N-Capace

N-Capace

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Primo film italiano in concorso alla 32esima edizione del Festival di Torino, N-Capace è l’esordio cinematografico di Eleonora Danco, che rielabora, tra comicità e angoscia, atmosfere e codici del primo Moretti e del Pasolini di Comizi d’amore.

Io, tu, noi, tutti

Tutto è nato da un rifiuto, dal non voler soffrire per la morte della madre. La protagonista, Anima in pena, ha un conflitto con l’anziano padre e i luoghi della sua infanzia. In questo viaggio tra Terracina e Roma, nello struggimento che la sovrasta, si ferma a parlare con gli anziani e gli adolescenti. È attratta dalle loro facce, dalle voci, e li interroga. La memoria e i ricordi: distruggerli o abbracciarli? [sinossi]

Ogni qualvolta ci si ritrovi a pescare qualcosa di eccentrico nel desolante panorama del cinema italiano, subito si sussulta speranzosi, spesso anche troppo frettolosamente. Ma non v’è alternativa, in qualche modo; infatti, laddove il nostro presunto mainstream procede inesorabile verso la catastrofe, non resta che aggrapparsi a qualche marginale, a qualcuno che provi a rimescolare le carte, a muoversi fuori dal coro. Anche se poi la domanda rimane la stessa: e se fosse tutta una posa?
La ‘posa’, ad esempio, di un film come Sacro GRA, Leone d’Oro a Venezia nel 2013, era stata per certi aspetti quella di aver confezionato in modo digeribile un prodotto, il prodotto “Gianfranco Rosi”, che è senz’altro uno dei documentaristi di maggior talento del nostro cinema ma che, fino a quel momento, aveva seguito percorsi troppo radicali per essere accettato dal grande pubblico e dalla presunta ‘grande’ critica.

Si muove un po’ su questo terreno, tra il selvaggio visivo/narrativo/performativo e l’addomesticato, N-Capace. L’esordio dell’attrice e regista teatrale Eleonora Danco è decisamente un film da tenersi stretto, visto quel che c’è intorno, ed è un film che rielabora abilmente e intelligentemente i codici del documentario, con una narrazione libera e inventiva e con la meccanica delle interviste che viene proposta in modo spiazzante, con la stessa Danco a porre le domande con un atteggiamento volutamente aggressivo, ironico e disturbante.
N-Capace è però anche un film molto divertente, a tratti davvero spassoso che unisce l’ironia esistenziale del primo Moretti al discorso intimo – e pur sempre sovversivo – del Pasolini di Comizi d’amore. Un riuscito cortocircuito in fin dei conti, dove l’assoluto e insistito egocentrismo della Danco, regista, protagonista e sceneggiatrice del film, non nega uno sguardo affettuoso e pieno di comprensione verso l’Altro.

L’Io e l’Altro, in effetti, si mischiano e si mescolano in N-Capace, si sostengono a vicenda; e al di là delle risate che suscitano i vari personaggi in scena e al di là del differente eloquio – che va dallo slang post-borgataro dei ragazzi di Tor Bella Monaca all’attenta cura linguistica del padre della Danco – questa unione di soggettività lontanissime riesce a svelare una comune angoscia esistenziale: il tempo che passa inesorabile, il rapporto con il sesso quale scandaglio attraverso cui verificare le relazioni interpersonali, il vuoto che si ha davanti, il dolore duraturo per la perdita di una persona cara, amata/odiata (la vecchia signora di Testaccio a cui vien da piangere al solo pensiero della madre, morta circa settant’anni prima).
N-Capace infatti nasce da una perdita, quella della madre di Eleonora Danco, ed è il suo fantasma che aleggia lungo tutto il film, in quelle performance bambinesche della protagonista che si piazza in strada in pigiama, sempre accompagnata dal suo letto, oppure in quelle in cui rifiuta drasticamente il cambiamento (come quando prende a picconate il selciato davanti al nuovo mercato di Testaccio, gesto che ricorda molto il Moretti che va a Casal Palocco per dire: ma perché ve ne siete andati da Roma negli anni Sessanta, quando ancora si viveva bene al centro?). Nel mettere in relazione se stessa con dei ragazzi da un lato e con degli anziani dall’altro, la Danco esplicita dunque l’angoscia dell’esistere e quella, forse più profonda ancora, di chi si trova in mezzo, un adulto che ha lasciato alle spalle le illusioni adolescenziali e che vede con tenerezza ma anche con timore la vecchiaia e il suo correlativo oggettivo: la morte.

In tutto questo si parlava del rischio ‘posa’. N-Capace non sfugge a questo limite, più che per il modo di fare tipicamente poseur della sua protagonista, per un discorso che sembra esaurirsi un po’ prima della fine del film. Si ha allora l’impressione che, a tratti, la regista abbia preferito tenere diversi frammenti, più perché divertenti in sé, che per la loro effettiva funzionalità. In tal senso, il post-finale sui lupi mannari sembra esplicitare in modo anche troppo grossolano questo rischio dell’autocompiacimento, del prodotto confezionato per piacere e per far sorridere, finendo per annacquare la riflessione personale. Ma è solo un dubbio che affiora sullo sfondo e che forse è giusto lasciare in secondo piano.

Info
N-Capace sul sito del Torino Film Festival.
Il trailer di N-Capace.
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