The Assassin

The Assassin

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L’atteso ritorno di Hou Hsiao-hsien dietro la macchina da presa, con un wuxia rarefatto e visivamente sontuoso. The Assassin, in concorso a Cannes 2015.

L’ordine e la morale

Cina IX secolo. Nie Yinniang torna dalla sua famiglia dopo alcuni anni passati in esilio. Educata da una monaca che l’ha iniziata alle arti marziali, è divenuta una spietata assassina la cui missione è eliminare i tiranni. La sua maestra le affida la missione di uccidere il proprio cugino Tian Ji’an, governatore dissidente della provincia militare di Weibo. Nie Yinniang dovrà scegliere se sacrificare l’uomo che ama o rompere per sempre con “l’ordine degli assassini”. [sinossi]

Nell’anno in cui Cannes Classics celebra il quarantennale della partecipazione al festival di A Touch of Zen – La fanciulla cavaliere errante di King Hu, presentato sulla Croisette in una copia restaurata in digitale, il concorso si illumina di una luce soffusa, folgorante e ottundente allo stesso tempo, grazie all’apparizione sullo schermo di The Assassin di Hou Hsiao-hsien. Il primo wuxia della filmografia del regista taiwanese segna anche il ritorno dietro la macchina da presa di uno dei più grandi autori del cinema degli ultimi decenni: era da otto anni che Hou Hsiao-hsien non dirigeva un film, quando pose la firma in calce a Le voyage du ballon rouge, sua prima produzione non asiatica.
Il fatto che Hou torni nel Far East, nel 2015, per portare sul grande schermo uno dei generi “autoctoni” come il wuxiapian rappresenta dunque un punto di ripartenza e di svolta che non può essere minimizzato né sottostimato. Le indiscrezioni sul film erano state molteplici fin dall’annuncio dell’inizio delle riprese, ma sul progetto era calato il più totale riserbo, al punto che anche ai giornalisti e critici taiwanesi era stato interdetto il set. Nessuno doveva farsi la benché minima idea di cosa fosse in realtà The Assassin. Ebbene, The Assassin è tautologicamente parlando un assassino, che dopo aver depredato lo sguardo degli spettatori lo colpisce di sorpresa riducendolo al silenzio più totale. Non sono stati in pochi, al termine della proiezione stampa a Cannes, a lanciarsi in peana nei confronti dello strapotere visivo del film (la fotografia, opera di Mark Lee Ping Bin, lascia effettivamente a bocca aperta, passando dal bianco e nero più nitido a colori accesi e cupi, profondi e contrastati, in grado di far risaltare gli ambienti naturali scelti per le location), salvo poi trincerarsi dietro una supposta impossibilità a seguire la trama. Un’accusa lanciata spesso e volentieri quando si deve maneggiare un materiale popolare e sovente fluviale come il wuxia: senza tornare all’epoca classica del genere (che in Italia e in Europa faticava e non poco a trovare spazio), basterà ricordare ciò che si scrisse ai tempi di Ashes of Time di Wong Kar-wai, ma anche de La battaglia dei tre regni di John Woo e Flying Swords of Dragon Gate di Tsui Hark.

Questa innata difficoltà di buona parte della critica occidentale a seguire gli svolgimenti narrativi dei film incentrati sulle gesta di “eroi marziali” (questa la traduzione letterale del termine wuxia) meriterebbe un approfondimento a parte; ammaliato da una forma/immagine che non ha paragoni possibili in occidente l’occhio cannibalizza l’analisi, ne prosciuga le potenzialità. Inizia in un folgorante bianco e nero, The Assassin, per mostrare la “colpa” della bella Nie Yinniang, cresciuta come un’assassina da una monaca per sterminare i corrotti governatori. Un prologo che prende le distanze, già a partire dalla scelta cromatica fino ad arrivare all’essenza intima delle soluzioni registiche, da quel che il genere di appartenenza pretenderebbe. Il passato di Nie Yinniang è il passato stesso del cinema, e per mostrarlo è necessario tornare a una forma primordiale, quasi preistorica dell’immagine in movimento. Quando The Assassin si sposta al presente (narrativo), l’immagine può e deve diventare a colori.
Per quanto la protagonista sia stata cresciuta nel culto della vendetta e della rivalsa contro i soprusi, a dominare The Assassin sono sentimenti ben diversi come la colpa, il perdono, la melanconia. Nie Yinniang combatte una guerra quotidiana non contro gli uomini di Tian Ji’an, il cugino che avrebbe dovuto sposare e che ora le hanno ordinato di uccidere, ma contro se stessa, le proprie pulsioni, i propri desideri e memorie. In quello che solo a uno sguardo disattento può apparire come un asettico splendore visivo si nasconde un dolore senza via d’uscita, in cui ordine e morale si fronteggiano, così come rabbia e desiderio.

In un genere di per sé “illimitato” come il wuxia (ma qui le evoluzioni ai limiti della legge di gravità sono ridotte al minimo, e mostrate in modo molto più realistico) Hou Hsiao-hsien tratteggia un personaggio che deve confrontarsi con i propri limiti, umani e “militari”, e accettare il peso di una sconfitta che non è dettata da inadempienza o incapacità, ma dal solo fatto di essere vivi.
Hou scardina una dopo l’altra le regole del wuxia, attraverso un lavoro sui primi piani, sui piani sequenza e sulla costruzione delle sequenze di combattimento che non ha eguali nella storia del genere. The Assassin non avrà probabilmente mai l’occasione di competere seriamente per la conquista della Palma d’Oro, ma questi sono dettagli di secondaria importanza. Ciò che conta è che Hou sia tornato dietro la macchina da presa una volta di più per marcare il confine per alcuni oramai sempre più impercettibile tra l’indispensabile e l’effimero. In un concorso di Cannes in cui in troppi hanno ceduto con facilità ai dolly, ai movimenti di macchina fini a se stessi e allo stucchevole bozzettismo (im)perfetto di Paolo Sorrentino e del suo Youth, The Assassin ricorda cosa sia l’essenza dell’immagine, e cosa significhi avere uno sguardo.

Info
Il trailer di The Assassin.
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