Knight of Cups

Knight of Cups

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Presentato alla 65esima edizione della Berlinale, Knight of Cups, settimo film di Terrence Malick, è ancora un’opera sui massimi sistemi, contemplativa, dove la struttura portante è quella del flusso di coscienza.

Tutto scorre

Rick è una star di Hollywood, schiavo del sistema. È dipendente dal successo ma contemporaneamente deplora la vacuità della sua vita. È a casa nel suo mondo di illusioni ma cerca la vita vera. Come la carta dei tarocchi del titolo, Rick si annoia facilmente e cerca stimoli esterni. Ma il Cavaliere di Coppe è anche un artista, un romantico e un avventuriero. [sinossi]

Lasciate ogni speranza di narrazione, o voi che entrate a vedere un film di Malick. Come nel precedente To the Wonder, il regista texano torna con un’opera sui massimi sistemi, contemplativa, dove la struttura narrativa è ridotta a un mero abbozzo, e dove la struttura portante è quella del flusso di coscienza.
Un divo di successo e la sua vita dissoluta, tra donne e cocktail in piscina. Un vuoto umano che necessita di essere colmato con un pieno cosmico. Ancora Malick torna a mettere in stretta correlazione la vita umana, la parabola esistenziale di un essere vivente, mediocre, dissipativa secondo i nostri canoni, con un sistema cosmogonico, con il creato, declinato in questo film in una struttura esoterica scandita in capitoli corrispondenti alle carte dei tarocchi, così titolati da cartelli.
Il cinema di Malick scivola sempre più verso l’astrazione, la rarefazione assoluta con uno sguardo di purezza. Una purezza richiamata dai giardini zen di sabbia nel film. Con uno sguardo galleggiante, fluttuante generato da una steadicam che è in perenne scivolamento. È una deriva continua, una destabilizzazione della visione, il cui oggetto cambia in continuazione. Scenari, situazioni che si susseguono, che durano pochissimo.

Tutto scorre. In un’opera in continua oscillazione tra vita e cosmo, genere umano e universo, immanenza e trascendenza, fisica e metafisica. Lande desolate, paesaggi estremi, finis terrae, paesaggi brulli, aurore e tramonti, territori ai limiti, spiagge, ma anche tunnel, binari, grovigli di strade sopraelevate e cavalcavia, architetture moderniste alla Playtime, animali marini visti dal vetro di un acquario, l’ape salvata dall’annegamento. E poi immagini manipolate, immagini elettroniche, a definizione bassa, a grandangolo, il montaggio analogico che mette in relazione gli sbandamenti di un furgone con la stessa traiettoria di un elicottero. Due immagini paiono la quintessenza del film: i giardini zen di sabbia, di cui sopra,e poi quella delle misteriose pietre che camminano, uno strano fenomeno che avviene nella Racetrack Playa, un lago asciutto della Valle della Morte, in California: lastroni di pietra che sembrano muoversi da soli su un terreno solido, un fenomeno misterioso di cui solo di recente si è trovata una spiegazione scientifica, con un complicato fenomeno che coinvolge vento e sottili strati di ghiaccio. Una manifestazione che sembra prodigiosa che non poteva non attrarre l’attenzione del regista, che si situa su un crinale sottile tra magia e positivismo e che ancora rappresenta lo scivolamento, contro ogni ostacolo, spostamento cardine di tutto il film.

Puro estetismo per quanto ricercato? Malick viaggia in realtà su due binari, quello delle immagini e quello dei pensieri dei personaggi, non solo del protagonista, i loro flussi di coscienza resi come io narrante in voce off – cifra stilistica del regista. Manca in Malick, a differenza di Kubrick di cui si pone come ideale erede, il silenzio. L’ascetico regista Malick realizza un film in cui il protagonista appartiene al suo stesso mondo del cinema. Ma un personaggio al suo esatto opposto, presenzialista, protagonista, star, dedito alla bella vita. Il giudizio morale è una categoria umana, Malick si pone oltre. E del resto il suo corrispettivo Jack di The Tree of Life era un personaggio non esente da tormenti. Rick, il Cavaliere di Coppe è un Don Chisciotte, un avventuriero, un astronauta, un navigatore, un esploratore, un Icaro, un Dave Bowman che prosegue il suo, kubrickiano, viaggio allucinante. Ma il mondo del cinema è quello dei simulacri, dei surrogati della realtà costruiti dall’uomo. I teatri di posa con le città ricostruite, il gigantesco diorama stradale con macchinine, e poi il caleidoscopico luna park di Las Vegas, tra una finta sfinge e una finta Nike di Samotracia, tavolini di bar davanti a una altrettanto fasulla Fontana di Trevi. Ancora lo sguardo di Malick è neutro, al di sopra, nessuna sottolineatura kitsch che pure è una categoria umana. E poi ancora la galleria d’arte, i quadri e le sculture. Non solo l’uomo, l’arte, la cultura e la natura, ma anche le costruzioni e le illusioni artificiali che il genere umano costruisce attorno a sé.
Ambizioso, pretenzioso? Certo è Malick. Che pure genera un’overdose di immagini. Ma è un effetto perfettamente voluto.

INFO
Knight of Cups sul sito della Berlinale.
Il trailer originale di Knight of Cups.
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