The Imitation Game

The Imitation Game

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Nel novero dei Film da Oscar, The Imitation Game ha il pregio e il difetto di osare la versione più complessa del ricettario, salvo poi lanciarsi in un’esecuzione piuttosto sobria e convenzionale, elevata dalla parabola dell’attore Benedict Cumberbatch.

L’Enigma dell’imitazione

Nel 1952 la polizia britannica arresta il matematico Alan Turing con l’accusa di atti osceni. Di fronte a un poliziotto che lo crede una spia sovietica, Turing racconta come anni prima, durante il secondo conflitto mondiale, collaborò con le forze militari e coi servizi segreti per costruire la prima macchina in grado di decodificare Enigma, il misterioso generatore di messaggi in codice delle forze naziste, contribuendo in modo significativo alla vittoria degli Alleati… [sinossi]

Geniale, sociopatico e incompreso: Alan Turing è un soggetto perfetto per un film degli anni Duemila. Se fosse vissuto in epoca contemporanea, sarebbe una delle innumerevoli incarnazioni di Sheldon Cooper che si aggirano nei campus americani. Se avesse inventato un social network, avrebbe meritato un personaggio perfino più interessante e complesso del Mark Zuckerberg del film di David Fincher. Invece, è vissuto nell’Inghilterra tardo vittoriana in cui l’omosessualità era un reato e dove se parlavi di macchine che risolvono calcoli estremamente complessi eri considerato altrettanto deviato. Motivo per cui è diventato il protagonista di un Film da Oscar, da intendere non tanto come giudizio di valore sulla qualità della pellicola, quanto come quella ricetta cucinata a dovere che ritualisticamente Hollywood prepara e presenta nei cinema nel periodo fra Natale e Pasqua. Conosciamo pregi e difetti di questo genere vero e proprio: trama lineare, attori in stato di grazia, drammatizzazione degli eventi storici in perfetta evoluzione con il dramma personale e intimista dei protagonisti, dialoghi non del tutto realistici ma perfetti per generare pathos e aumentare l’effetto “qui si fa la Storia”.

The Imitation Game è alla base un biopic su un episodio dimenticato della Seconda Guerra mondiale: tre dettagli che lo inscrivono da sé in questa cornice aurea della corsa all’Oscar. A questo si aggiungono progressivamente temi e filoni narrativi più recenti del “Film da Oscar”: la genialità folle di A Beautiful Mind, l’omosessualità dolente di Brokeback Mountain, la sociopatia arrogante di The Social Network. Su tutto, il nume tutelare della Weinstein Company, i più scaltri promotori di Film da Oscar di tutta Hollywood, a far da sigillo di garanzia al prodotto.
The Imitation Game ha quindi il pregio e il difetto di osare la versione più complessa del ricettario, quella da chef esperti, salvo poi lanciarsi (complice forse la “prima volta” con il cinema dal respiro internazionale dello sceneggiatore Graham Moore e del regista norvegese Morten Tyldum) in un’esecuzione piuttosto sobria, misurata, quasi da film senza grandi ambizioni.

La narrazione interseca tre linee temporali (l’interrogatorio della polizia, la decodifica di Enigma e l’infanzia di Turing) senza giocare con sovrapposizioni ricercate o effetto sorpresa. Alla trama spionistica abbastanza convenzionale e alla suspense affidata alla costruzione della macchina e allo scontro fra personaggi descritti in modo piuttosto schematico, si affianca silenziosamente (fino a dominare l’ultima parte) il dramma intimo e personale della sessualità del protagonista. In poche parole: viene mostrato continuamente che il vero Enigma del film è l’uomo Turing, ma la curiosità e la passione che genera è pari a quella di un cruciverba con le soluzioni stampate a fianco.
Poco altro c’è da aggiungere rispetto a quello che già è stato (e verrà in futuro) scritto sui film costruiti secondo questo formulario al contempo conservatore e riformista (contraddizione che, c’è da dire, le major riescono il più delle volte a risolvere positivamente). A meno che non si voglia inserirlo all’interno di una cornice più larga di quella storica, etica e memoriale in cui lo pone il suo plot.

Film vecchio e nuovo, scomodo e accomodante, ruffiano e sommesso, ambizioso e discontinuo, The Imitation Game arriva fuori tempo massimo nel novero dei film del suo genere ma in perfetta sincronia con la parabola della carriera del suo protagonista: Benedict Cumberbatch. È sull’attore britannico più apprezzato del momento che si costruisce la storia alternativa e forse più interessante del film. A guardare le scelte dell’attore, da Sherlock a Julian Assange passando per il Frankenstein teatrale diretto da Danny Boyle, tutto sembra dirigere verso questa parte che unisce l’idea del genio sociopatico e reietto con quella dell’uomo che ha cambiato il corso della storia moderna. Il suo volto spigoloso e sofferto, alieno e umanissimo, è talmente dentro la storia e il personaggio da incarnare perfettamente anche frasi artificiose e contorte come: “A volte sono le persone da cui non ci si aspetta niente a fare cose che nessuno si aspetta”.

Info
Il trailer di The Imitation Game.
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