Indiscreto

Indiscreto

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Prima volta in blu-ray in Italia per Indiscreto, commedia glamour con Ingrid Bergman e Cary Grant. Manierata manifestazione di un divismo d’altri tempi.

Cinema della mostrazione. Cinema d’evasione. Emana un’idea di grande gioco da Indiscreto (1958) di Stanley Donen, pubblicato per la prima volta in blu-ray nel nostro paese per Sinister Film e CG. È il cinema ricondotto a una dimensione puramente ludica, che vive di se stesso e si pone come intrattenimento per platee desiderose di allontanarsi dalla realtà. Inutile perdersi dietro a elucubrazioni, inutile cercare verità di inaudita profondità sulla natura umana.
Indiscreto è il cinema anglosassone anni Cinquanta all’ennesima potenza, prosciugato anzi nei suoi elementi verso una resa espressiva di un tale conclamato manierismo da staccarsi da terra come una mongolfiera. E prosciugato anche nella sua significanza, visto che nella nobilissima tradizione della “sophisticated comedy” appare come uno degli episodi più superficiali ed epidermici, tutto centrato sull’esibizione della meraviglia-cinema, divismo compreso.
Ingrid Bergman e Cary Grant, di nuovo insieme una decina d’anni dopo Notorius (1946) di Alfred Hitchcock, prendono il volo in mongolfiera e cercano di far sognare il pubblico, mostrando una realtà così poco accessibile e così idealizzata che perde i connotati reali pure dell’alta borghesia evocata. Non era un cinema che si andava a vedere per empatizzare e riconoscersi. Era un cinema che probabilmente evocava nel pubblico ammirazioni “profilmiche”. Toilette fastose, appartamenti da sogno, sociosfere inarrivabili, interminabili schermaglie amorose e lo splendore del Technicolor.

In tal senso appare non casuale che in cabina di regia sieda Stanley Donen, uno dei maestri del musical classico americano. In qualche modo Donen riconduce infatti le coordinate del musical in una commedia senza parentesi canore o danzanti, in cui tuttavia le meraviglie profilmiche del musical sono ben rintracciabili in décor e costumi. Ingrid Bergman esce per andare a cena esibendo mises che spesso sfiorano il ridicolo, mentre Cary Grant non abbandona mai l’inappuntabile tight con tanto di scarpa nero-lucida dall’interno rosso. Vi è pure una sequenza di balletto, anche se inserita in un contesto strettamente diegetico.
Tratto da una pièce teatrale di Norman Krasna, che si occupò anche della sceneggiatura del film, Indiscreto narra l’incontro tra Anna Kalman e Philip Adams, un’attrice di grande successo, fastidiosamente single, e un esperto di finanza che ha ricevuto un’offerta di lavoro dalla NATO. Entrambi non più giovanissimi, s’innamorano perdutamente, malgrado l’uomo dichiari di essere sposato e impossibilitato a divorziare. In realtà Philip, allergico al matrimonio, non è sposato, ma ha preso l’abitudine di dichiararsi tale alle donne secondo un proprio codice personale di correttezza. Di qui, una sequela infinita di schermaglie amorose giocate sulla maschera e la menzogna, fino all’inevitabile lieto fine.

Donen ricorre rispettosamente ai dettami del linguaggio classico hollywoodiano, secondo l’idea di trasparenza stilistica americana soprattutto in ambito di commedia. Tuttavia la veste filmica di Indiscreto subisce un ulteriore prosciugamento nei suoi elementi. Il film infatti si concentra decisamente su una coppia di protagonisti che fanno piazza pulita di tutti gli altri comprimari, sorreggendo in pratica tutto il racconto sulle loro spalle divistiche, e si dà netta preminenza al brillante tessuto dialogico di sceneggiatura. Sicuramente in questo gioca un peso determinante anche la derivazione teatrale, che Donen sembra voler occultare solo a tratti.
È indicativa in tal senso una delle prime inquadrature, in cui i servitori di Anna aprono le tende di una finestra, lasciando intravedere i personaggi al di là della vetrata. Non si tratta di un riflesso metalinguistico, bensì di una prima dichiarazione d’intenti. Si va in scena, si apre il sipario, e non per ribadire che il testo di Krasna aveva visto la sua prima luce in palcoscenico secondo una sorta di tributo da “teatro in scatola”, ma per sottolineare che assisteremo a un gioco di maschere di secondo livello, in cui l’attrice Anna Kalman si trova a imbastire messinscene nella sua vita reale per giungere allo svelamento di verità. Secondo tale linea di ragionamento Indiscreto non teme di mostrare tutta la sua artificiosità di derivazione teatrale. Dialoghi performativi e ridondanti, che spesso sostituiscono l’azione, proprio come accade a teatro. Scarsa varietà di ambienti: buona parte dell’azione si svolge nel sontuoso appartamento di Anna, che aderisce a un’evidente scansione in atti. Dopo una prima parte ambientata nell’appartamento, il film esce all’esterno per l’atto centrale, facendo poi ritorno tra le pareti di casa per l’azione conclusiva. In un contesto simile finisce per adeguarsi anche la macchina da presa, che si affida per larghissima parte a inquadrature frontali, tese a valorizzare gli attori e il loro gioco.

Siamo dunque in pieno cinema della mostrazione, che giustifica se stesso esclusivamente nell’esibire se stesso e la propria ricchezza tutta di superficie. Una sontuosità che comprende sia lo scintillante profilmico in cui nulla è lasciato al caso (un esempio su tutti, per dare estremo rilievo al cromatismo del Technicolor, sulla parete di Anna intorno al focolare campeggia una serie di cornici tutte di colore diverso), sia l’esibizione divistica. Sicuramente Indiscreto non è la miglior sceneggiatura che Ingrid Bergman e Cary Grant abbiano incontrato, ma a ben vedere l’esilità dell’intreccio funge da cartina di tornasole dell’intero impianto del film. Perché in Indiscreto è poco importante di che cosa si parla, e come lo si parla: è importante invece che a “parlarlo” siano la Bergman e Grant, in un’esplosione difficilmente ripetibile di divismo autogiustificante. Donen centra infatti tutta la riuscita del film sulla capacità dei suoi due divi di trascinare per 99 minuti una schermaglia infinita di debolissima tenuta, che anzi cambia obiettivo più volte nel corso del racconto andando avanti per stanco accumulo. Se infatti per la prima metà pensiamo di assistere a un malinconico incontro tra due anime solitarie (molto bella in tal senso l’inquadratura in ascensore, in cui è procrastinato il primo bacio in un silenzio imbarazzato e pieno di desiderio tra due persone non più giovanissime), successivamente il film vira verso il paradosso esasperato, tutto radicato nel gusto per il brillante tira e molla sentimentale.

È altrettanto vero, però, che il gioco attoriale è di altissimo livello. Proprio in virtù della piena adesione al “film d’attori”, Indiscreto è prima di tutto un monumento all’arte di Ingrid Bergman. Rientrata da pochi anni a Hollywood dopo la tormentata parentesi rosselliniana, e “perdonata” dall’establishment tramite il simbolico Oscar per Anastasia (1956) di Anatole Litvak, la Bergman risplende dal primo all’ultimo minuto, capace di trascolorare dai palpiti amorosi a toni più o meno inediti di divertita commediante. Cary Grant assume invece i tratti di co-protagonista funzionale all’esibizione della collega, gioca tutto di sponda, e visibilmente ha un personaggio meno curato. Più di tutto, emerge comunque uno spirito di cinema “aereo”, che sfiora le profondità umane ma discostandosene con ferma decisione. Per Indiscreto potremmo ipotizzare audaci polemiche anti-matrimonio, o riflessioni sull’inconoscibilità reciproca tra uomo e donna. Ma a un passo dalla formulazione dell’ipotesi, la mente si ferma. E si mette a ridere. Perché in ultima analisi Indiscreto appare oggi un film anche più vecchio degli anni che ha: una manifestazione a un passo dagli anni Sessanta di “sophisticated comedy” anni Trenta, di cui però si erano persi per strada il cinismo e la pregnanza. Ne restava solo il divo, esibito come feticcio di un metodo.

Info:
La scheda di Indiscreto sul sito di CG Home Video

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