Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza

Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza

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Il ritorno alla regia di Roy Andersson con Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, un ritratto esistenziale che mescola umorismo e tragedia. Leone d’Oro alla Mostra di Venezia 2014.

La taverna di Lotta la Zoppa e altri racconti

Come dei moderni Don Chisciotte e Sancho Panza, Sam e Jonathan, due commessi viaggiatori che vendono le ultime novità sul mercato, trascinano lo spettatore in un caleidoscopico vagabondare attraverso i destini umani. Un viaggio che mostra lo splendore dei singoli momenti, la meschinità degli altri, l’ironia e la tragedia che è in noi, la grandiosità della vita così come la fragilità degli esseri umani. [sinossi]

Anacronistico, questo è il cinema di Roy Andersson. Anacronistico perché ancora ricerca l’umano nell’arte, in un’epoca in cui siffatte abitudini sembrano essere oramai perdute nel tempo, attribuibili solo ai grandi “vecchi” del cinema contemporaneo. Non è più un giovinotto, a ben vedere, neanche Andersson, già oltre la settantina, eppure le sue regie appaiono cristallizzate, come se non dovessero sottostare alla dittatura del Tempo: da En kärlekshistoria, con cui partecipò alla Berlinale nel 1970, a Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, che lo iscrive oggi alla corsa per la conquista del Leone d’Oro, non è possibile affidarsi a un datario per mettere in bell’elenco le opere del cineasta svedese. I titoli già citati, insieme a Giliap, Sånger från andra våningen e Du levande, compongono un’opera unica, macrorganismo che si rinnova di quando in quando – e non con troppa frequenza, visto che si tratta di cinque film in trentaquattro anni – rintracciando sempre le medesime coordinate, la stessa ispirazione, l’identico sguardo sul mondo circostante.
Sam e Jonathan, commessi viaggiatori che commerciano in prodotti di intrattenimento dall’efficacia a dir poco discutibile (i denti da vampiro, anche nella versione con i canini extra lunghi, una busta che produce una risata fittizia – “per divertirsi a casa o in ufficio”, replicano con stanca insistenza i due –, e una maschera con un dente solo che al massimo riesce a terrorizzare una potenziale acquirente), sono solo gli ultimi protagonisti di quell’umanità disadorna, vuota, disperata senza averne coscienza, destinata all’oblio.

Con la levità sublime tipica del suo cinema, Andersson racconta uomini e donne solinghi, abitudinari, rinchiusi in camere, locali, bar, negozi, persone che preferiscono di gran lunga il silenzio al dialogo, e che spesso si costringono a ripetere con ossessiva autoindulgenza sempre le stesse frasi. “Sono felice di sentire che va tutto bene… Sono felice di sentire che va tutto bene!” è il mantra irrinunciabile di ogni singolo personaggio preso in esame in Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza: una frase vuota, che ha perso (se mai l’avesse avuta) anche la miserabile traccia di sincerità. Per quanto i gag costruiti con metronomica precisione, persino eccessiva, da Andersson colpiscano ripetutamente il bersaglio trascinando con facilità lo spettatore a una risata complice, è la disperazione a dilagare nelle fessure lasciate incustodite in Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, acuite dalla narrazione slabbrata, dai salti di senso, dagli inserti onirici e surreali, dalla continua imperterrita perlustrazione che è una delle caratteristiche immediatamente riconoscibili del cinema di Andersson.
Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza si compone di quadri raggelanti ed esteticamente perfetti, curati fin nel minimo particolare, nei quali Andersson si diverte a minare con pazienza da cesellatore ogni residuale certezza dello spettatore: in tal senso la sequenza che vede protagonista Carlo XII, in sosta a un bar moderno (per quanto vintage) mentre è in marcia con i suoi uomini verso l’assedio di Fredrikshald, in cui troverà la morte nel 1718, rappresenta una delle vette dell’intero cinema di Andersson, per capacità di gestire spazio, tempo dell’azione, rumori diegetici ed extradiegetici, battute, dialoghi, gag.

Ciononostante Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza riveste in pieno il ruolo di conclusione di una trilogia, e come tale non può che definirsi “definitivo”, e per questo eternamente proteso verso un finale, senza più quelle continue aperture che allargavano i polmoni del suo cinema rendendone indefinibili i confini. Ne viene fuori un’opera che, pur essendo ingiusto con ogni probabilità considerare “minore”, non raggiunge allo stesso tempo le vette toccate nel corso degli anni. Per quanto sia facile prevedere che la giuria veneziana possa prenderlo in esame per la conquista del premio principale, si tratterebbe in ogni caso di un riconoscimento tardivo, anche se sempre apprezzabile.
Al di là delle riserve (molto parziali) sulla complessità dell’opera, Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza resterà per sempre nella mente di ogni cinefilo che si rispetti per lo straordinario segmento ambientato nel 1943 nella taverna di Lotta la Zoppa di Göteborg: un bignami di delicatezza, intelligenza, comicità, tenerezza e ghignante surrealismo che andrebbe fatto studiare, secondo dopo secondo, a chiunque baleni nella testa l’idea di costruire una narrazione per immagini. Quella sequenza, da sola, vale tutti i palmarès del mondo.

Info
Il sito ufficiale di Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza.
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