Per Ulisse

Per Ulisse

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Dopo aver vinto la 54esima edizione del Festival dei Popoli, Per Ulisse di Giovanni Cioni è in sala al Nuovo Aquila per dieci giorni dal 25 Settembre.

Scrutare l’impossibile

Un centro di socializzazione a Firenze, frequentato da un’umanità varia di persone senza domicilio, o con percorsi psichiatrici, o che hanno vissuto la tossicodipendenza, o uscite dal carcere. Lo frequento da qualche anno, come se fossi stato adottato in questo che sembra un porto di mare. Alcuni scompaiono, magari ricompaiono dopo qualche mese, magari non tornano più. Altri sbarcano, con la loro storia. Ero stato invitato a fare delle interviste. Ho proposto di inventare un film da fare, con loro. Anche per loro. Ognuno è solo con il proprio vissuto. Possiamo immaginarlo. Ho evocato il viaggio di Ulisse. Ulisse che è lo scomparso, in preda a mostri e sirene, che torna dal paese dei morti. Il suo nome è nessuno, è lo sconosciuto che si racconta. [sinossi]

Giovanni Cioni è uno di quei documentaristi di razza che quando si tratta di affrontare la realtà lo fanno senza compromessi o paraurti. Con una sincerità disarmante, abbandonandosi al flusso del racconto, lasciandosi andare senza ormeggi o sicurezze di alcun tipo a possibili imprevisti o ai cambiamenti fisiologici che insorgeranno durante il girato. Con registi come Cioni il cinema del reale travalica quei contrassegni riduttivi entro i quali si è soliti imbrigliarlo e raggiunge una purezza che è naif in maniera evidente e lampante. Non per rivendicare il minimalismo e le sue pose ricattatorie, l’assenza di sovrastrutture o la presa diretta di chissà quale iperrealismo documentario, ma perché quella è l’unica maniera di essere autentici, di fare cinema a partire dalla vita, con la vita e per la vita. L’ultimo lavoro di Cioni, Per Ulisse, è così vivido e struggente nella sua ansia di umanità da sembrare un film non interessato al cinema come strumento espressivo, con i suoi codici e le sue grammatiche, ma di concepirlo solo come mezzo declassato e istantaneo per cogliere le sfumature più scomode e controverse delle vite di uomini e donne ordinari e fallimentari, perduti e rifiutati dal mondo.
Cioni risiede in Francia ma è Firenze la sua casa, un’Itaca cui far (dolce? amaro?) ritorno per narrare ravvicinatamene ciò che si conosce meglio. I drop out cui dà voce in Per Ulisse, che sono anche reietti, barboni, persone con problemi psichiatrici e familiari o semplicemente sole, rappresentano il controcanto dell’informazione globalizzata e sempre in movimento, quella che non ha spazio per la comunità e le sue contraddizioni che non hanno niente di accattivante. Cioni si immerge tra loro, voce fuori campo vigile ma discreta, li filma da vicino ma sa anche deviare, sugli alberi, sulle cose, su improvvisi lampi di poesia ruvida, scrutando l’oltre, l’inviolato, l’ignoto. Perché Per Ulisse, documentario collettivo di anime senza patria e senza casa, impossibilitate al ritorno perché dannate e costrette a peregrinare, è un film eccentrico non per smania di originalità ma in senso letterale ed etimologico: un’opera che sa distanziarsi dal suo centro, che sa sfumare meravigliosamente e miracolosamente nei momenti giusti e col tatto più appropriato, che non si guarda mai allo specchio ma si riversa, anche in forma arruffata e confusa, sull’esterno. Cioni non teme l’effetto inevitabile di un’opera povera, a brandelli, per sua stessa ammissione – e non potrebbe essere altrimenti – ama tantissimo i tracciati in cui si sa da cosa si parte ma non si sa dove si arriva e la ricchezza sta tutta nelle oscillazioni e nei mutamenti che si incontreranno lungo la via.

Al Ponterosso di Firenze, centro di accoglienza fiorentino, c’è chi è stato in carcere, chi ha vissuto in strada, chi è stato totalmente subalterno alla schiavitù degli stupefacenti. Come il viaggio registico e umano intrapreso da Cioni, il loro è un percorso con un punto di partenza definito ma tragicamente senza ritorno, un cammino non reversibile con la facilità con cui si avvolge un nastro: perché quelle figure ridotte a subumani senza asilo e senza dignità ogni tanto scompaiono e del loro destino non si sa più nulla. Qualcosa si mormora, ma niente si conosce, e dell’entrata o dell’uscita in scena di comparse così piccole a nessuno spettatore importa. In quello che è chiaramente un micro-universo di fantasmi così lacerati dalla vita da non poter più nemmeno scendere a patti con essa, il regista di In Purgatorio e Gli intrepidi, che ha potuto contare sulla storica produzione dei Teatri Uniti di Napoli, non fa mitologia rovesciata del degrado, evita le scorciatoie così come le analisi foucaultiane sulla follia in rapporto al potere, si concede il lusso oggi anacronistico di un film che non ammicca quasi mai, che ha una moralità interna e poetica, che conosce l’intima eleganza di un fuori campo e la valenza evocativa di un’allitterazione (il mare, crocevia odisseico, che ritorna come supremo orizzonte lirico e sembra un’inquadratura del Godard più contemporaneo, quello di Film socialisme o di Adieu au langage). E si nasconde, pudico e vergognato, come i suoi protagonisti, per non farsi sbranare dagli occhi di un mondo famelico che è da tutt’altra parte, renitente alle brutture e al racconto di una morte che non vediamo ma che è già avvenuta. Lontano dallo schermo, nel cuore di chi è nel film, a parlare di vite disarticolate, e di chi guarda, impotente e sopraffatto da quelle stesse esistenze.

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Il trailer di Per Ulisse.

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