “modernità antica” della violenza, che nella Calabria delle ‘ndrine forse si respira ancora in una sua forma primigenia e pre-industriale, “spontaneistica”, rispetto alle collaudate dinamiche manageriali di mafia e camorra.

L’operazione compiuta da Munzi sul cinema di genere è piuttosto personale: la sociosfera narrata resta quella di molti illustri predecessori cinematografici, ma Munzi si discosta sensibilmente dall’insistenza realistica e dal montaggio serrato e/o iper-frammentato. Rimane il dialetto stretto calabrese, totalmente adottato per tutta la durata del film, ma chiamato a evocare a sua volta una dimensione mitica e ancestrale. In tal senso appare davvero prezioso il lavoro svolto in sede di sceneggiatura, poiché i dialoghi di Anime nere, che mai abbandonano l’accento aspro delle montagne calabresi, appaiono comunque spesso molto letterari (per una volta non in senso deleterio), funzionali a una stringente struttura narrativa da grande romanzo. Un riuscito matrimonio, anzi, tra tragedia classica, in cui i vincoli familiari governano cupe dinamiche di azione/reazione, e violenza/vendetta, grande romanzo e approccio universale.
Ma anche nell’adozione di una struttura romanzesca Anime nere mostra una propria peculiarità, ovvero un’idea sui generis di coralità narrativa. Raccontando di tre fratelli e del giovane figlio di uno di loro, alle prese col riaccendersi di un’antica faida tra famiglie legate alla ‘ndrangheta, Munzi mette in gioco infatti un nutrito numero di personaggi, che non sono soltanto protagonisti simultanei, ma anche successivi uno all’altro. La logica della vendetta segna l’alternarsi dei quattro personaggi principali uno dopo l’altro nel ruolo centrale, ma tale movimento narrativo non si limita in orizzontale e in verticale, bensì trova un ulteriore costante sviluppo a onde concentriche. In pratica, la catena di violenza finisce per inghiottire uno a uno tutti i personaggi, anche quelli che in prima battuta appaiono sfocati e secondari. Ognuno di loro, anche le mogli ancillari o estranee (il cameo di Barbora Bobulova, sorta di Diane Keaton “padrinesca” in terra calabra), finisce irretito in un sistema di valori che sa ricucire le proprie ferite solo infliggendo altre ferite. Una costruzione narrativa intelligente, capace di mantenere alta la tensione senza ricorrere a un uso eccessivo dell’azione e della peripezia.

A un racconto così ben strutturato risponde una messinscena coerente, che sceglie toni costantemente cupi, per lo più accentuati dalla predominanza di interni che richiamano, nei loro stretti e tortuosi corridoi, la claustrofobia dei rapporti umani narrati. Qualche dubbio semmai emerge sulla scelta delle inquadrature, dominate da un’infinità di primi piani a volte efficaci, spesso monocordi. Ma la forza del racconto rimane intatta, e la rispondenza tra struttura narrativa e significato si conferma la qualità migliore del film. Che ribadisce l’originale approccio su materiali noti anche nello scioglimento finale. Probabilmente il finale farà molto discutere per la sua natura iperbolica, tanto intelligente sulla carta nel suo enorme paradosso, quanto spiazzante e un po’ stridente nei fatti. La soluzione più coerente per una catena di vendette che può essere spezzata solo con la vendetta più crudele e il più tragico dei paradossi, e che incarna anche un viscerale rifiuto di dinamiche ancestrali, ma che rischia di far vacillare la credibilità dell’insieme proprio sulla conclusione. In ogni caso, Anime nere rappresenta un buon momento di cinema, e un ottimo inizio per il cinema italiano in concorso a Venezia. Tra i tanti attori protagonisti, noti e per lo più meno noti, ci piace ricordare il Luciano di Fabrizio Ferracane, padre dolente e arrabbiato, e un Marco Leonardi, ex-Nuovo cinema Paradiso e Maradona, che per la prima volta è chiamato a prestare il suo volto duro, la sua fisicità e il suo talento finalmente a un vero personaggio.

Info
La scheda di Anime nere sul sito della Biennale.
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1 Commento

  1. cinzia 04/09/2014
    Rispondi

    Assolutamente fantastico, emozionante e da vedere al Cinema

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