Happy Hour

Happy Hour

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Presentato a Locarno in concorso, Happy Hour è un film di oltre cinque ore, opera del giovane regista Ryūsuke Hamaguchi. Incentrato su quattro figure femminili, quattro amiche, alle prese con uomini prepotenti e dispotici. Un film sulla donna, sulla condizione femminile debole, anche in un paese moderno come il Giappone.

Un affare di donne

Jun, Akari, Sakurako e Fumi sono convinte di potersi confidare ogni cosa, ma quando un giorno a una cena Jun confessa alle amiche di aver chiesto il divorzio, queste accolgono la notizia con una certa sorpresa. Assistono alla causa in tribunale, dove Jun tenta di imporsi contro la volontà del marito. Per dissipare ogni amarezza, il gruppo decide infine di andare ai bagni termali di Arima, dove Jun sparisce misteriosamente. La sua scomparsa scatenerà una catena di eventi inaspettati nella vita delle tre donne rimaste… [sinossi]

Nella storia della settima arte, alcuni tra i più grandi registi di donne vengono dalla cinematografia classica giapponese, come ad esempio Naruse e Mizoguchi, che hanno raccontato la condizione femminile, nel passato e nel loro presente, una condizione fatta di sottomissione e soprusi. Anche nella società giapponese contemporanea c’è ancora tanto da fare per arrivare a una piena parità dei sessi. È quello che ci dice, sorprendentemente, il giovane regista Ryūsuke Hamaguchi con il film-fiume Happy Hour, presentato in concorso a Locarno. Film che racconta di quattro amiche, Jun, Akari, Sakurako e Fumi, alle prese con compagni mediocri e prepotenti, cause di divorzio impossibili, rapporti di coppia gelidi. Donne che si raccontano le loro crisi coniugali. La donna che porta enormi borse della spesa con un uomo che non alza un dito per aiutarla. Un tentativo di stupro. E il sessismo coinvolge i figli. I genitori del ragazzino che ha messo incinta la compagna di classe chiedono perdono alla famiglia di quest’ultima, ma si chiedono se le scuse non andrebbero invertite, visto che è stata lei a sedurlo. Una donna anziana parla del suo matrimonio combinato. Un’usanza che nella società nipponica è stata preponderante, come raccontato tante volte nei film di Ozu. E il giovane Ryūsuke Hamaguchi, che non fa mistero della sua ammirazione per il grande cineasta, inserendo questa battuta della donna anziana crea come un ponte con l’illustre predecessore, volendo raccontare la società giapponese a lui contemporanea, attraverso ritratti di donne, proprio come aveva fatto il Maestro. E come non ricordare quella scena di Tardo autunno in cui il marito torna a casa dal lavoro, si toglie i vestiti e li butta per terra con la moglie che prontamente si precipita a raccoglierli? Happy Hour funziona come una reiterazione, attualizzandola, di quell’immagine.

Happy Hour, in concorso a Locarno, è un lungo flusso nel tempo, con grandi scene madri. A cominciare da quella agghiacciante del processo – perché di processo si tratta – per il divorzio di Jun, causa intentata da lei cui il marito si oppone. Solo donne tra il pubblico, le protagoniste amiche dell’imputata, mentre la corte è presieduta da un giudice uomo. Nulla viene risparmiato alla povera Jun, intercettazioni in cui si dimostrerebbe il suo adulterio, la sua vita scandagliata nei dettagli per cercare ogni minimo appiglio di colpa. Alla fine sarà il marito, come si scoprirà, a spuntarla. La legislazione giapponese in merito prevede infatti che uno dei coniugi possa opporsi alla richiesta di divorzio dell’altro che deve, per ottenerlo, riuscire a dimostrare eventuali colpe e inadempienze domestiche. Una delle amiche racconterà del processo al proprio marito e lui la esorterà a non prendere posizione e a non interferire, perché anche il coniuge di Jun potrebbe avere le sue ragioni.

Un film che segue le storie di un gran numero di personaggi, una narrazione che accompagna le loro vite in un lungo lasso di tempo. Un film che asseconda il tempo, non vuole contenerlo forzatamente. Segue il tempo come segue, nell’incipit, il percorso della funicolare che porta le quattro amiche, che vengono così presentate, nelle colline attorno alla città di Kobe, a fare un picnic. Una sorta di club femminile che si ritaglia quei momenti, lontano da tutto, per potersi raccontare tutto. Picnic che sarà funestato dal temporale, metaforico come viene riconosciuto nei loro stessi dialoghi. La mdp seguirà ancora la funicolare nel suo ritorno che combacerà con il titolo di testa del film. La natura, questa località collinare a ridosso della città, tornerà, a rappresentare sempre uno dei punti di fuga, come la nave che parte con la ragazza, in contrasto con la metropoli e la sua vita snervante. La città di Kobe, protagonista del film, con la sua folla, con il suo traffico caotico, spesso inquadrata con ampie panoramiche dall’alto.

Tra le scene madri di Happy Hour, vi è ancora una lunga e interminabile sequenza, di un momento di training fisico, tenuto da Ukai dell’art center Porto. I partecipanti seguono una pratica di meditazione, cercano i propri punti di equilibrio, girano in cerchio, fanno strani esercizi in coppia, toccandosi, connettendosi l’uno con l’altro. Un momento poetico, quasi una danza, quasi la simulazione dell’eclissi di Le armonie di Werckmeister. In definitiva si ascoltano, intimamente, e questo ancora contrasta con una società, come quella raccontata nel film, insensibile, governata da indifferenza e incomunicabilità, dove assente è proprio l’ascolto reciproco.

Si arriva così all’ultimo, grande, blocco narrativo. Una scrittrice è invitata a eseguire il reading di un suo testo all’associazione Porto. Gli assunti del film deflagrano in questa lettura. Una autrice che parla di cose femminili, della donna come mistero. Usa la metafora dei treni, come nel film è la funicolare. La sua impostazione artistica dichiarata è quella di catturare le cose che passano sotto gli occhi e fissarle nella pagina scritta, senza bisogno di troppe mediazioni. Quasi un quadro programmatico di quello che vuole fare Hamaguchi con il cinema, con Happy Hour.

Info
Happy Hour sul sito del Festival di Locarno.
Il sito ufficiale di Happy Hour.
Il teaser di Happy Hour.
Happy Hour su facebook.
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