Vizio di forma

Vizio di forma

di

Tratto dal romanzo omonimo di Thomas Pynchon, arriva in sala il nuovo parto creativo di Paul Thomas Anderson. Vizio di forma è un viaggio ipnotico e drogato nell’America degli anni Settanta.

Doc Sportello, detective

Los Angeles, 1970. Larry “Doc” Sportello è un investigatore privato tossicodipendente che riceve la visita di una sua ex fidanzata, Shasta. La donna chiede a Doc di evitare che l’uomo con cui ha una relazione, il miliardiario Mickey Wolfmann, sposato con un’altra donna, venga internato dalla moglie e dall’amante di quest’ultima. Doc accetta di aiutarla, intraprendendo a sua insaputa un cammino che lo porta a incontrare una serie di stravaganti personaggi e vivere bizzarre situazioni. [sinossi]
Avendo optato per l’aria professionale, Doc raccolse i capelli in una coda di cavallo ben stretta,
la bloccò con il fermaglio di cuoio che solo in seguito ricordò essere stato un regalo di Shasta,
ci posò sopra un borsalino nero d’epoca, e si mise al collo un registratore.
Allo specchio sembrava abbastanza credibile.
Thomas Pynchon, Vizio di forma.

L’accidia è un termine tutt’altro che da sottovalutare se si vuole tentare l’impresa di penetrare in profondità la poetica di Thomas Pynchon. Lo stesso romanziere, nel breve intervento Più vicino a te, o mio divano, scrisse “Al pari degli altri sei peccati capitali, l’accidia era considerata progenitrice di un’intera famiglia di peccati minori, o veniali, tra i quali l’ozio, la pigrizia, l’irrequietezza del corpo, l’instabilità e la verbosità.”, per poi aggiungere, a chiosa dell’intero percorso analitico “Forse il futuro dell’accidia risiede nei peccati contro ciò che oggi pare connotarci sempre di più – la tecnologia.”.
È un mondo già tecnologico, quello in cui si muove Larry Sportello, chiamato da tutti Doc: gli Stati Uniti del 1970, ancora infognati nella giungla vietnamita e pronti alla discesa all’inferno del Watergate, hanno già raggiunto la Luna. Hanno già vinto sul futuro. Non ha certo l’aria del vincitore Sportello, detective privato senza arte né parte, immerso nei fumi di qualsiasi sostanza stupefacente possa passargli tra le mani. E con la mente altrove. A Shasta.
Tra tutti gli eccellenti scrittori che il panorama letterario a stelle e strisce cresce nel suo caldo eppur asfissiante ventre materno, Thomas Pynchon è il meno cinematografico, il più intraducibile in immagini: come cogliere il sottile substrato umorale delle parole, mai scelte a caso e sempre destinate a scalfire la mente del lettore? Come dare senso strettamente narrativo a una materia così incandescente, magmatica, voluminosa e impalpabile allo stesso tempo? Forse solo L’incanto del lotto 49 e qualche altro racconto sparso potrebbe essere “immaginato” attraverso lo sguardo.

L’impresa di Paul Thomas Anderson con Vizio di forma, dunque, è a suo modo titanica, degna di un regista che ha fatto dell’ambizione, anche spropositata, il proprio marchio di fabbrica. Nella pura narrazione attraverso l’immagine Anderson ha trovato apice e pedice della sua (ancor giovane) carriera autoriale: l’esaltante elegia deforme e disperata della nascita del Capitale con There Will Be Blood (tratto, non è un caso, dalle pagine di un altro grande romanziere americano, Upton Sinclair) da un lato, e l’assai meno convincente The Master dall’altro, con la biografia di Lafayette Ron Hubbard e John Steinbeck che si mescolavano a memoria intime di amici – Jason Robards su tutti.
Anche per svincolarsi da questo universo visionario, probabilmente, Anderson riparte dalla parola: la narrazione del film, affidata al personaggio di Sortilège (interpretata da Joanna Newsom, arpista e cantautrice che si è sempre mossa in direzione di un recupero della West Coast degli anni Sessanta), è uno dei tratti distintivi di Vizio di forma, e permette al racconto di non avvilupparsi in maniera eccessiva su se stesso. È un’opera ostica, Vizio di forma, annodata, rinchiusa in sé per eccessiva libertà. Come Doc Sportello anche il romanzo di Pynchon e il film di Anderson si muovono in una nebbia perenne, impossibile da attraversare completamente. Non c’è lucidità, perché quella si è persa in un giorno di pioggia, in un’epoca in cui il protagonista e la sua Nazione erano ancora salvi, se non puri almeno non completamente corrotti, drogati, assuefatti all’oggi.

La regia di Anderson, come d’abitudine elegante, non cede mai al fascino del gesto estetico in quanto tale, ma sprofonda con gloriosa magnificenza in un mælström dell’assurdo acquoso, che ha nel sofa del soggiorno tana e culla, unica reale protezione contro la barbarie insensata del mondo.
Come ogni ambizioso film statunitense che si rispetti, anche Vizio di forma si adatta al “grande romanzo americano” cercando e trovando traiettorie inusuali per raccontarlo. Ha la grazia furibonda e priva di senso logico del Big Lebowski dei fratelli Coen (e il romanzo sembra rifarsi in maniera chiara anche a una approfondita visione del film del 1998), alla quale aggiunge una malinconia persistente, ottundente, ovattata e a sua volta impossibile da scalfire.
Ciò che Sportello cerca, al di là della risoluzione di un caso in cui tutto e nulla sembra essere collegato (come da tradizione sia nel noir statunitense che nella letteratura di Pynchon nello specifico), è il ritorno a un ideale di vita che è forse sempre stato solo sognato, e mai realmente realizzato. L’American Dream è nel 1970 percepibile solo attraverso l’oppio o la marijuana, le navi su cui si sognava di fuggire si muovono ben lontane dalla riva e trasportano la lordura del mondo, le comuni sono un’illusione che nasconde poliziotti infiltrati, gli ebrei del Capitale sono affascinati dai movimenti neonazisti. E Shasta non c’è. Non c’è più. Sportello vorrebbe togliersi di dosso le scorie della dipendenza, e con lui anche Anderson, nella seconda metà, affronta un percorso di purificazione (impossibile) dalla vertigine drogata in cui si è immerso il film: una normalizzazione che arranca, orfana dell’euforia distorta. Sportello non può trovare pace, perché è il sistema in cui si muove a essere inesorabilmente drogato, stordito, confuso, annebbiato. È l’America, a conti fatti, la vera tossicodipendente.

Sportello si muove a tentoni, sbatte, cade, viene arrestato, urla e si contorce, ride e ama. Vive. Ma ne è davvero consapevole? Accompagnato dalla splendida colonna sonora di Jonny Greenwood, e dalle musiche dell’epoca (Can e Neil Young su tutti), Paul Thomas Anderson filma una danza tossicodipendente, terracea ed eterea, che lo smarca dall’autoerotismo autoriale di The Master e lo riconduce sulla strada maestra. Thomas Pynchon resta romanziere intraducibile in immagini in movimento. Ma non per tutti.

Info
Vizio di forma, il trailer.
  • vizio-di-forma-inherent-vice-2014-paul-thomas-anderson-01.jpg
  • vizio-di-forma-inherent-vice-2014-paul-thomas-anderson-02.jpg
  • vizio-di-forma-inherent-vice-2014-paul-thomas-anderson-03.jpg
  • vizio-di-forma-inherent-vice-2014-paul-thomas-anderson-04.jpg
  • vizio-di-forma-inherent-vice-2014-paul-thomas-anderson-05.jpg
  • vizio-di-forma-inherent-vice-2014-paul-thomas-anderson-08.jpg
  • vizio-di-forma-inherent-vice-2014-paul-thomas-anderson-06.jpg
  • vizio-di-forma-inherent-vice-2014-paul-thomas-anderson-07.jpg
  • vizio-di-forma-inherent-vice-2014-paul-thomas-anderson-09.jpg

Articoli correlati

  • Roma 2015

    junun-2015-paul-thomas-andersonJunun

    di Un'esplorazione giocosa e discreta per un documentario etnomusicologico insolito e immersivo. Con Junun Paul Thomas Anderson ci trascina al seguito di Jonny Greenwood nel cuore del Rajastan e delle sue sonorità. Al Festival di Roma.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento