Ucciderò Willie Kid

Ucciderò Willie Kid

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Secondo dei tre lungometraggi diretti da Abraham Polonsky, Ucciderò Willie Kid utilizza il western come metafora della caccia alle streghe maccartista, della quale lo stesso regista era stato vittima. A Torino 2014 nella retrospettiva dedicata alla New Hollywood.

Lo sceriffo e l’indiano

Il pellerossa Willie Kid uccide per legittima difesa il padre della sua ragazza. Dopo l’omicidio fugge con lei sulle montagne e viene inseguito dallo sceriffo Cooper e da alcuni cacciatori di taglie. Lo sceriffo viene chiamato a Riverside per fare da scorta al presidente Taft e affida a Calvert, uno dei cacciatori, il compito di proseguire la caccia… [sinossi]

Quando nel 1991, al quarantaquattresimo Festival di Cannes, venne presentato Guilty by Suspicion (Indiziato di reato), duro ritratto del periodo maccartista diretto da Irwin Winkler, non furono in molti a porre l’accento sul fatto che alla sceneggiatura, pur senza essere accreditato, aveva partecipato anche un oramai ottuagenario Abraham Polonsky. Polonsky dopotutto era abituato a non apparire durante i titoli di testa, alla voce “sceneggiatura”: a parte Anima e corpo di Robert Rossen, Amore di zingara di Mitchell Leisen, La conquistatrice di Michael Gordon e Le forze del male, durissimo atto di accusa nei confronti del Capitale con cui (grazie anche all’intercessione di John Garfield) esordì alla regia nel 1948, il resto della carriera Polonksy la visse quasi interamente sotto pseudonimo, per aggirare le restrizioni derivate dall’inserimento nelle lista nera diramata da Joseph McCarthy. Polonsky era infatti uno degli hollywoodiani che, rifiutatisi di denunciare i propri compagni di lotta, venne epurato dal sistema, costretto a vivere ai margini di un mondo del quale sarebbe potuto essere un eccellente protagonista.
Per ventuno anni Le forze del male restò l’unico film diretto da Polonsky, fino a quando un altro attore, dopo John Garfield, decise di dargli una mano per permettergli di tornare dietro la macchina da presa: l’occasione arrivò dunque nel 1969, quando Robert Redford, all’apice della propria fama, si impegnò per far sì che si trovassero le condizioni necessarie per portare sullo schermo Tell Them Willie Boy is Here, diventato poi in Italia Ucciderò Willie Kid.

L’occasione per riscoprire questo gioiello della prima ondata di quella che sarebbe poi passata alla storia come “New Hollywood” è data dalla presenza del film – pur in una copia in digibeta, e non nell’agognato 35mm – nella retrospettiva che il Festival di Torino dedica per il secondo anno consecutivo alla palingenesi produttiva ed estetica che attraversò la Mecca del cinema tra gli anni Sessanta e Settanta. Un’opera che a prima vista può apparire scarna, lontana dalla magnificenza estetica che domina buona parte dei titoli selezionati nella retrospettiva, ma che in realtà segna uno scarto assai profondo nella produzione dell’epoca, dipingendo una traiettoria che in ben pochi avranno il coraggio (e la capacità) di seguire.
Così come Le forze del male utilizzava il grimaldello del genere – in quel caso il noir – per disseminare un attacco dinamitardo contro il capitalismo statunitense e la corruzione di un potere solo nominalmente democratico, Ucciderò Willie Kid si affida ai tempi e agli scenari del western per lanciare un j’accuse ancora più doloroso, cupo, privo di compromessi contro l’establishment, politico e culturale. Per quanto la storia del film si prefissi lo stesso scopo di altre opere coeve, vale a dire la riabilitazione del mondo pellerossa all’interno del western (il 1969 è lo stesso anno di Piccolo grande uomo di Arthur Penn, l’anno successivo arriveranno Soldato blu di Ralph Nelson e Un uomo chiamato cavallo di Elliot Silverstein, nel 1972 sarà la volta di Sydney Pollack e del suo Corvo Rosso non avrai il mio scalpo), Abraham Polonsky rende evidente fin dalle prime sequenze, quelle che segnano il ritorno alla riserva di Willie Boy, l’indole quasi autobiografica con cui affronta la narrazione.

Willie Boy, costretto alla fuga eterna (ed eternamente senza scampo) per aver difeso la sua stessa vita, reietto rinchiuso in un ghetto che il sistema politico controlla senza alcun ritegno, trattando chi vi abita come bestie da soma, è poi così diverso da Polonsky, destinato a una vita di sotterfugi per la sola colpa di essere un comunista e un sindacalista e di non aver alcuna intenzione di tradire i propri compagni?
All’interno del già stratificato mondo del western revisionista, Ucciderò Willie Kid sposa dunque una ramificazione politica e contemporanea che è difficile rintracciare con altrettanta forza anche nelle opere sopracitate. Polonksy non descrive la vita pellerossa dopo la definitiva sconfitta nelle guerre indiane per sollecitare alla pietà lo spettatore o per espiare in appena un paio d’ore sul grande schermo una colpa storica, ma piuttosto esercita il genere a un atto di ulteriore accusa nei confronti di una società che non solo non ha mai pagato per le proprie responsabilità, ma continua a sommare ingiustizia sociale a ingiustizia sociale nascondendo tutto sotto la comoda coperta della democrazia.
Se Robert Redford abbandona (ma solo in parte) la maschera da perfetto dem senza macchia né colpa, a dominare la scena è il sofferto, cinico, tenero, innamorato, coraggioso e sperduto Willie Boy interpretato da Robert Blake, ancora lontano nel tempo da Baretta e da Lost Highway.

Info
La scheda di Ucciderò Willie Kid sul sito del Torino Film Festival.
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