Io la conoscevo bene

Io la conoscevo bene

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Il capolavoro di Antonio Pietrangeli, Io la conoscevo bene, a cinquant’anni dalla sua uscita continua a dimostrare una modernità sconcertante.

Adriana, ragazza di provincia che vuole farsi strada nell’ambiente dello spettacolo, cerca la fortuna a Roma. Qui incontra personaggi di varia risma, e conosce la disillusione di un mondo ben meno luccicante di come appare… [sinossi]

Il volo di Adriana, anticipato da un’inquadratura a piombo con zoom annesso sulla ragazza, compirà in questo 2015 cinquant’anni. Senza quella tragica scelta finale, contrappuntata da Antonio Pietrangeli attraverso un virtuosismo di regia (e di scrittura) mai sciattamente innamorato di sé, la Adriana Astarelli incarnata da Stefania Sandrelli avrebbe oggi più di settant’anni e, dall’alto di una probabile sicurezza pensionistica, guarderebbe arrancare una pletora di ventenni impossibilitate anche solo a sognare il dorato mondo edificato con cura luciferina dalla “società dello spettacolo”. Non fosse saltata giù dal balcone che dà sul Tevere, smascheratasi dalla parrucca, Adriana sarebbe forse finita a lavorare come maschera in un cinema, seguendo la traiettoria umana della Luciana Zanon interpretata sempre dalla Sandrelli in C’eravamo tanto amati di Ettore Scola (qui nelle vesti di sceneggiatore insieme allo stesso Pietrangeli e a Ruggero Maccari), il film che nove anni più tardi porrà la parola definitiva sul grande racconto dell’Italia repubblicana.
Io la conoscevo bene, apice del cinema di Antonio Pietrangeli e tra le punte di diamante dell’intera storia della Settima Arte italiana, è un film sul boom economico: lo è alla stregua di altre pellicole dell’epoca, dal Dino Risi di Una vita difficile, Il sorpasso e L’ombrellone all’Ermanno Olmi de Il posto, dal Francesco Rosi de Le mani sulla città al Luchino Visconti di Rocco e i suoi fratelli, fino a, ça va sans dire, il tautologico Vittorio De Sica de Il Boom. Laddove l’attualità produttiva propone un distacco spesso pudico e la comodità nello scegliere un punto di vista che concentri al proprio interno tutto e il contrario di tutto, finendo col dimostrarsi programmaticamente innocuo, il cinema italiano degli anni Sessanta ha il coraggio, la sfrontatezza, la forza di osservare la realtà assumendo una postura politica, sempre in grado di scegliere una parte senza ridursi a compromessi.

In questo senso Io la conoscevo bene rappresenta un punto di passaggio fondamentale: nel 1965, quando ancora sottovoce stanno salendo in superficie i gorgoglii riottosi che troveranno compimento nella baraonda contestataria, l’idea di “benessere” ha abbandonato i dettami della sopravvivenza impartiti dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale per forgiare il nuovo ceto medio, la borghesia occidentale. Si è deciso di instaurare il dominio del desiderio nelle sue classi consumistiche. Adriana ne è frutto, artefice e vittima allo stesso tempo: possiede e viene posseduta con una logica di mercato tragica e che non prevede alcun condotto d’aria possibile. È asfissiata da sé e dal mondo che frequenta, spinta dalla speranza di poter accedere ai lustrini di un universo spettacolare quanto vacuo, falso, miserabile.
Riesce anche a far parte di quel microcosmo mefitico, Adriana, ma sempre come suppellettile, elemento della scenografia, ghiribizzo dell’intellettuale di turno o preda del sedicente impresario che ha su di lei mire di tutt’altro genere. Non è sperduta, Adriana, semplicemente si muove per strade che sono solo ed esclusivamente immaginarie: la sua prospettiva è l’illusione di una realtà che dietro la maschera (indossata da chiunque) prevede solo un buio ottundente. Non esiste forse sguardo più crudele, disgustato, rabbioso e ineluttabile di quello che Pietrangeli sfoggia in Io la conoscevo bene, perché non esiste reazione possibile a una tale disperata dissoluzione dell’umano. Ci si può solo soffermare sul bozzetto, sempre approcciato attraverso una messa in scena mirabile, in cui il gesto cinematografico si trasforma in ultimo rabberciato eppur splendente argine contro la rutilante carneficina della società: in questo senso sequenze come quella dello studio collettivo di dizione rappresentano uno squarcio nel nero, luce accecante quanto effimera.

Non è certo un caso che la fotografia di Armando Nannuzzi si concentri con tanta attenzione sulle infinite sfumature del bianco, alla ricerca di un contrasto con ciò che avviene sullo schermo. Perché Io la conoscevo bene è una marcia di morte, saggiamente ellittica ed episodica, slabbrata e umorale, che procede però con rigorosa precisione verso l’unica meta raggiungibile. Adriana Astarelli muore nel momento stesso in cui mette piede a Roma, ma è in realtà già cadavere: dove la condurrebbe infatti la vita nella fattoria di famiglia, immersa nella campagna toscana? Come altri mirabili personaggi di quella che con frettolosa semplicità fu definita “commedia all’italiana”, la giovane aspirante “stella” non ha collocazione in un mondo che propaganda illusioni e le svende come merce al migliore acquirente. Come Elide Catenacci in C’eravamo tanto amati, ma anche come il giovane studente universitario Roberto ne Il sorpasso, anche Adriana cerca di spostarsi al di sopra (o a fianco, o dietro, il risultato non cambia) della propria classe di appartenenza, quella che le è stata assegnata al momento della nascita e che una nazione come l’Italia non ha alcun interesse affinché venga modificata. Per questo paga, oltre che per la sua naturale incapacità a essere qualcosa di reale, concreto, tangibile.
Quasi un’entità fantasmatica, ectoplasma del reale che si aggira in un inferno chiamato democrazia reclamando desideri che non possono – e non vogliono – essere appagati da nessuno. Non ha neanche la forza di umiliarsi, Adriana, quella struggente necessità di apparire che muove invece il Bagini di Ugo Tognazzi in una delle sequenze più celebri del film: passa da un uomo all’altro, da una situazione all’altra con la stessa semplicità con cui cambia le canzoni pop alla moda sul suo giradischi. Non sceglie, se non in un’unica, irrimediabile occasione.

La Roma in cui si muove la giovane, allora come oggi, è un supermercato delle velleità, grande bazar in cui tutto è contrattato, ma ben poco consentito: ben lontano dall’ideale di una qualsivoglia “grande bellezza”, Pietrangeli abbandona la speranza sottoproletaria de Il sole negli occhi e, annullando anche la già pessimista visione di Adua e le compagne (dove, nella tragedia, permaneva l’appiglio della collettività), tratteggia un dipinto di solitudine esistenziale, sociale, politica, umana.
Adriana non è abbandonata al proprio destino solo per sue responsabilità o per la cerchia di malaugurate conoscenze cui si affida, ma perché è la stessa struttura della società a muoverla in quella direzione. Quella di Io la conoscevo bene è la storia di una ragazza qualsiasi, in un’Italia agghindata a festa per nascondere la macelleria sociale che sta scientemente portando a termine. Sono trascorsi cinquant’anni, ma Antonio Pietrangeli è ancora in grado di raccontare una realtà immutata, e una tragedia eternamente replicata.

Info
Il trailer di Io la conoscevo bene.
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2 Commenti

  1. Angelo Liberati 15/06/2015
    Rispondi

    Nulla da aggiungere e molto da condividere, con ogni mezzo, anche su Facebook.

  2. Trackback: Antonio Pietrangeli : Adua e le compagne – La Visita | controappuntoblog.org

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