Mad Max: Fury Road

Mad Max: Fury Road

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Tornato dopo un trentennio al suo universo, George Miller dirige con Mad Max: Fury Road un reboot convincente, dal grande ritmo e dalla straripante fisicità, aprendo la strada per un possibile nuovo franchise.

Nuove furie in un vecchio futuro

In un mondo tornato al medioevo, che ha visto la civiltà collassare, si muove Max, ex poliziotto che non si dà pace per non aver saputo proteggere i propri cari. L’uomo giunge in una cittadella controllata da un dittatore che raziona le poche risorse disponibili, tra cui l’acqua e il petrolio. Catturato, Max ha tuttavia la speranza di salvarsi grazie a un’inattesa ribellione… [sinossi]

Siamo in piena epoca di reboot, di azzeramento e riavvio di vecchie saghe, di nuovi prodotti che rispolverano vecchie icone, adattandole a tempi, modalità espressive e spettatori moderni. Questo è fuor di dubbio, ed è un processo che certo non data da oggi: ma un prodotto come questo Mad Max: Fury Road, atteso riavvio/nuovo episodio di una delle saghe-chiave del cinema d’azione, merita un’attenzione particolare. Innanzitutto, perché il suo progetto nasce in tempi non sospetti, tempi in cui la tendenza al riciclo (comunque, da sempre parte integrante dell’industria cinematografica) non aveva ancora invaso in lungo e in largo il cinema mainstream, come avrebbe fatto negli anni successivi. Era il 1998, infatti, quando il progetto di un nuovo episodio del franchise aperto un ventennio prima aveva attraversato la mente del regista George Miller; e sarebbe dovuto essere il 2001, con lo script praticamente già pronto (e il protagonista Mel Gibson ancora abile e arruolato) l’anno di inizio riprese del nuovo film. La storia, non solo quella cinematografica (leggasi: 11 settembre, e conseguenti difficoltà economiche e “politiche”) decise altrimenti, consegnò definitivamente il Max di Gibson all’archeologia cinematografica, e Miller, momentaneamente, ai due episodi di Happy Feet.

Il secondo motivo per cui questo ritorno del cavaliere motorizzato di Miller non va sottovalutato, è il fatto che la saga, in fondo, ha sempre mostrato legami piuttosto deboli tra un installment e l’altro: gli stessi tre film precedenti potevano essere visti, senza grossi problemi, l’uno indipendentemente dall’altro; mentre qui siamo di fronte a una storia che non presuppone, ma nemmeno esclude, la compresenza degli altri episodi nel suo stesso universo. I confini di sequel e reboot, come già successo tante volte in passato, tendono a sfumare.
La prima cosa che viene da sottolineare, dopo la visione di questo Fury Road (seguita ad opportuno “ripasso” dei film precedenti) è che Miller ha ripreso pieno possesso del suo personaggio e del suo universo: e questo è un bene, considerato quello che fu l’allontanamento del terzo episodio (il celebre Mad Max: Oltre la sfera del tuono, risalente a un trentennio fa) dal mood violento e cinico della saga, e quello del regista stesso dalle sue tematiche predilette. Il ritorno del settantenne Miller alla sua creatura, in piena posizione di guida creativa, è giustamente salutato con gioia dai fans: e il Max di Tom Hardy, sguardo duro e simil-museruola à la Bane per tutta la prima parte del film, è tipo taciturno, letale e tormentato quanto quello del primo Gibson.

Se l’essenzialità narrativa, unita all’estrema fisicità dell’azione, è sempre stata la cifra espressiva della saga (tradita, in parte, solo dal terzo episodio) qui questo elemento diviene ancor più nitido: Fury Road, in fondo, non è che un lungo inseguimento, su un canovaccio semplice ed efficace (un dittatore che controlla le poche risorse disponibili, alcuni dei suoi schiavi che gli si ribellano), con personaggi caratterizzati attraverso pochi e indovinati tocchi (lo stesso, tormentoso passato del protagonista viene quasi interamente relegato ai minuti iniziali, e a qualche incubo e flashback dai contorni horror).
Ma semplicità non significa semplicismo, e Miller dimostra di non aver dimenticato le regole dell’epica e del racconto cinematografico: così, il regista organizza gli eventi in un climax, sfrutta il physique du rol e il volto di Hardy per premere il pedale sull’emotività e sulla dimensione salvifica della sua missione, porta lo spettatore di corsa, ma non senza attenzione ai dettagli, fino a un esplosivo scontro finale.

Il secondo elemento che ha fatto la fortuna di Mad Max, quello della fisicità, è anch’esso, qui, ribadito e decuplicato: e ciò non solo grazie all’uso della stereoscopia, ma soprattutto attraverso una costruzione attenta della sequenza d’azione, che moltiplica gli elementi presenti sullo schermo, frammenta il montaggio, porta all’estremo la sincopazione del ritmo, senza nuocere alla leggibilità del tutto. L’azione di Fury Road è quella di un b-movie (tale, d’altronde, era il primo Interceptor del 1979) realizzato coi soldi di una major: i corpo a corpo, gli stunt e le esplosioni si “sentono”, l’uso del digitale è tutt’altro che invadente, il coinvolgimento, quasi fisico, dello spettatore, è sempre ricercato con forza. Inoltre, Miller aggiunge al suo piatto qualche altro gustoso elemento: tra questi, una controparte femminile col volto e il corpo di Charlize Theron (a cui viene sottratto addirittura un braccio), un pugno di ostaggi femminili in mise da sexploitation, cattivi fantasiosi, dalle pose e dal linguaggio pittoresco (adoratori di divinità nordiche e guerrieri-chitarristi compresi). E poi, naturalmente, polvere, deserto, medioevo post-apocalittico, veicoli sfreccianti e invariabilmente destinati alla distruzione, e una conclusione che lascia le porte più che aperte a una prosecuzione della saga. Stando alle parole dello stesso Miller, di storie pronte, in questo rinnovato universo di Mad Max, ce ne sarebbero già altre due. Fans vecchi e nuovi, di sicuro, non se ne dispiaceranno.

Info
Il trailer di Mad Max: Fury Road su Youtube.
Mad Max: Fury Road, il sito ufficiale.
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