La corazzata Potemkin

La corazzata Potemkin

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Alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone è stata proiettata la versione tedesca sonorizzata nel 1930 de La corazzata Potemkin di Sergej Ejzenstejn.

Con la galoppante e oramai quasi totalizzate diffusione del digitale, il film è sempre più un’opera d’arte riproducibile, con le medesime caratteristiche, ad ogni latitudine. Se Walter Benjamin fosse vissuto oggi, avrebbe potuto esperire forse fino in fondo la giustezza delle sue teorie, molto più di quanto abbia potuto fare nella sua epoca, quando di fatto di un lungometraggio potevano esistere numerose e differenti versioni, ciascuna con la sua “aura”. A fornirci la riprova di una prassi riproduttiva “libera” che oggi farebbe tremare le vene e i polsi a qualunque regista, anche al meno blasonato, è stata la proiezione, in occasione delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone, de La corazzata Potemkin di Sergej Ejzenstejn nella sua versione tedesca e sonorizzata del 1930.

A lungo ritenuta perduta, questa versione del capolavoro ejzenstejniano è stata ricostruita di recente, grazie al fortunoso ritrovamento dei dischi contenenti l’audio del film, musiche comprese, presso il Technic Museum di Vienna.
Ma andiamo con ordine: per la premiere tedesca de La corazzata Potemkin o, meglio, di Panzerkreuzer Potemkin, avvenuta a Berlino il 21 gennaio del 1926 – oltre un anno dopo la prima moscovita – , la Prometheus Film, distributore tedesco del film, chiese al compositore Edmund Meisel di firmare le musiche destinate ad accompagnare la proiezione. Lo stesso Ejzenstejn espresse il suo apprezzamento per questa composizione, la cui insistenza sulle percussioni sincopate ben si sposa in particolare a quella profusione ritmata di dettagli meccanici della corazzata che scandisce gli ultimi sussulti di una rivolta prossima alla sua felice conclusione. Questa versione del 1926, sebbene censurata di alcuni fotogrammi ritenuti un po’ troppo “audaci” (sono stati tagliati via alcuni ufficiali defenestrati dalla nave) riscosse notevole successo al botteghino anche se, a quanto pare (e come ci ha detto David Robinson, direttore delle Giornate), molti esercenti tedeschi accettarono di proiettare il film, ma rifiutarono di accorparvi le musiche di Meisel, perché ritenute troppo politiche.

In seguito, e come spesso accade quando ci si trova di fronte ad un successo commerciale e ad una nuova tecnologia (si pensi al recente boom del 3D e alla versione stereoscopica, ad esempio, de L’ultimo imperatore di Bertolucci), ecco che nel 1930, quando oramai il sonoro aveva preso piede, la Prometheus pensò bene di sonorizzare la pellicola, sostituendo le didascalie con dei dialoghi (ovviamente in tedesco) e affidandone l’interpretazione, con una scelta sulla carta a dir poco indovinata, agli interpreti della compagnia di Erwin Piscator, notoriamente improntata all’avanguardia e orientata a sinistra. Lo stesso Meisel fu poi richiamato per registrare le sue musiche e supervisionare agli effetti sonori, mentre l’innovativo, per il tempo, sistema Nadeltone fornì l’adeguato supporto tecnico atto alla sincronizzazione. Ma il Nadeltone, come tutto il cinema sonoro del resto, presentava un piccolo problema: era stato ideato per sincronizzare il suono a 24fps, mentre il film di Ejzenstejn viaggiava a 18.

La tecnologia ha finito per dettare dunque un leggero sfasamento nella riproducibilità tecnica del film di Ejzenstejn che, seppur non inficiato nella forza delle sue immagini così come in quella del suo assunto, differisce in questo caso dalla sua versione originale in alcuni punti non trascurabili. Il più evidente salta agli occhi già prima della visione ed è relativo alla durata della pellicola: Panzenkrauser Potemkin dura soli 49 minuti, contro i 75 a cui siamo solitamente adusi. Questo è dovuto non tanto ai brevi e quasi impercettibili tagli imposti dalla censura tedesca, ma soprattutto a due ragioni tecniche: sono state eliminate le didascalie e, come anticipato, i fotogrammi sono stati accelerati. Ne deriva una notevole incentivazione del ritmo che, se ben si sposa alla rivolta e alla sua repressione, che assume ora una violenza ancora più inaudita, crea qualche problema nella prima parte della storia, con gli ufficiali e i marinai che si muovono negli spazi interni della nave a velocità eccessivamente sostenuta, un po’ da comica slapstick per intendersi. Quanto ai dialoghi degli interpreti di Piscator, essi sposano questo ritmo forsennato, appoggiandosi sulle immagini con toni perentori, eccessivamente antinaturalistici e stranianti. Ma vi è anche un’occasione, in Panzenkreuzer Potemkin, in cui il dialogo finisce per aggiungere qualcosa di non trascurabile al film di Ejzenstejn. Si tratta del momento chiave in cui una donna, anziché continuare a fuggire con il resto della folla, recuperato il corpo esanime del figlioletto, risale i celeberrimi gradini della scalinata di Odessa per affrontare gli aggressori. Mentre nella versione muta questo personaggio si appellava ai cosacchi con un “Fermatevi, mio figlio sta molto male!”, in questa edizione tedesca, al contrario, li provoca gridando “Sparate! Sparate! Sparate!”.

Nel complesso però, bisogna dire che sentire i rivoltosi parlare nell’idioma germanico fa uno strano effetto e doveva farlo ancor di più all’epoca. Lo conferma il fatto che Panzenkrauser Potemkin fu rifiutato sia dal pubblico che, e soprattutto, dalla critica tedesca – entrambi d’altronde poco avvezzi a quei tempi al doppiaggio – finendo per registrare un sonoro flop al botteghino.
Tuttavia, a compensare l’eccessiva germanizzazione, ci pensa una certa volontà “internazionalista” che emerge dalle scelte musicali di Meisel. Il compositore infatti, quando la rivolta ha inizio sulla corazzata, accompagna i moti dei marinai mescolando alla sua composizione originale ora le note dell’Internazionale, ora quelle della Marsigliese, in modo da reclamare il portato universale di una storia che, deprivata di connotati geografici e temporali, appartiene di fatto a tutti.

Info
Il sito delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone.
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