The Golden Era

The Golden Era

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The Golden Era racconta trent’anni di storia cinese, dal 1911 al 1941, attraverso la vita della scrittrice Xiao Hong, la sua produzione letteraria, gli amori turbolenti, i cenacoli letterari, la militanza politica.

La canzone degli esili

Xiao Hong, la celebre scrittrice, visse i periodi più turbolenti della Cina contemporanea. Il suo allontanamento dal padre la indusse a intraprendere una lunga ricerca di una vita soddisfacente a livello emotivo. La donna fu salvata dalla povertà dalla scrittore Xiao Jun, ma il loro rapporto competitivo le causò più angoscia che gioia. Mentre fuggiva dall’invasione giapponese, Xiao Hong sposò il romanziere Duanmu Hongliang e si rifugiò assieme a lui a Hong Kong, che sarebbe poi stata conquistata dai giapponesi. Xiao Hong morì di tubercolosi a 31 anni. [sinossi]

Trent’anni di storia cinese, dal 1911 al 1941, raccontati attraverso la vita della scrittrice Xiao Hong, un’esistenza breve quanto intensa con la sua produzione letteraria, gli amori turbolenti, i cenacoli letterari, la militanza politica. Un periodo cruciale per il paese, demarcato dal passaggio da Celeste Impero a Repubblica, alla caduta di Hong Kong all’esercito imperiale nipponico. Un periodo di fermenti e tensioni, segnato dal contrasto tra le opposte fazioni di Chiang Kai-shek e Mao Tse-tung, la guerra contro gli invasori giapponesi, i moti rivoluzionari e la contestazione, il Movimento del 4 maggio 1919, la Lega degli scrittori di sinistra, l’apertura del paese al mondo esterno.
Ann Hui passa da un’opera delicatissima e minimalista come A Simple Life, a un grande affresco storico alla Città dolente, a un film dal budget imponente esibito, senza scadere comunque nel calligrafismo sterile e distinguendosi dai tanti kolossal storici mainstream sfornati dal sistema produttivo cinese ormai intrecciato con quello di Hong Kong. La Hui evita anzitutto ogni stucchevolezza in CGI, girando in luoghi storici, o in location assimilabili a quelli, ricorrendo anche il meno possibile ai teatri di posa (lo fa per esempio per la Hong Kong degli anni trenta le cui architetture sono ormai cancellate). Ma soprattutto la regista racconta un periodo storico che è una storia dell’anima, dove torna quel suo spirito apolide che aveva esposto nel film manifesto Song of the Exile. Un periodo dove si incrociano e scontrano quelle componenti culturali ed etniche, la Cina mainlander, la Hong Kong coloniale avamposto occidentale in Oriente, il Giappone, un melting pot panasiatico e coloniale, che fanno parte della sua vita e della sua genealogia, e che sono alla base di quella questione di identità e disorientamento che spesso ha trattato. Rifacendosi ancora una volta a una figura chiave della letteratura femminile cinese, dopo Eileen Chang da cui aveva tratto Love in a Fallen City ed Eighteen Springs, torna ancora a quell’epoca, che precede quella rievocata in Song of the Exile sulla propria madre giapponese in Manciuria. La Manciuria che rappresenta la terra natale di Xiao Hong quanto di Ann Hui stessa. La regista poi insiste sulla situazione di fuga di profughi, anche attraverso viaggi in mare su quei ferryboat che evocano, nella sua filmografia, quelli dei rifugiati vietnamiti raccontati in Below the Lion Rock e Boat People. Punto di arrivo e di rifugio è sempre la Hong Kong coloniale britannica, e il film si conclude proprio con un suo handover, preludio di quello del 1997 verso la madrepatria cinese, con la caduta della città stato nelle mani dei giapponesi, evento che combacia con la morte della scrittrice.

Tutto in questo film è filtrato attraverso il punto di vista intellettuale, il microcosmo dei movimenti letterari e dei cenacoli artistici che è anche quello della vita della scrittrice, nelle relazioni intrecciate con gli altri romanzieri Lu Xun e Duanmu Hongliang. E il rapporto con il Giappone passa anche attraverso l’evocazione, nella parte ambientata a Tokyo, dello scrittore Soseki Natsume, definito quale anima critica del Periodo Meiji, epoca di modernità e apertura all’Occidente assimilabile a quelle che stava attraversando anche la Cina.
Nell’approcciarsi a una figura dall’esistenza controversa e articolata, come quella di Xiao Hong – raccontata da parecchie fonti e testimonianze, di colleghi scrittori e amici, che non sempre collimano – Ann Hui sceglie di moltiplicare i punti di vista. Approccio originale della narrazione diretta rivolgendosi in camera di personaggi che passano, senza soluzione di continuità, da protagonisti interni a narratori omodiegetici. Rompendo così il flusso diegetico e la convenzione cinematografica. Un approccio pirandelliano che mantiene le ambiguità e le difficoltà della ricostruzione della vita della scrittrice. Sulla quale si riversa la naturale empatia della regista.

Info
La scheda di The Golden Era sul sito della Mostra di Venezia.
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