Father and Sons

Father and Sons

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Opera tra documentario e videoinstallazione, Father and Sons di Wang Bing è ancora una volta uno squarcio su un frammento della popolazione cinese, la vita di tutti i giorni in un angusto stanzino di un bambino, suo fratello e il padre, in una zona mineraria dello Yunnan.

Padre, figli e il grande fratello

L’operaio Cai vive a Fuming, nello Yunnan, con i suoi due figli in un tugurio, con un’unica piccola stanza e un solo letto, fornito dalla sua ditta. Wang Bing ha iniziato a filmare la loro vita dal 2 febbraio 2014, fino a quando, quattro giorni dopo, non è stato costretto a terminare le riprese per le minacce ricevute dalla ditta di Cai. [Sinossi]

Wang Bing torna nella regione dello Yunnan, dove già era ambientato il suo Le tre sorelle. Ma non siamo più in un contesto rurale quanto in un mondo urbano fatto di enormi casermoni, che si vedono negli unici due sprazzi in esterni, un mondo industriale, produttivo, costellato di piccole fabbriche come suggerito dalla scritta finale. Ancora un mondo nascosto, occultato, tenuto in ombra da una società che mette in luce la sua parte moderna, scintillante, senza illuminare tutti quei suoi gangli interni che servono, a caro prezzo, a produrre quei lustrini e pailettes, a far funzionare la megamacchina. Una società industriale che nasconde il suo funzionamento. Però, in una logica genuinamente fordiana – il sistema produttivo deve garantire una piccola utilitaria anche agli operai che ne fanno parte, in modo da fargli contenti per poi lavorare meglio –, la famiglia di Cai è parte dell’ingranaggio produttivo, cui l’uomo, nel suo piccolo lavoro di operaio, contribuisce; ed è raggiunta, allacciata, al sistema energetico. Anzi, nella loro esistenza estremamente modesta, ciò che non manca è proprio la luce, l’elettricità, che alimenta televisione e telefonino, diffusa a tutti secondo una logica apparentemente democratica, che in realtà è una logica di controllo e di ottundimento delle coscienze individuali attraverso i media. Anzi il punto di vista, fisso per quasi tutto il film, nella piccola cameretta sembra combaciare proprio con l’interruttore della luce. A questo si avvicina Cai quando la spegne virando l’immagine al buio.

Luce, buio, ombre sono i protagonisti del film. A partire dalla prima, lunga, inquadratura: uno dei due bambini sotto le coperte, la televisione perennemente accesa come in tutto il film, ma mai vista, semplice fonte luminosa, e l’ombra del padre, la sua silhouette. Nel mondo tecnologico e massmediatico, Wang Bing costruisce un teatrino delle ombre cinesi, la piccola stanza diviene una caverna platonica con i suoi prigionieri incatenati.

La purezza dello sguardo di Wang Bing, la rarefazione estrema di un cinema fatto di poche, lunghissime inquadrature fisse, i cui stacchi sono segnati da momenti di buio. Un cinema dove sembra non succedere nulla ma in realtà succede tutto. Un ambiente in disordine estremo, fatto di tante cose accatastate e appese ai muri, sacchi, vestiti, una enorme crepa nel pavimento e tre cagnolini che entrano ed escono dal proprio cesto. La televisione è sempre accesa, si sente il suo audio, noioso, monocorde, una litania snervante di musiche trionfalistiche, rulli di tamburi, canzoncine. Ma il primo figlio non la guarda, pur lasciandola accesa, passando tutto il tempo a giocare con il cellulare. Il secondo figlio viene invece attratto dalla televisione, la segue, la fissa, diventa spettatore. E l’audio che ne esce sembra effettivamente più accattivante, si percepisco dei dialoghi, come un film o uno sceneggiato. Il primo figlio arriva e cambia canale per poi, forse, tornare al canale di prima. Uno stacco di nero segna un cambio di inquadratura ma non corrisponde a uno stacco dell’audio, sempre dalla televisione, che procede come una banda separata. La televisione, schermo secondario, rimane sempre fuori campo. Lo sguardo fisso, come si diceva, è terzo, non è la televisione, lo schermo che guarda il suo pubblico come potrebbe essere nel famoso piano sequenza di Goodbye Dragon Inn. Timidi sguardi in camera aumentano verso il finale, fino a quando si arriva a un piccolo movimento di macchina, dirompente nella fissità generale, che verso l’alto inquadra il volto del padre, che a sua volta guarda in macchina, spegne la luce e il film. Il cortocircuito luce, buio, sguardi, cinema, vita di Wang Bing segna il game over.

Info
Father and Sons sul sito del Festival di Rotterdam.
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