Maidan

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In concorso al Festival dei Popoli di Firenze per i lungometraggi internazionali e in anteprima italiana, il bel documentario di Sergei Loznitsa sui fatti di piazza Maidan a Kiev. Coerente, partecipe e distaccato al contempo, alla ricerca dell’anima di un popolo.

Non è un pranzo di gala

Ogni rivoluzione è una, ma non conta mai per una. Se è vera rivoluzione, di radice popolare e di vera pancia, ne ricorda ed evoca altre, e le modalità tramite cui si esplica sono in qualche modo universali. Una delle rivoluzioni più controverse degli ultimi anni è avvenuta pochi mesi fa in Ucraina, dove il regime corrotto di Yanukovich, inizialmente cerchiobottista tra europeismo e filorussismo, poi decisamente antieuropeo, è stato rovesciato da un ampio movimento popolare in cui confluivano ispirazioni e idee molto diverse. Ampia parte paiono infatti averla rivestita movimenti d’estrema destra e altri fortemente nazionalisti d’impronta anche religiosa, mentre l’idea-guida di una rivolta di piazza per aderire a un progetto europeo sembra esser stata spazzata via a poco a poco da un generico sentimento patriottico di lunghissimo corso storico contro la tracotante Russia. Per dirla in soldoni, il rischio che molti ventilavano durante i brutti giorni tra novembre e febbraio scorso è che in realtà avrebbero finito per fronteggiarsi due forme non troppo diverse della stessa idea autoritaria di potere, semplicemente ispirate da differenti obiettivi: da un lato Yanukovich che mira al sostegno della Russia putiniana, dall’altro sentimenti intensamente nazionalisti che rifiutano con sacrosante ragioni l’ingerenza russa sul suolo patrio e che si ancorano anche a vaghe (o opportunistiche e poco sincere) idee europeiste.

Il panorama ucraino degli ultimi dodici mesi in realtà è ed è stato molto più complesso di così, e proprio per rendere giustizia a tale complessità Sergei Loznitsa, girando Maidan nel cuore della ribelle piazza Indipendenza di Kiev nei suoi giorni più caldi, ha adottato per paradosso scelte tanto semplici quanto problematiche. La posizione della macchina da presa è innanzitutto estremamente emblematica: per il 90% delle inquadrature del montaggio definitivo si tratta di macchina fissa, in posizione frontale, quando posizionata per cogliere momenti ai limiti del composto rito di massa (l’inno nazionale ucraino, più volte intonato con tanto di ossequioso e collettivo levarsi di cappelli), quando impostata a cogliere tanto movimento di gente nei luoghi più liminari della piazza rivoluzionaria. Porte girevoli della stazione, crocchietti di persone che cantano o parlano, angoli di strada dove la gente si ammassa, sciama, cammina, mentre gli interventi sul palco di piazza sono resi per lo più tramite il suono in fuori campo. E più avanti, il racconto della violenta repressione del governo di Yanukovich, ma scegliendo sempre un approccio tanto vicino alla materia narrata (alcune inquadrature impressionano proprio per l’estrema prossimità tra scontri di piazza e macchina da presa), quanto sobriamente partecipe, brechtiano, che lascia sempre un margine di distacco critico tra se stesso e ciò che racconta.
A sollevare il film di Loznitsa dal reportage di piazza verso un altissimo momento di cinema interviene più di tutto la piena adesione dell’autore alla durata cinematografica. Loznitsa infatti “sta” nelle e sulle situazioni, dedicando a ogni singolo frammento un lungo piano-sequenza in cui non si cerca nient’altro che il manifestarsi del reale, e assecondando così una scelta forte verso il racconto collettivo (un po’ Ejzenstejn, un po’ Lumière per il puro piacere di riprodurre il movimento umano, il camminare, compiere azioni, darsi da fare per gli altri).

Secondo tali coordinate l’autore si pone sostanzialmente l’ambiziosissimo scopo di indagare l’anima di un popolo, che si solleva contro un governo violento e corrotto in cerca sopra ogni altra cosa del rispetto per la propria identità culturale. Basti pensare alle molte pagine dedicate ai canti popolari, all’insistito e spontaneo riproporsi dell’inno nazionale ucraino (un passante, suonatore di chitarra, chiede il permesso al filmmaker di cantarlo davanti alla macchina da presa, e a poco a poco il canto diventa collettivo), alle esibizioni di bambini in costumi locali sul palco, allo spazio lasciato alle prediche di indignati pope. È problematico, certo, che questo abbia preso forma anche tramite la partecipazione di forze d’estrema destra e di rocciosa ortodossia religiosa. Ma resta il dato incontrovertibile di un popolo che richiede se stesso al mondo, osservando piena fedeltà a un’idea d’indipendenza culturale già costata molte ferite al popolo ucraino nel corso della sua storia travagliata. È altrettanto emblematica la scelta d’ampiezza delle inquadrature operata da Loznitsa: per lo più campi allargati, ma che quasi mai si espandono a catturare tutta la popolazione raccolta in piazza. L’altezza del punto di vista è spesso appena sopra alla massa, come se a fare le riprese fosse un gigante di al massimo tre metri.
In pratica Loznitsa racconta anche il popolo nel suo insieme, ma rendendone sempre porzioni, un frammento dopo l’altro, alla ricerca di tutto quel che nei grandi movimenti di piazza nessuno racconta: la gente che si dà da fare, che gestisce una mensa di piazza, che improvvisa barricate ammassando di tutto, che collabora. Un racconto dei margini che al tempo stesso non sfugge mai dal centro. Ne è prova l’unico vero, rapido e imprevisto movimento di macchina di tutto il film: durante la prima repressione della polizia, Loznitsa è costretto a spostarsi repentinamente con tutta la sua attrezzatura ancora in funzione per difendersi dagli attacchi. Aver lasciato quel frammento nel montaggio definitivo è un ulteriore atto di fedeltà alla sua idea di cinema, una dichiarazione di poetica: un’immagine cinematografica in continuo divenire, che sceglie la propria immobilità perché sia la realtà a manifestarsi, e che concede a se stessa di muoversi solo per preservarsi e mettersi in sicurezza, ovvero per permettere a se stessa di continuare a testimoniare quella stessa realtà in divenire.

Dalla rivendicazione della propria esistenza e resistenza culturale, il passo verso il populismo è drammaticamente breve. Loznitsa non declama, non condanna, non giudica. Lascia che eventualmente siano i fatti a parlare. Sono molti i momenti in cui a un nostro occhio occidentale, illusoriamente al riparo da tali dinamiche socio-politiche, la Maidan di Kiev, raccontata da Loznitsa con i suoi morti e feriti, può sembrare l’esplosione di facili sentimenti populisti contro malaffare e corruzione, sorretta magari da dinamiche a sua volta “sovra-popolari”, in cui la gente è ridotta per l’ennesima volta a strumento (il coinvolgimento del potere religioso, perdonateci il pregiudizio, solleva qualche sospetto di opportunismo socio-politico). Ma magari bisogna aver provato sulla propria pelle incessanti umiliazioni storiche per poter capire davvero quanto possa diventare forte la necessità di riconoscersi, ed essere riconosciuti dagli altri.

Info
Il sito ufficiale di Sergei Loznitsa.
I titoli del concorso internazionale del Festival dei Popoli in cui è selezionato anche Maidan.
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