L’occhio selvaggio

L’occhio selvaggio

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Con L’occhio selvaggio Paolo Cavara, uscito dal tunnel dei mondo movie, li racconta impietosamente. Recuperato nella retrospettiva del Festival di Roma 2014.

Mi chiedo chi siano i veri Jacopetti

Paolo è un regista, che gira per il mondo filmando scene spettacolari, spesso cruente, per i suoi documentari, ma non ha scrupoli a metterle in scena quando necessario. In una di queste operazioni, l’esplosione di un locale a Saigon, la donna, che lo accompagna e che per lui ha lasciato il marito, muore. Anche il suo corpo senza vita finirà sotto l’occhio della macchina da presa di Paolo. [Sinossi]

Paolo Cavara, uscito dal tunnel dei mondo movie, li racconta impietosamente, avvalendosi della sceneggiatura di Tonino Guerra, Ugo Pirro e Alberto Moravia e della grande interpretazione di Philippe Leroy.
I mondo movie di Gualtero Jacopetti e soci, quei documentari sulle curiosità e sulle abitudini sessuali di paesi lontani, ma anche su efferatezze, torture, guerre, violenze su animali, ritualità esotiche, tutto esibito in maniera esplicita secondo una precisa estetica tra lo slasher e lo snuff, hanno rappresentato un genere di successo nel cinema italiano degli anni sessanta/settanta. Possiamo dire ora che non si tratta di un fenomeno concluso, ma che si perpetua in altre forme, più o meno velate, in tanto giornalismo scandalistico e sensazionalistico che va ancora per la maggiore, che si nasconde dietro la foglia di fico del diritto di cronaca. Proprio in seno ai mondo movie sono nate anche opere che in qualche modo si ponevano in posizione critica a essi. Il caso più ovvio è quello di Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato, che tuttavia usava un messaggio politicamente corretto (“Mi chiedo chi siano i veri cannibali” dice il protagonista alla fine) per giustificare un’altrettanta macelleria visiva. Meno noto, perché ingiustamente dimenticato, è L’occhio selvaggio di Paolo Cavara, regista che proprio con i mondo movie era partito – e questo film suona effettivamente come autocritica – per poi approdare ai thriller cult … e tanta paura e La tarantola dal ventre nero.
Cavara ne L’occhio selvaggio racconta di un regista, alter ego di se stesso quanto di Jacopetti o Prosperi, che intraprende un viaggio in estremo oriente, alla ricerche di cose raccapriccianti da filmare. Molti momenti del film sembrano riferirsi espressamente a episodi dei mondo movie. C’è una scena di fucilazione che richiama quella di Africa addio, per la quale Jacopetti subì un processo nel quale dichiarò che la ripresa era concordata con gli esecutori, che addirittura aspettarono che lui cambiasse obiettivo. In realtà mentì anche in tribunale, era tutto ricostruito. Paolo poi, il protagonista de L’occhio selvaggio, è alla ricerca disperata di un bonzo che si dia fuoco, da filmare. Una tale scena c’è in Mondo cane 2, ma si tratta di una creazione del giovane Rambaldi.

Cavara svela i retroscena dei mondo movie, fatti perlopiù di messe in scena, di fake, o di eventi provocati e indotti. Paolo è convinto del sostanziale sadomasochismo del pubblico e teorizza che la realtà è noiosa e la bugia divertente, che 50 metri di pellicola che eccitano il pubblico servono a fargli digerire 200 metri di noia. Sono affermazioni simili a quelle attribuite al vero Jacopetti, e che a ben vedere si avvicinano alle più famose concezioni cinematografiche di Orson Welles, l’arte come menzogna, o di Hitchcock, il cinema come la vita cui siano state tolte le parti inutili.
L’occhio selvaggio trasuda tutta una serie di cliché dell’epoca tra cui l’esotismo orientale che andava di moda anche al cinema. Cavara ribalta la concezione subdolamente razzista insita nei mondo movie, il far vedere aberrazioni o semplicemente cose strampalate di culture lontane che sanciva in qualche modo la superiorità morale del più civile Occidente. Ne L’occhio selvaggio si disquisisce invece sulla fine dell’Occidente e sulla fine dell’Oriente.
Il personaggio di Paolo però sfugge anche allo stesso Cavara per diventare qualcosa di più che la semplice parodia di Jacopetti, che va oltre il bene e il male. È un Antonio Focaccia, da La donna scimmia di Ferreri, pronto a cannibalizzare la compagna morta. È un uomo con la macchina da presa con un’urgenza fisiologica compulsiva di filmare. Di filmare la morte. È un Friedrich Munro, da Lo stato delle cose, capace di tenere accesa la cinepresa anche in punto di morte. È il Wim Wenders di Lampi sull’acqua – Nick’s Movie, pronto a puntare la mdp verso chi sta morendo.

Info
Il trailer de L’occhio selvaggio.

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