La notte del demonio

La notte del demonio

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Nel 1957 Jacques Tourneur torna al cinema dell’orrore, a quattordici anni di distanza dalla trilogia girata per la RKO di Val Lewton, e firma uno dei suoi capolavori più agghiaccianti, La notte del demonio.

La magia esiste

John Holden, scienziato americano, arriva in Inghilterra per partecipare a un congresso di parapsicologia e viene a sapere che il professor Harrington, un collega che doveva esporre un lavoro sulla stregoneria, è appena morto in circostanze misteriose. I collaboratori di Harrington non escludono l’intervento di forze paranormali in questo episodio, ma Holden non crede a queste superstizioni. Seguendo gli appunti del collega, Holden si reca alla biblioteca del British Museum per effettuare delle ricerche sulla stregoneria e, nel notare che manca un libro, viene avvicinato dal dottor Karswell, che gli propone di fargli leggere la sua copia del libro mancante… [sinossi]

Dei tre film che Jacques Tourneur diresse nel corso di un anno per la RKO, sotto l’egida di Val Lewton, è facile trovare traccia nei saggi che si occupano da vicino dell’industria statunitense, del b-movie e del cinema horror. D’altro canto Il bacio della pantera (1942), Ho camminato con uno zombi e L’uomo leopardo (entrambi del 1943) sono tre opere fondamentali per comprendere l’evoluzione del cinema del terrore, tasselli indispensabili per qualsiasi cultore della materia. Abbagliati da tali giganti rosse, molti cinefili tendono a ridurre la carriera di Tourneur a questi tre titoli, trascurando in gran parte il resto della carriera del figlio di Maurice Tourneur, regista di un centinaio di film in oltre trenta anni. Un svista non così trascurabile, perché Tourneur figlio è stato un nome cruciale, il simbolo di un sistema cinematografico in cui «alto» e «basso» si mescolavano senza soluzione di continuità. In una Hollywood che aveva aperto le braccia agli europei in fuga dall’avanzata del nazi-fascismo, Tourneur venne considerato un “maestro dell’horror” ma durante il suo contratto con la RKO si confrontò con i generi più disparati, dal film bellico di propaganda (il partigiano Tamara figlia della steppa, 1944) al melò screziato di suspense (Schiava del male, 1944), dal western (I conquistatori, 1946) al noir (lo splendido Le catene della colpa, 1947), dalla spy-story (Il treno ferma a Berlino, 1948) al film sportivo (Il gigante di New York, 1949). La duttilità autoriale di Tourneur divenne ancora più evidente quando, terminato il rapporto lavorativo con la RKO, iniziò a proporsi alle produzioni come freelance: sono questi gli anni di gemme del cinema popolare come La leggenda dell’arciere di fuoco (1950), cappa e spada ambientato nella Lombardia del Barbarossa, e soprattutto di un gruppo di western (Il grande gaucho, Il paradiso dei fuorilegge, Wichita) che sfocia nel 1956 ne L’alba del gran giorno, tutt’oggi clamorosamente sottostimato e dimenticato. Poi, nel 1957, a quattordici anni di distanza dai film prodotti da Lewton, Tourneur torna a confrontarsi con l’horror. Ma per farlo deve attraversare l’oceano…

Hal E. Chester, produttore newyorchese con un passato da attore-bambino, aveva acquistato dallo sceneggiatore e drammaturgo britannico Charles Bennett uno script dal titolo The Haunted, labilmente tratto dal racconto di M.R. James L’incantesimo delle rune. Bennett, che in patria aveva lavorato ad alcuni dei maggiori successi di pubblico e critica degli anni Trenta, inclusi alcuni dei gioielli del primo Hitchcock (Ricatto, la prima versione de L’uomo che sapeva troppo, Il club dei trentanove, Sabotaggio, L’agente segreto, Giovane e innocente, Sabotatori), aveva un biglietto di sola andata per Hollywood, ma vendette comunque controvoglia la sua sceneggiatura. Il pentimento sarebbe aumentato a dismisura quando la RKO si dimostrò interessata alla produzione, proponendo proprio a Bennett di curare la regia.
Quale sarebbe potuto essere il risultato di una simile operazione è una speculazione fine a se stessa. Quel che è invece certo è che Chester, su suggerimento del collega Ted Richmond (una vita passata al soldo di Universal, MGM e Columbia, producendo tra gli altri Bonzo Goes to College, Francis Joins the WACS e soprattutto Papillon), chiamò alla regia Tourneur. Il titolo del film, intanto, muta da The Haunted a Night of the Demon, tradotto alla lettera in italiano con La notte del demonio. Il tema demoniaco non è di per sé molto usuale in quegli anni, e lo diventa ancor meno se si considera l’elemento portante della narrazione, vale a dire il conflitto tra la fede nel soprannaturale e la ragione della psicologia. Tourneur sposa in tutto e per tutto la prima, costruendo un’opera in cui è l’immaginario orrorifico a prendere il sopravvento fin dalle primissime sequenze, con i fari della macchina del dottor Harrington che illuminano un bosco spettrale.
Il soprannaturale, nelle mani di Tourneur, torna una volta di più all’elemento naturale: era così già ne Il bacio della pantera, e ancor più forse in Ho camminato con uno zombi, da un lato negli spigoli del gotico e dall’altro nel contrasto con l’assolato panorama delle Indie Occidentali. La notte del demonio è dunque un film di atmosfere, di lugubri boschi e di case immerse nel buio della notte, di corridoi all’apparenza privi di qualsiasi chiaroscuro e di campagne abbandonate al proprio destino. Un’Inghilterra inospitale e in cui l’arcaico si muove sottopelle, invisibile e agghiacciante (il riferimento al mistero di Stonehenge è centrale, come la sequenza che vede protagonista proprio il sito archeologico); la narrazione de La notte del demonio sembra partorita dalla mente di H.P. Lovecraft, e in effetti molti erano i punti di contatto tra lo scrittore di Providence e M.R. James, quantomeno per la concezione di un abisso di orrore superiore all’uomo, più antico e immortale.

Non aveva torto Martin Scorsese quando inserì il film di Tourneur tra i più spaventosi che avesse mai visto. Anche a distanza di quasi sessanta anni dalla sua produzione, La notte del demonio riesce a perturbare lo spettatore, sia esso avvezzo o meno alla materia trattata. C’è un inganno continuo nelle inquadrature studiate dal regista francese di nascita ma statunitense di adozione, quasi che il vuoto – La notte del demonio è un film in cui pochi sono gli spazi occupati dagli esseri umani, perennemente schiacciati dalla natura che li circonda – nascondesse mostruose insidie invisibili agli occhi. Anche quando ricorre alla dispersione del senso, come nelle apparizioni di una mano che “segue” minacciosa i movimenti del protagonista nella magione di Karswell, senza che alcun corpo appaia nel controcampo, Tourneur non si lascia mai sopraffare dalla materia che sta trattando. Non si gioca sull’ambiguità di quanto sia “reale” ciò che sta accadendo in scena, perché il soprannaturale è oggettivo per tutta la durata del film.
La decisione di Chester di forzare la mano, pretendendo la presenza in scena del demonio del titolo all’inizio e alla fine del film, indispose non poco Tourneur, avvezzo a ben altre finezze, ma è indiscutibile come l’irruzione “materiale” del fantastico, per quanto possa apparire grottesca (agli effetti speciali il produttore avrebbe voluto assoldare Ray Harryhausen, ma il maestro della stop-motion era già al lavoro sul set de Il 7° viaggio di Sinbad di Nathan Juran, altra gemma del fantasy cinematografico) sposti La notte del demonio in una terra di nessuno, vergine e inesplorata. A metà tra b-movie da drive in – e lì il film trovò collocazione, in un double feature con A 30 milioni di km. dalla Terra di Juran, fantascienza atomica con contorno di mostri giganti – e raffinato thriller in odore di ghost story, La notte del demonio non assomiglia a niente e a nessuno, scardinando le regole del visionario e trascinando lo spettatore in un vortice di orrore del quale non si riesce a intuire la traiettoria. Si rimane così sempre spiazzati, in balia di eventi superiori alla normale percezione spettatoriale. Non ha potuto figliare, La notte del demonio, perché il tracciato che propone non è facilmente replicabile: ma chi posasse per la prima volta gli occhi sul film troverà più di un legame con lo spassoso Drag Me to Hell di Sam Raimi, che lo cita in più occasioni. Oggetto inclassificabile ma di culto – seppur per un pubblico ristretto di appassionati – il film di Tourneur troverà gratificazione in un passaggio della celeberrima Science Fiction/Double Feature che apre The Rocky Horror Picture Show: “Dana Andrews said prunes gave him the runes/And passing them uses lots of skill”. La dimostrazione di come questo terrificante e ammaliante horror abbia scavato solchi nell’immaginario. È ora di riscoprirlo una volta per tutte. Prima che il demonio arrivi a catturarci, come l’iguana che morderà coloro che non sognano evocata da Federico Garcia Lorca.

Info
Il trailer de La notte del demonio.
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