Silvered Water, Syria Self-Portrait

Silvered Water, Syria Self-Portrait

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Con Silvered Water, Syria Self-Portrait, Ossama Mohammed e Wiam Simav Bedirxan firmano una delle più sconvolgenti immersioni nell’inferno della guerra, mostrata, suggerita, subita, riflessa e analizzata. Un’opera di potenza annichilente, a TFFdoc 2014.

Corpi in guerra

Esiliato a Parigi da otto mesi, il regista siriano Ossama Mohammed viene contattato su Facebook dalla giovane attivista curda Wiam Simav Bedirxan. La donna gli pone una domanda che chiama in causa il suo lavoro di regista e la partecipazione alla guerra civile in corso nel suo Paese. Il regista, da lontano, visiona le centinaia di video caricati sul web sia dai resistenti, sia dall’esercito di Bashar al-Assad. L’attivista racconta con la sua piccola telecamera la vita nella città assediata di Homs. Insieme creano una sconvolgente cronaca di una distruzione in atto. [sinossi]

Esiste un momento, nell’atto stesso del filmare, in cui è impossibile non porsi interrogativi sul senso dialettico di ciò che si sta portando a termine; un interrogativo che diventa sempre più incessante, e doloroso da affrontare, quando si immergono gli occhi e le mani nel reale. Ogni documentario (termine che nel corso degli anni sta vivendo una continua, incessante, a volte persino esasperata palingenesi), nasce vive e raggiunge il suo termine solo nel momento in cui questa domanda trova la forza e la necessità di venire a galla. Lo dimostra in maniera quasi inequivocabile Silvered Water, Syria Self-Portrait che, dopo aver ricevuto il battesimo critico sulla Croisette, ha trovato una proiezione durante il Festival Internazionale del Film di Locarno e raggiunge ora Torino, collocato (ma potrebbe essere altrimenti?) nel fuori concorso della sezione TFFdoc.
Non può, infatti, esistere concorso possibile per il lavoro di Ossama Mohammed e Wiam Simav Bedirxan, perché non è neanche lontanamente immaginabile che un film come Silvered Water, Syria Self-Portrait possa essere messo in relazione ad altre immagini in movimento, ad altre opere più o meno compiute, ad altri istanti di cinema.

Può apparire banale utilizzare un aggettivo come essenziale nell’approcciarsi al film codiretto dal regista siriano e dall’attivista curda (ruoli sociali riportati senza modifiche dalla breve sinossi che anticipa questa recensione), eppure non c’è un film in questo frangente storico che abbia la forza di contrapporsi al magma che si agita tra le pieghe di Silvered Water.
Nella dialettica evidente, palese, oggettiva tra Mohammed e la giovane donna resa prigioniera dall’assedio di Homs, la città in cui vive, si attiva una riflessione cristallina sul senso dell’arte, sulla guerra come eterna rappresentazione di se stessa, sul ruolo che devono svolgere in simili contesti i cosiddetti social network, sulla ripresa del reale non come documento, ma come ultimo disperato baluardo contro la marea montante della distruzione, della repressione, dell’ingiustizia sociale. Il percorso cittadino che Wiam Simav Bedirxan compie insieme a uno dei bambini orfani a cui fa lezione, disseminato di cadaveri (“guarda, qui c’è un’altra tomba”) e cadenzato dalla presenza o meno di cecchini pronti a far fuoco su qualsiasi oggetto in movimento, umano o meccanico che sia, è la raffigurazione più annichilente dello stato in cui versa la Siria, devastata da una guerra che la sta riducendo in brandelli.

È un film di lacerti e macerie, Silvered Water, Syria Self-Portrait, come inevitabile, ma è anche un’ode, lacrimata e ispirata, a una nazione amata e abbandonata – da parte di Ossama Mohammed, che vorrebbe ottenere un lasciapassare anche per la sua “amica di penna” – e al cinema, arma etica ed estetica da contrapporre al muro di orrore, rifugio ancora possibile, anche di fronte al crollo dell’umanità.
Non si esce purificati, dalla visione di Silvered Water, né si prova un qualche minimo senso di rilassatezza, al contrario: schiacciati dal peso e dalla potenza di un pugno allo stomaco che non lascia scampo, ci si ritrova costretti a riflettere a propria volta sul senso del documentario, sull’istinto troppo spesso ignorato alla dialettica, sul ruolo del cinema. E si pensa, stravolti, alle migliaia di siriani che hanno contribuito alle immagini di cui si compone il film, girando e caricando su Youtube, reagendo alla carneficina con cellulari e videocamere non professionali. Contrapponendo l’occhio di una camera a quello del mirino di un fucile e sparando, a loro modo, a volte per primi. A volte no.

Info
Silvered Water, Syria Self-Portrait sul sito di Torino 2014.
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