La maschera del demonio

La maschera del demonio

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La maschera del demonio, il capolavoro di Mario Bava, punto di riferimento per il cinema gotico italiano (e non solo), rivive sugli schermi dell’Auditorium durante la nona edizione del Festival di Roma.

La stagione della strega

Due incauti viaggiatori nelle steppe russe fanno resuscitare la strega Asa, suppliziata dall’Inquisizione due secoli prima. Asa, dopo aver vampirizzato mezza famiglia, cercherà di impadronirsi del corpo della pronipote che è identica a lei. [sinossi]

Buio in sala, solo lo schermo si illumina del bianco e nero struggente, inquietante e splendente con cui Mario Bava fotografa la Moldova del 1600 e del 1800, riproposta al pubblico del Festival Internazionale del Film di Roma in 35mm. La pellicola, non-morto che risorge a nuova vita nella struttura a cui la Roma veltroniana affidò le celebrazioni per l’ingresso nella contemporaneità, è come la strega Asa, uccisa con l’applicazione della puntuta maschera del demonio e tornata in vita – ardente di spirito di vendetta – grazie a una goccia di sangue del curioso ma in parte sprovveduto dottore in medicina Kruvajan. Rivive il trentacinque millimetri, arma che per decenni ha stregato e asservito il pubblico di mezzo mondo, e rivive Asa, immagine rovesciata e speculare della pronipote Katja, identica nelle fattezze quanto distante nei modi, nei gesti, nelle perversioni.
La maschera del demonio è riconosciuto universalmente come uno dei capolavori di Mario Bava (nonché suo esordio ufficiale alla regia, per quanto da direttore della fotografia e addetto agli effetti speciali avesse già dato una sostanziosa mano a dirigere I vampiri e Caltiki, il mostro infernale di Riccardo Freda), ma segnala la propria fondamentale importanza anche sotto il profilo prettamente storico: in meno di un’ora e mezza Bava codifica quelle che saranno le regole quasi mai evase del gotico (non solo) italiano. Gli sprazzi di gotico che invadevano i condotti d’aria de I vampiri – opera ben più magmatica, in realtà, accumulo di generi e istanze narrative e visive – diventano qui perno dell’intero ingranaggio.

Mai il cinema italiano si era confrontato con le brume, con gli abissi dell’orrore, con il mistero di una flora ostile: non erano riecheggiati gli ululati nella notte, le porte non cigolavano, i passaggi segreti erano esclusi, gli assassini erano fatti di carne, di anima, di vita. La maschera del demonio getta all’aria sessant’anni di cinema nostrano per concentrarsi invece sull’immateriale, sul fantasmatico, sull’orrore nella concezione più pura, ancestrale del termine. E lo fa con una maestria rara, raggiunta in seguito in poche occasioni, e spesso dallo stesso Bava (I tre volti della paura, La frusta e il corpo, Operazione paura) o da opere di chiara derivazione baviana (basterà l’esempio di Danza macabra di Antonio Margheriti e Inferno di Dario Argento): gli eleganti e complessi movimenti di macchina, i giochi occhi che riescono a strabiliare ancora a distanza di decenni, l’utilizzo espressionista di luce e scenografie, tutti elementi che concorrono a un’eccellenza della messa in scena che ammalia lo sguardo, lo asservisce al proprio volere.
“Guardami fisso”, ripete Asa a tutti gli uomini che vuole irretire, e lo spettatore non può esimersi da un compito simile, fissando i grandi e spiritati occhi di Barbara Steele come fossero il centro dell’universo.

Per quanto sia più elaborata rispetto ad altre occasioni, la storia all’interno della quale si svolge La maschera del demonio appare a ogni visione sempre più un orpello, necessità produttiva utilizzata solo per dare sfogo a un potere immaginifico che non ha molti pari nel cinema dell’epoca. Non assomiglia a nulla, il cinema di Bava, per quanto sia possibile inserirlo in contesti storici e produttivi ben precisi: anche la celeberrima inquadratura della carrozza demoniaca che corre al ralenti nel mezzo dell’oscura foresta non trascina con sé alcun vezzo cinefilo, ma acquista un valore reale solo se la si inserisce nel solco dell’immaginario scavato da Bava qui e in buona parte delle opere che seguiranno durante la sua carriera ventennale.
Uno spettacolo che risorge ancora, ritualmente, atterrendo e rapendo lo sguardo di nuovi adepti, destinati a perpetrare il culto di un regista sottostimato per decenni e ancora oggi in parte incompreso, ma capace di regalare alcuni degli istanti più puri, deliranti, fuori dall’ordinario, sublimi ed eleganti della storia tutta del cinema italiano.

Info
Il trailer de La maschera del demonio.
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