Intervista a Patricio Guzmán

Intervista a Patricio Guzmán

Vincitore dell’Orso d’Argento per la miglior sceneggiatura all’ultima Berlinale con El botón de nácar (in italiano La memoria dell’acqua), il documentarista cileno Patricio Guzmán ha legato indissolubilmente la sua opera all’esperienza drammatica del golpe e della dittatura di Pinochet, che ha vissuto sulla propria pelle subendo la detenzione nello stadio di Santiago. Tra i suoi primi lavori figura El primer año, con un prologo di Chris Marker, sul primo anno di governo di Salvador Allende. Ha testimoniato anche, filmandole, le scene del bombardamento della Moneda. Dopo aver lasciato il paese nel 1973, ha realizzato la trilogia La batalla de Chile, Le Cas Pinochet, Salvador Allende e recentemente il dittico, destinato a diventare trilogia, formato da Nostalgia della luce e proprio da La memoria dell’acqua. È fondatore e direttore dell’International Documentary Festival of Santiago (FIDOCS).
Abbiamo incontrato Guzmán a Bologna, durante il Biografilm Festival che gli ha dedicato un omaggio.

Mi colpisce, a proposito del dittico Nostalgia della luce – La memoria dell’acqua il discorso sui tempi, e sulle diverse scale di tempi che abbraccia il tuo cinema. La tragedia della dittatura di Pinochet, per la quale hai dichiarato all’incontro con il pubblico che ci vogliono cento anni prima che possa essere metabolizzata, quella meno recente dello sterminio dei nativi. Tutto ciò iscritto nella contemplazione di tempi cosmici e geologici. Come mai?

Patricio Guzmán: Non lo so. Mi è sempre piaciuta l’astronomia. Un modo per raccontare la storia è anche raccontare l’universo. È positivo unire le due cose. Questo ha fatto scattare in me il motivo di realizzare i film. Ci sarà un terzo film, incentrato sulla cordigliera delle Ande. Il principio sarà lo stesso. È appassionante.

Pur in un contesto temporale dall’orizzonte così lontano, la tragedia della dittatura, un battito di ciglia a confronto della formazione dell’universo e della Terra, non viene diluita o relativizzata, rimane una cosa viva, bruciante, drammatica.

Patricio Guzmán: È una storia così tragica che emerge sempre, e non si può semplicemente chiuderla. Riaffiora sempre in modo brutale. Il Cile è un paese molto calmo, tranquillo. Però c’è stata questa dittatura atroce. Che ha colpito tutto il Cile. Tutto. Se si scava un po’ qua, un po’ là, da qualche parte, riaffiora sempre qualcosa. Come se ci fosse stata un’enorme eruzione vulcanica che ha coperto tutto. E tu in qualsiasi luogo riesci a recuperare la pietra pomice. È questo ciò che accade.

Anche nella tua ultima opera, La memoria dell’acqua, colleghi il genocidio dei nativi con le atrocità compiute dalla dittatura di Pinochet, e lo fai attraverso il filo conduttore dell’elemento acqua. Come mai?

Patricio Guzmán: Nel Sud del Cile c’è una situazione di preistoria. Se si percorrono i canali di questa area meridionale del Cile, si può pensare che lì nessuno abbia mai potuto abitarvi. Invece non è così perché lì sono vissute cinque culture diverse, che sono venute poi a mancare. Di quelle culture sono sopravvissute oggi sette persone. Alcune di queste sono anche riuscito a intervistarle. Sono scomparse come razza, perché l’uomo bianco le ha sterminate, le ha cacciate via. Sono state confinate in piccole isole, dove hanno trovato la morte. Questa storia è stata per me l’ispirazione per potermi occupare del presente. Sempre altre persone, più di mille, hanno trovato la morte in questa zona a contatto con il mare. Sono state gettate in acqua durante la dittatura di Pinochet. Queste due storie hanno lo stesso comune dominatore: la morte, lo sterminio, l’uccisione di persone che la pensano in maniera diversa. Se gli indigeni avessero avuto delle armi, avrebbero comunque trovato la morte uccisi in questo modo. La prigionia di Pinochet è stata caratterizzata dalla repressione, dalle uccisioni. La destra voleva mantenere uno stato unito, non prevedeva le diversità. Una cosa che la destra non è riuscita a fare, non l’ha fatto e non riuscirà mai a fare.

Nell’ambito del cinema cileno, si è distinto negli ultimi anni Pablo Larraín. E nemmeno lui può prescindere da quella che è stata la storia recente del Cile.

Patricio Guzmán: Larraín lavora su temi contemporanei mentre io cerco di dare alla storia un passato, una base, una causa che deriva da molti secoli addietro. Quindi in questa causa si inseriscono i primi coloni, i primi indigeni, gli indios, i partiti politici. Sono due modi di focalizzare, di approcciarsi al mondo, due modi che però sono complementari. Io sono molto amico di Larraín e posso dire che i nostri lavori alla fine si integrano.

Come riesci nei tuoi film ad abbinare elementi differenti, sia dal punto di vista della scrittura che per quanto riguarda il montaggio?

Patricio Guzmán: Prima di tutto io scrivo una storia e immagino come possano essere accadute le cose senza avere però una prova vera dei fatti. Quindi invento una storia, sicuramente una storia reale, ma senza avere le basi, le fondamenta. È quasi un processo intuitivo. In secondo luogo mi reco sui luoghi e lì faccio delle domande. Non vado prima sul posto a fare le domande e dopo scrivo, ma agisco al contrario. Chiaramente, una volta che sono lì, se trovo anche le prove che dimostrano le mie intuizioni, tanto meglio. Altrimenti posso anche cambiare impostazione. La storia in America Latina ha solo duecento anni ed è quindi molto più semplice di quella europea. È facile sapere ciò che è accaduto, perché quello che si impara a scuola lo si vede poi nella realtà. Ed è facile capire e ricordare quanto si è imparato sul Cile di questi duecento anni. È sempre stata una storia di repressione, di grandi invasioni, di enorme violenza. Questo è quello che io trasporto nei miei film. Quasi sempre il montaggio nei documentari è un processo molto lungo, perché è una fase in cui si riprende tutto in mano, come se si dovesse ricominciare. E bisogna stare molto attenti, seguire bene la propria storia. Con il montaggio termina il processo creativo. Senza, il materiale sarebbe lì, ma non servirebbe a nulla. Quindi è un momento fondamentale per conferire una vita a quello che è il film. Mi piace molto realizzare le riprese e poi mettermi al tavolo di montaggio. A volte serve anche rifilmare. Per esempio nel caso di La memoria dell’acqua, l’intervista che faccio al poeta è stata realizzata dopo le riprese e dopo il montaggio perché avevo ritenuto molto importante riportare la sua opinione. Realizzare un documentario è come riempire un tavolo di tantissimi oggetti che vanno selezionati per fare una scelta. Devo dire che il documentario è molto più moderno rispetto ai film, rispetto alla fiction. E credo che diventerà ancora più popolare della fiction. Anzi, nei prossimi cento anni la fiction stessa si trasformerà in documentario. Per me il documentario rappresenta il futuro.

Mentre il testo che leggi in voce over è scritto in fase di montaggio o prima?

Patricio Guzmán: Sempre dopo. Il copione immaginario lo faccio prima delle riprese. È un qualcosa di immaginario. Invento i dialoghi. Immagino ciò che mi verrà risposto. E poi guarda caso le cose coincidono, il che è una gran bella cosa. Nel film Nostalgia de la luz l’ultimo personaggio, la giovane, è stato intervistato a film già realizzato. Mi mancava questa sua testimonianza. Dopo un anno lei aveva visto il film e ha accettato di essere intervistata. Il commento quindi lo faccio di fronte alla moviola. Vedo una sequenza e da lì invento il testo. Dopo tre, quattro giorni cambio il testo. Dopo due mesi posso averlo cambiato ancora, però fondamentalmente si tratta della stessa idea. Miglioro via via le parole, i testi, però l’idea rimane la stessa. Lavorare a un documentario è una cosa molto bella.

Il tuo cinema rimane esclusivamente intrecciato alla storia del Cile?

Patricio Guzmán: Ho fatto un film che si intitola La cruz del Sur che parla di sette paesi dell’America Latina, parla della religiosità, del modo in cui questi popoli amavano Dio. Sfortunatamente è difficile riprendere in mano quest’opera e rimetterla in distribuzione oggi. Lo metteremo su internet, nel nostro sito, perché è davvero un film affascinante: ciò che succede in Ecuador, Brasile, Guatemala. Qualcosa di meraviglioso, il rapporto delle persone, dei popoli con Dio.

Il Cile è come un’isola?

Patricio Guzmán: Ribadisco che il Cile è un’isola. C’è la cordigliera delle Ande, il deserto, l’Oceano pacifico. È più isola di Cuba, senza dubbio. È un popolo isolato.

Info:
La scheda dedicata a Patricio Guzmán sul sito del Biografilm Festival

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