Venezia 2015 – Minuto per minuto

Venezia 2015 – Minuto per minuto

Sokurov e Bellocchio, Egoyan e Skolimowski, Barbera e Baratta, tutti i film, le news, le prime impressioni, gli innamoramenti folli e le ferali delusioni… Insomma, con la Mostra del Cinema di Venezia 2015 torna la nostra cronaca più o meno seria dal Lido. Il Minuto per Minuto, dal 2 al 12 settembre, fino ai premi o giù di lì.

Torna puntualmente con la Mostra del Cinema di Venezia 2015 il nostro Minuto per Minuto. Cosa ci regalerà il quarto anno del Barbera-bis? Lo potrete scoprire attraverso la solita cronaca dalla laguna: annotazioni sparse sui film, sulle ovazioni e i fischi, sulle tendenze, le voci, le piccole e grandi polemiche. Buona lettura!

 

Sabato 12 settembre

20.17
Rullo di tamburi per l’epilogo della Mostra di Venezia 2015, per le (discutibili o meno) scelte delle giurie: i premi del Concorso, di Orizzonti e di Venezia Classici.
Leone d’oro a Desde allá di Lorenzo Vigas.
Leone d’argento per la miglior regia: Pablo Trapero per El clan.
Gran Premio della Giuria: Anomalisa di Charlie Kaufman e Duke Johnson.
Coppa Volpi per il miglior attore: Fabrice Luchini per L’hermine di Christian Vincent.
Coppa Volpi per la miglior attrice: Valeria Golino per Per amor vostro di Giuseppe M. Gaudino.
Premio Marcello Mastroianni: Abraham Attah per Beasts of No Nation di Cary Fukunaga.
Premio Migliore Sceneggiatura: Christian Vincent per L’hermine.
Premio Speciale della Giuria: Frenzy di Emin Alper.
Premio Orizzonti per il miglior film: Free in Deed di Jake Mahaffy.
Premio Orizzonti per la migliore regia: Brady Corbet per The Childhood of a Leader.
Premio Speciale della Giuria Orizzonti: Boi neon di Gabriel Mascaro.
Premio Speciale Orizzonti per la migliore interpretazione: Dominique Leborne per Tempête di Samuel Collardey.
Premio Orizzonti per il miglior Cortometraggio: Belladonna di Dubravka Turic.
Premio Venezia Opera Prima Luigi De Laurentis: The Childhood of a Leader di Brady Corbet.
Miglior Classico Restaurato: Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) di Pier Paolo Pasolini.
Premio Venezia Classici per il miglior Documentario sul Cinema: The 1000 Eyes of Dr. Maddin di Yves Montmayeur.
Poteva andare peggio? [e.a.]

15.16
I film di apertura e di chiusura non sono più quelli di una volta. È una lapalissiana constatazione che è stata confermata anche qui alla 72esima edizione del Festival di Venezia. Non si riescono più a prendere i grandi titoli commerciali made in USA (e la pochezza di Everest è lì a sottolinearlo) e allora, di tanto in tanto si prova a cercare qualcosa di degno altrove. In particolare in Cina, nuovo super-impero mondiale anche a livello cinematografico, ma ancora molto carente in qualità soprattutto per i film di cassetta. Così quest’anno il titolo di chiusura è Lao Pao (Mr. Six) di Hu Guan, che vorrebbe essere una specie di rilettura del gangster movie filtrata attraverso il conflitto generazionale e che invece, nel non poter andare a fondo nell’abiezione dei personaggi e nella violenza insista alla società (ricordiamoci che la censura in Cina tende ad annullare l’efficacia soprattutto di questo tipo di film), si riduce a una parodia involontaria del genere di riferimento. Hollywood è lontana, dall’altra parte della luna… [a.a.]

13.50
In ordine sparso. La prima luce di Vincenzo Marra si porta a casa il Premio Pasinetti, uno dei tanti premi collaterali della Mostra. Vinceranno in tanti. In attesa dei Leoni, segnaliamo un paio di titoli tra le ultime proiezioni di giornata: a breve la replica di Afternoon di Tsai Ming-liang, mentre è già iniziata la fluviale proiezione del cinese della SIC The Family. Replicato in mattinata Tanna, vincitore della SIC. Non resta molto da vedere. Dopo la premiazioni, chiuderà i giochi Mr. Six di Hu Guan. [e.a.]

11.22
A Venezia il cinema parla di teatro. Lo ha fatto Franco Maresco per Franco Scaldati e lo fanno Jacopo Quadri e Davide Barletti cpn il documentario su Eugenio Barba e l’Odin Teatret, intitolato Il paese dove gli alberi volano. Due grandi uomini del teatro, tanto bistrattato e umiliato il primo, nella sua Palermo, nel clima provinciale della cultura italiana, tanto idolatrato e portato in palmo di mano il secondo in una piccola città della Danimarca. Il piccolo centro pulito e ordinato del paese nordico di Holstebro, il cui sindaco di cinquant’anni fa, venuto a conoscenza di quel collettivo di artisti per una segnalazione, decise di realizzare una grande struttura per ospitarli. Filo conduttore di entrambi i film è il grande critico teatrale Franco Quadri, tra i pochi a valorizzare il lavoro di Scaldati, e grande esegeta dell’Odin, motivo per cui il figlio Jacopo ha realizzato questo ulteriore documentario sulle orme tracciate dal padre. [g.r.]

11.10
Preceduta da un’intervista d’archivio di Pasolini sul film la proiezione per Venezia Classici di Salò o le 120 giornate di Sodoma in un impeccabile restauro che restituisce così in tutto il suo “splendore” una delle visioni più insostenibili della storia del cinema. Il fatto che l’ultimo film di Pasolini non fosse stato ancora oggetto di restauro la dice lunga sulle politiche del settore. Uno dei modi di neutralizzare un autore scomodo, corrosivo è proprio quello di renderlo, con il tempo, un classico selezionando le sue opere e scartando quello che danno fastidio. Anni fa molti film di Pasolini venivano restaurati da Mediaset Cinema Forever dedicato a Carlo Bernasconi. Tra questi mancava ovviamente Salò. L’omaggio a Salò fu poi realizzato quasi come un remake, anche se in forma di blanda parodia, anni dopo dagli stessi personaggi nel bunga bunga. [g.r.]

 

Venerdì 11 settembre

18.30
Si parte con premi e vincitori. Il Premio del Pubblico Pietro Barzisa al miglior film della 30. Settimana Internazionale della Critica, nell’ambito della 72a edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è stato assegnato al film Tanna di Martin Butler e Bentley Dean… Qui la relativa news con altre info. [e.a.]

16.06
La selezione di Orizzonti lascia parecchio a desiderare, ma qualche colpo al cuore lo si trova anche qui. Tra questi l’ottimo Visaaranai (Interrogation), tesissimo thriller poliziesco indiano parlato in tamil e (nella prima parte) in telegu. Il regista, Vetri Maaran, riesce nel difficile compito di amalgamare al meglio due esigenze: quella di portare sullo schermo una denuncia senza mezzi termini del sistema su cui si basa l’India, e quella di intrattenere il pubblico. Il politico e il popolare si sposano, raggiungendo vertici di intensità e incollando allo schermo lo spettatore. Un sentito applauso ha accompagnato i titoli di coda al PalaBiennale. [r.m.]

15.58
Altri recuperi dei giorni scorsi: Da più parti si è detto e scritto che Venezia 72 è anche un festival dove la musica ha un ruolo predominante. Aspettando l’arrivo del ciclone Vasco (per chi lo aspetta…) e dopo aver ammirato Heart of a Dog di Laurie Anderson, videoartista poliedrica e sorprendente oltre che musicista e compagna di vita di Lou Reed, Janis di Amy Berg, autrice di film che hanno battuto molti festival americani con buon successo, è un documentario biografico sulla rocker di Port Arthur che si assesta con sicurezza e con buon mestiere nei margini del biopic musicale a tutto tondo, non risparmiando ovviamente testimonianze private di amici, conoscenti e familiari e filmati di esibizioni live scelti con perizia, oltre che incursioni taglienti nella breve vita della rockstar, morta nel 1970 a 27 anni. Non pochi sono i rimandi al suo temperamento e al suo modo ruvido, passionale e senza troppi filtri di abbracciare la vita e di lasciarsene drammaticamente scottare, tra dipendenze e fragilità. L’impostazione convenzionale della Berg, che non di discosta mai dai canoni del genere applicandoli con saggezza e scrupolo, riesce senza civetterie, sbilanciamenti e passi falsi a far rivivere la voce umana e artistica di una delle più urticanti e destabilizzanti performer della storia del rock (e del blues), la cui anima emerge anche dalle molte lettere alla famiglia presenti nel film e dalle sue stesse passioni, da Otis Redding ad Aretha Franklin. Una “Judy Garland del rock” che conquista anche in virtù delle sue debolezze sbandierate, nel film della Berg esattamente come nei suoi brani immortali, la cui grandezza è oltretutto esemplificata da una frase del film come meglio non si potrebbe: “Janis non cantava una canzone. La strangolava a morte”. [d.s.]

15.45
E si torna a ieri sera… Un Koyaanisqatsi allucinato, un discesa agli inferi nel ventre molle della sterminata terra cinese. Questo è Behemoth, ultima opera di Zhao Liang, regista scomodo il cui lavoro oscillava finora tra documentari sul potere opprimente e sulla povera gente e la videoarte. Questo suo ultimo film è una sintesi delle due espressioni, un quadro allucinante del consumo e del degrado del territorio cinese ma non in chiave di documentario d’inchiesta. Miniere, cave che formano un golgota, immense voragini, file interminabili di palazzoni alveare in città fantasma, e poi le piaghe del corpo, la contaminazione sanitaria. Quello che per il collega Wang Bing è un cinema del degrado e dello sporco, qui assume valore estetico, formando disegni, geometrie che si avvicinano all’astrazione. Ma non per questo risulta meno agghiacciante. [g.r.]

15.02
L’assenza di proiezioni di mezzanotte, magari dedicate a solidi prodotti di cinema di genere, è una delle lacune più evidenti della Mostra di Venezia come si è venuta delineando negli ultimi anni. A metà tra il “western moderno” e il film d’azione, Go With Me di Daniel Alfredson corrisponderebbe grosso modo a questo profilo. Peccato che la sceneggiatura sia tremendamente elementare, che la messinscena risulti assai poco stimolante e che gli attori non facciano niente per mascherare la loro evidente svogliatezza, Anthony Hopkins in primis. Fuori concorso. [m.s.]

13.12
Quando nel 1997 Giuseppe M. Gaudino partecipò in concorso alla Mostra con Giro di lune tra terra e mare, in molti credettero di aver trovato un nuovo grande autore per il cinema italiano. Gli anni successivi smorzarono gli entusiasmi, che però risorgono con Per amor vostro, di nuovo in corsa per il Leone. Attaccando lo sguardo a una bravissima Valeria Golino, Gaudino filma Napoli come un immenso Purgatorio da cui non si può fuggire, neanche con la mente. Un volo pindarico ad ali recise. Il miglior italiano del concorso. [r.m.]

12.30
È un’umanità vitale e depressa, tenera e carnale quella raccontata in Bagnoli Jungle da Antonio Capuano che, vincitore nel 1991 con Vito e gli altri, torna fuori concorso alla Settimana della Critica in occasione del trentennale della sezione. Tra gli esponenti più eccentrici e originali di quella “New Wave” napoletana anni ’90 (oltre a Capuano esordirono in quegli anni anche Pappi Corsicato, Stefano Incerti, Antonietta De Lillo e Mario Martone) di cui oggi si sono dissipate le audaci sperimentazioni e l’afflato comunitario, Capuano con grande coerenza e immutato sguardo umanista, prosegue con Bagnoli Jungle la sua ricerca sul territorio partenopeo e i suoi abitanti, mettendo in scena tre esemplari di altrettante generazioni. Nel film, il vitalismo scomposto e nichilista di Giggino, quello carnale e sentimentale di Antonio e lo sdegno malinconico ma colmo di speranza del giovane Marco, si agitano in una Bagnoli ancora in cerca di una bonifica dai veleni dell’acciaieria, oramai rudere di un’industrializzazione da tempo fallita. Ma mentre altoforni e ciminiere arrugginiscono, la classe operaia e suoi valori possono e devono sopravvivere. Resisteranno finché ci potrà essere un’esperienza sociale condivisa, e questa è sempre sottilmente politica, energicamente rivoluzionaria. [d.p.]

10.12
Presentato ieri sera fuori concorso il nuovo film dei gemelli De Serio, I ricordi del fiume. Gli autori di Sette opere di misericordia hanno seguito gli ultimi mesi di esistenza del Plat, una delle più grandi baraccopoli d’Europa, sita a Torino e poi sgomberata poco tempo fa. Dando spazio sia a chi ha avuto la possibilità di vedersi assegnata una casa, sia a chi è stato costretto a restare lì fin quando è arrivata la polizia per sgomberare, i De Serio costruiscono un racconto corale a tratti commovente, a tratti altamente educativo, ma si perdono un po’ sulla lunga durata (140 minuti). Un buon esempio di cinema documentario italiano comunque, come in questa edizione del festival finora non si era ancora visto. Peccato che la sala Darsena fosse desolatamente semi-vuota. [a.a.]

 

Giovedì 10 settembre

16.55
Tra i film presentati alla Settimana della Critica, Light Years dell’inglese Esther Campbell, già regista di alcuni episodi della serie Skins, mette in scena la disgregazione di una famiglia, sconquassata dalla malattia di Moira (la cantautrice folk Beth Orton), madre, moglie e collante emotivo, centro gravitazionale di Dee e dei suoi tre figli. Un’immersione, fin troppo levigata ed estetizzante, tra le pieghe dell’infanzia e dell’adolescenza. Interessante l’ambientazione, una zona sospesa tra la campagna e una desolante periferia industriale, con l’autostrada a fare da barriera invalicabile, fredda e indifferente. Echi della Arnold, più di un dubbio, ma da tenere d’occhio. [e.a.]

14.38
In mattinatata è stato presentato alla stampa anche La calle de la Amargura, ventottesimo lungometraggio di finzione diretto in cinquant’anni da Arturo Ripstein. In un bianco e nero che sfonda lo schermo, il regista messicano racconta la quotidiana desolazione di due prostitute e di due luchador nani e gemelli. In una messa in scena che diventa, minuto dopo minuto, saggio sullo sguardo e sul movimento di macchina, Ripstein racchiude una riflessione amarissima sull’umanità, sulla sua naturale tensione verso la tragedia e la sconfitta. Un’opera di grande forza cinematografica ed emotiva, che entra di diritto tra le migliori viste in questa settantaduesima edizione. [r.m.]

14.25
Ricordo alla mia prima Venezia una memorabile proiezione di Scala al paradiso (A Matter of Life and Death), uno dei tanti capolavori della coppia Powell e Pressburger. Correva l’anno 1999, Barbera era direttore, si era nella piccola Sala Volpi, quando era dentro al palazzo del cinema, e a presentare quella meraviglia c’era il grande direttore della fotografia Jack Cardiff. “Santa fumazza!” traducevano i sottotitoli per l’esclamazione, ripetuta parecchie volte nel film “Holy smoke”, che poi era anche il titolo del film della Campion che passò poco dopo a Venezia. Passati un po’ di anni, Barbera ancora direttore, la Sala Volpi e alla base del casinò, ma è sempre piccola, e ora i film classici sono in digitale. Un film che si basa sulla dicotomia colore, per il mondo terreno, e bianco e nero, per quello ultaterreno, con la bellissima battuta del personaggio che, tornato su questo mondo, guarda le rose colorate e si lamenta che il paradiso non sia in technicolor. Il digitale restituisce impeccabilmente quella sensazione cromatica, ma anche la pellicola era perfetta. Era necessario un restauro che più che altro è un trasferimento dati? Matter of 35mm and dcp… [g.r.]

11.03
Atom Egoyan in Remember racconta la storia di un cacciatore di nazisti, tra Stati Uniti e Canada. Saggiamente si scrolla, finalmente, dalle spalle le sue cifre stilistiche che ormai gli stavano strette, la struttura narrativa intrecciata su piani temporali diversi, la realtà virtuale, il dialogo tra reale e riprese video. Ma alla fine ritorna l’assunto finale di tutto il suo cinema: la verità mente. Rimane in più il pesantissimo dubbio di poter costruire un teorema cinematografico, di giocare con i meccanismi spettatoriali, sfruttando una tragedia storica come quella dell’Olocausto. In concorso. [g.r.]

10.42
Torniamo a ieri sera e all’emozionante proiezione del nuovo film di Franco Maresco, Gli uomini di questa città non li conosco. Vita e teatro di Franco Scaldati. Incentrando il suo lungometraggio su questa figura di teatrante appartato e dialettale, surreale e carnascialesco, Maresco ci parla anche delle vicende della sua città, dalla mafia alla speculazione edilizia, per una struttura che richiama alla mente un suo film del 2010, purtroppo poco visto, Io sono Tony Scott. Ma rispetto al lavoro sul clarinettista americano, qui Maresco più che un processo di identificazione (nel segno dell’amarezza e della solitudine) mette in piedi un processo di filiazione, mostrandoci come ad esempio Cinico TV debba moltissimo al teatro di Scaldati. E, comunque, il tema della sconfitta, come quello della fine di un mondo o dello schifo e del ribrezzo verso ciò che è arrivato dopo, restano intatti esattamente come in Belluscone, una storia siciliana, confermando perciò come Maresco sia l’unico cineasta italiano contemporaneo capace di unire coerenza, rigore e chiara presa di coscienza intellettuale. [a.a.]

 

Mercoledì 09 settembre

23.15
Parte bene e arriva male il venezuelano Lorenzo Vigas con Desde allà (From Afar) che ha visto la collaborazione in fase di scrittura di Guillermo Arriaga, anche produttore dell’opera. (Melo)dramma a tematica omosessuale ambientato a Caracas, il film azzecca le ambientazioni e dosa piuttosto bene gli elementi drammaturgici nella prima parte, ma poi si chiude su nebulose (e fin troppo facili) dinamiche psicologiche. Nel ruolo principale Alfredo Castro, ormai abbonato a personaggi estremi, confinati in un’impassibile marginalità. In concorso. [m.s.]

20.49
Torniamo a 11 Minutes di Skolimowski per raccontare un breve aneddoto. Alla proiezione ufficiale, in Sala Grande, un uomo e una donna si siedono poco prima che si spengano le luci in sala. Dopo neanche tre minuti dall’inizio del film l’uomo piomba in un sonno profondo, con tanto di ritmico russare a scandire il tempo. Nel frastuono del finale, un attimo prima dello schermo nero, l’uomo si ridesta. Partono gli applausi (molti) sui titoli di coda, l’uomo si gira verso la donna e le dice: “È un film incredibile, un unico grande viaggio onirico”. Come dargli torto, dopotutto? [r.m.]

17.03
I cani non se la spassano certo bene nei film turchi che passano a Venezia. Dopo Sivas, l’anno scorso, sui combattimenti tra cani, è la volta di Frenzy – nessuna parentela con Hitchcock – dove invece i cani randagi vengono sterminati. Frenzy è l’opera seconda del regista turco Emin Alper, presentato in concorso alla Mostra. Si tratta di un ritratto impietoso di uno stato di polizia, che, dietro un’immagine ‘friendly’, fa tabula rasa di nascosto dei nemici e dei marginali, dove fanno resistenza storie di amicizia e rapporti fraterni, umani e cinofili. [g.r.]

15.04
11 Minutes di Jerzy Skolimowski racconta tante storie che si svolgono in contemporanea nell’arco di tempo dalle 17 alle 17.11 in una giornata qualsiasi, in una grande città. Una riflessione sulle immagini, sul cinema, sulla narratologia, sull’infinità di storie possibili che si possono raccontare, sulle infinite variabili che può prendere la vita, sull’intreccio di casualità e causalità. Tutte le storie hanno però un denominatore comune: far parte di un mondo che sta inevitabilmente scivolando verso il baratro. All’età di 77 anni, il grande regista polacco rivela una grande capacità di sperimentazione e una lucidissima analisi dell’immagine digitale. [g.r.]

14.26
Quando oramai mancano solo quattro titoli per concludere il passaggio delle opere in concorso (i film di Atom Egoyan, Zhao Liang, Giuseppe M. Gaudino e del venezuelano Lorenzo Vigas), inizia a impazzare il toto-leone: in testa alle preferenze, per la maggior parte degli accreditati, ci sono Francofonia di Aleksandr Sokurov e Rabin, the Last Day di Amos Gitai, ma un consenso piuttosto diffuso ha accompagnato anche 11 Minutes di Jerzy Skolimowski e Heart of a Dog di Laurie Anderson. E gli italiani? In attesa di Gaudino, si rimpiange più che altro la scelta di mettere fuori competizione Caligari e il suo Non essere cattivo. [r.m.]

13.11
Laurie Anderson porta al Lido, in concorso, la sua nuova creatura, Heart of a Dog, viaggio magmatico nell’elaborazione del lutto. Di ogni lutto, a partire da quello dell’amata cagnolina Lolabelle. Un’opera dal potere emotivo devastante, in grado di trascinare verso le lacrime anche il cuore più duro. E l’immagine finale (che non sveliamo) è la più tenera vista nel 2015 a Venezia. E non solo. [r.m.]

10.55
Abbiamo iniziato la mattina con il recupero, in Sala Casinò, di Alfredo Bini, ospite inatteso, il documentario che Simone Isola – tra i produttori di Non essere cattivo di Claudio Caligari con la sua Kimerafilm – ha dedicato al grande produttore, noto soprattutto per la stretta collaborazione che lo legò a Pier Paolo Pasolini da Accattone a Edipo re. Un lavoro classico nella struttura ma che riesce a scavare a fondo nell’umanità di Bini, legando la sua figura a doppio filo a un’epoca storica dell’industria cinematografica italiana che sembra oramai persa nelle nebbie del tempo. Un film che a suo modo parla anche dell’odierno.
p.s.: Chi, per la settantaduesima Mostra, sta parlando di “un’edizione pienamente soddisfacente, soprattutto per il grande clamore e l’attenzione che attira su di se” dovrebbe rivedere le immagini del Palazzo del Cinema e del lungomare prima della presentazione ufficiale de Il vangelo secondo Matteo alla Mostra del 1964, e poi fare il confronto con lo svagato ciabattare di accreditati e pubblico in questo 2015. [r.m.]

 

Martedì 08 settembre

22.25
Rivedere alcune magistrali sequenze dei film di Brian De Palma sul grande schermo, dalla furia vendicatrice di Carrie alla celebre sparatoria finale di Gli intoccabili. È questa la maggior attrattiva di De Palma, documentario dedicato al regista di Scarface, diretto da Noah Baumbach con Jake Paltrow e presentato fuori concorso al Lido. Seguendo cronologicamente la filmografia di De Palma e lasciandolo parlare da una inquadratura frontale, i due registi cancellano del tutto la loro presenza. Il risultato è un lavoro didattico che trae la sua forza solo da alcuni aneddoti particolarmente succosi, dalle scene dei suoi film, dall’irresistibile ironia sorniona del maestro. [ d.p.]

19.15
La cerimonia di premiazione del Leone d’Oro alla carriera di Venezia 72 si è svolta in una Sala Grande meno gremita che in altre occasioni, complice, probabilmente, la scarsa fama italiana del regista, da sempre poco considerato e approfondito dai cinefili di casa nostra, un po’ per disattenzione un po’, forse, per quel suo costante sfuggire alle categorizzazioni e ai movimenti predefiniti. Se Barbera ha provveduto, non casualmente, a ricordare lo stile coraggiosamente eclettico del regista transalpino (del quale è stato proiettato, prima della consegna del riconoscimento, il film bellico La Vie et rien d’autre), soffermandosi sull’anticonvenzionalità e il peso specifico della carriera di Tavernier, sono poi intervenuti due connazionali dell’autore a contribuire a metterne in luce la statura, la grande cultura, il ruolo fondamentale svolto per l’industria cinematografica francese e tutto il cinema d’Oltrealpe negli ultimi decenni. Thierry Fremaux, il direttore artistico del festival di Cannes, l’ha ricordato sul palco come regista fecondo, cinefilo appassionato e direttore dell’Istituto Lumière, richiamando alla memoria le splendide cene in sua compagnia a parlare di cinema e i tanti registi che Tavernier aveva contribuito a fargli conoscere (“Un uomo appassionato di cinema, della vita, dei libri, straordinariamente generoso e curioso di tutto”). Sabine Azéma, interprete de La Vie et rien autre insieme a Philippe Noiret, ricordato dallo stesso Tavernier quale amico fraterno e compagno di mille battaglie produttive, ha invece descritto il maestro francese come un uomo coltissimo e gentile, sempre immerso nella lettura di libri voluminosi e di grande impegno intellettuale, deliziando il pubblico della Sala Grande con un paio di aneddoti divertenti e gustosi. Una grande signora del cinema francese dalle cui mani lo stesso Tavernier, commosso e grato, ha ricevuto il prestigioso premio, suggello di una carriera da approfondire e riscoprire. [d.s.]

18.59
La delegazione che ha accompagnato in sala Perla Tanna, il film girato nelle isole Vanuatu con soldi australiani da Martin Butler e Bentley Dean, è già entrata nella leggenda della Mostra 2015: vestiti con abiti tradizionali – quindi pressoché nudi – gli aborigeni protagonisti del bell’esordio ospitato nel concorso della SIC hanno intasato nelle ultime ore le bacheche di Facebook degli accreditati al Lido. Al di là di questo, Tanna è un’opera prima convincente, che mescola racconto popolare (in pratica si tratta di una riedizione in salsa oceanica di Giulietta e Romeo) e analisi antropologica, con una cura fotografica notevole e un bel senso della messa in scena. Fin d’ora tra i titoli favoriti per la vittoria della Settimana Internazionale della Critica Si vedrà… [r.m.]

14.45
Tre voci (Jennifer Jason Leigh, David Thewlis e Tom Noonan), tre volti. Tutti i volti. E una tecnica, l’animazione in stop motion, che ancora una volta attrae e seduce cineasti e autori del cinema dal vero. Tra i pregi di Anomalisa di Charlie Kaufman e Duke Johnson c’è proprio l’utilizzo consapevole dell’animazione, la volontà di sfruttare le potenzialità espressive del mezzo tecnico e artistico. Più che apprezzabile, inoltre, il lavoro di sottrazione di Kaufman, la rinuncia della consueta complessità di scrittura a favore di un minimalismo con alcuni momenti memorabili – Girls Just Want to Have Fun cantata a cappella da Lisa, quasi un Dôme épais le jasmin dei nostri giorni. Però, complessivamente, permane un retrogusto di occasione mancata, di buona idea che fatica ad arrivare fino alla fine. Forse ci aspettavamo troppo, ma non serve andare troppo indietro nel tempo per rintracciare animazione indie statunitense di tutt’altro spessore, come gli inarrivabili It’s Such a Beautiful Day di Don Hertzfeldt e Consuming Spirits di Chris Sullivan. Bicchiere mezzo pieno, bicchiere mezzo vuoto. [e.a.]

13.40
I toni accesi del melodramma, i sassi di Matera, una prorompente e reietta sensualità che prende a schiaffi l’ostinata esclusione sociale dettata da ancestrali (e più recenti) repressioni. Istinto e ragione, antri oscuri della psiche e aspirazioni di purezza. Sfacciato nei suoi eccessi di messinscena, provocatorio e intelligente nello sfiorare abissi universali. Alberto Lattuada traduce ne La lupa (1953) una nota novella di Giovanni Verga tenendo presente anche la sua versione teatrale e modificando ampiamente alcuni elementi narrativi. Il risultato è un melodramma fiammeggiante con annessi risvolti politico-sociali, ma che indaga in realtà (e più profondamente) conflitti assoluti. Perfetta la fisicità debordante di Kerima nel ruolo principale. Ettore Manni e May Britt funzionalmente odiosi nella loro sbiadita santità. Alla sceneggiatura è accreditato tra gli altri anche Antonio Pietrangeli. Restaurato in 2k dalla Cineteca Nazionale. Per Venezia Classici. [m.s.]

12.56
Sono venuti or ora a farsi una passeggiata in sala stampa cinque esponenti della tribù melanesiana Ni-Vanuatu. Si tratta dei protagonisti del film australiano Tanna, che viene presentato oggi alla Settimana della Critica. Semi-svestiti in abiti tradizionali, i cinque hanno subito attirato le attenzioni dei giornalisti presenti, da cui sono stati inseguiti per essere fotografati. E fu così che tornò il colonialismo. [a.a.]

12.02
Marco Bellocchio torna in concorso a Venezia con un film evidentemente minore, sia dal punto di vista produttivo che di urgenza espressiva. Sangue del mio sangue mischia differenti epoche storiche, riutilizzando gli stessi attori, con l’obiettivo di riflettere su cattolicesimo, depravazione vampiresca della vecchiaia e sacralità verginale della bellezza. Ma il tutto viene confezionato come un divertissement, tra l’altro meno riuscito di Sorelle mai, con al centro l’omaggio consueto alla sua Bobbio. Anche il terzo film italiano dunque, dopo L’attesa e A Bigger Splash, regala malumori assortiti. Non ci resta che aspettare Gaudino. [a.a.]

 

Lunedì 07 settembre

17.02
Opera prima di Senem Tuzen, Motherland (Ana yurdu) costeggia accenti realistici per poi svoltare gradualmente e impercettibilmente verso il dramma psicologico dai risvolti misterici. Sempre più cupo, sempre più claustrofobico. Un rapporto madre-figlia che si traduce in conflitto tra superstizione religiosa e ragione, tra potere e individuo. Un film che lascia un’ampia area di oscuro e inespresso intorno a sé, ricavandone grande fascino. Presentato alla Settimana della Critica. [m.s.]

14.50
Amos Gitai affronta a viso aperto e con coraggio la storia recente di Israele in Rabin, the Last Day. Incentrato sugli eventi che il 4 novembre del 1995 portarono all’omicidio di Yitzhak Rabin, il film ci ricorda come quel tragico episodio abbia mutato per sempre la storia, la natura e l’ontologia stessa dello Stato d’Israele, quando per l’appunto un ebreo ortodosso arrivò a uccidere un altro ebreo, vedendo un nemico nel pater familias della nazione. Un paese che ha ucciso se stesso pur di continuare a sottomettere il popolo palestinese e pur di continuare a sognare una grandezza territoriale e una purezza culturale assolutamente irrealistiche e anti-storiche, e che oggi è governato da quegli stessi leader che allora fomentarono un odio montante (a partire da quel Netanyahu più volte evocato nel corso del film). Gitai ci restituisce tutto questo attraverso un preciso e coerente lavoro di ricostruzione e di rielaborazione dei fatti, mostrando chiaramente di preferire il processo di re-interpretazione a quello di spettacolarizzazione (e, in tal senso, sceglie di non farci vedere il momento in cui Rabin venne ucciso, ripreso all’epoca da un cineamatore) e attingendo nella sua messa in scena sia a meccanismi didattico-brechtiani sia al legal thriller americano, con una virata finale verso un’inquietante dimensione da fanta-politica. Finora Rabin, the Last Day appare perciò l’unico serio candidato al Leone, anche in considerazione del fatto che Sokurov – che ha portato quest’anno in concorso l’eccellente Francofonia – ha già vinto nel 2011 con Faust. [a.a.]

14.40
Celestini stavolta non ce l’ha fatta. Viva la sposa è un piatto scotto, è un film imbarazzato e bloccato, così come appare Celestini, cuoco maldestro intimidito dalla portata delle vivande. Chissà che gli sia andato di traverso forzare la mano cercando di mostrare persone ai margini, proletari in attesa di una svolta, nel Quadraro gentrificato dove a farla da padrone sono le apericene e i vernissage. Forse ha voluto semplicemente raccontare troppo in un’ora e mezza; dentro il film ci sarebbe la disperazione, le lotte abortite, i criminali veri e quelli finti, le sacrosante vendette e giustizie di classe. Corpi e luoghi pasoliniani che vogliono dire tutto questo, ma che si trovano incarcerati in dialoghi farlocchi e sfarfallati. [n.d.s.]

13.28
Presentato a Venezia Classici il documentario Mifune: the last samurai dedicato all’attore giapponese più famoso e osannato di tutti i tempi. Documentario onesto, divulgativo e didattico, che parte con la storia del genere chanbara (il cappa e spada giapponese), probabilmente rivolto a un pubblico occidentale. Radunati tanti personaggi, tra i sopravvissuti, che hanno lavorato con Mifune. Sarà per il senso di rispetto e diplomazia tipici dei giapponesi che il film glissa sulla cosa più importante, i motivi della rottura del sodalizio artistico con Akira Kurosawa, durato 16 film, dopo Barbarossa (a sua volta presente a Venezia tra i restauri), e della riconciliazione cui però non sono seguite nuove collaborazioni. Episodi anche divertenti: Toshiro Mifune che rifiuta il ruolo di Obi-Wan Kenobi… [g.r.]

10.47
Claudio Caligari torna a Ostia e mette in scena gli anni Novanta – dopo i Settanta/Ottanta de L’odore della notte e gli Ottanta di Amore tossico -, la piccola criminalità senza speranza e un vuoto che è quello di una nazione sbrindellata, in cui la società si è imbastardita. Non sono cattivi, i protagonisti di Caligari, ma lottano per sopravvivere, ognuno con i propri mezzi e secondo la propria indole. Uno spaccato divertente, ansiogeno, tragico e disperato, che conferma la statura autoriale di uno dei registi più sottovalutati della produzione italiana. Ora, dopo il pianto rituale per la morte di Caligari, tutti saranno pronti a giurare di averlo sempre apprezzato. Non fidatevi. Ma recuperate in sala Non essere cattivo, in uscita domani. [r.m.]

08.23
In attesa di una giornata che presenta alcuni dei titoli più attesi della Mostra (il film tragicamente postumo di Claudio Caligari, il nuovo Amos Gitai), ritorniamo su uno dei titoli visti ieri: nella sezione dedicata ai documentari di Venezia Classici è stato presentato Jacques Tourneur le Médium (Filmer l’invisible), firmato da Alain Mazars e dedicato al grande regista de Il bacio della pantera, Ho camminato con uno zombi e La notte del demonio. Un lavoro scolastico, poco interessante e gestito con mano svogliata e televisiva nel senso più deteriore del termine. Resta solo l’incanto delle splendide immagine dei film citati, che occupano comunque troppo poco spazio nella struttura generale del documentario. Se ne poteva fare a meno… [r.m.]

 

Domenica 06 settembre

22.05
Venezia 2015 scossa da un “caso” al negativo. Il sudafricano The Endless River, diretto da Oliver Hermanus, è un melodrammone sfibrato e incoerente, zeppo di ridicolo involontario, facilonerie psicologiche e interpretato da attori decisamente inadeguati. Su 108 minuti di durata si piange in scena a intervalli regolari di 5 minuti. La scansione in tre atti è del tutto pretestuosa e insensata. A fine proiezione stampa risate a scena aperta, e dalla sala risuona anche uno spietato “Incompetente!”. In concorso (ebbene sì). [m.s.]

20.05
Sono passati otto anni dal convincente esordio Guide to Recognizing Your Saints, presentato proprio alla Mostra, e oggi ritroviamo al Lido di Venezia Dito Montiel e Shia LaBeouf con Man Down, thriller-dramma post bellico che mette in scena le complesse derive psicologiche del reduce dall’Afghanistan Gabriel Drummer. Il soggetto è indubbiamente interessante, ma Montiel e lo sceneggiatore Adam G. Simon non riescono a districare i troppi nodi dello script, i vari piani narrativi, e sono costretti a spiegare, spiegare, spiegare… Resta comunque l’apprezzabile tentativo di immergersi nella spesso ignorata realtà dei reduci di guerra. [e.a.]

18.50
Un emulo di Tsai Ming-liang alle Giornate degli Autori: è l’esordiente Pengfei che porta a Venezia il suo film Underground Fragrance, storia di due solitudini estreme che si incontrano e si danno sostegno nei bassifondi della metropoli pechinese. Dell’autore di The Hole, di cui Pengfei è stato aiuto-regista, non si ritrova però qui né la ieraticità strenua e sofferta, né il lirismo, né le dinamiche di spiazzamento e surrealtà. Ecco che allora Underground Fragrance, appare semplicemente un goffo tentativo di replicare l’eleganza inimitabile di un maestro del cinema. [a.a.]

16.30
Ha le idee chiare João Salaviza, giovane regista portoghese già premiato a Cannes e Berlino per i suoi corti e selezionato alla Settimana della Critica con l’opera prima Montanha, un coming of age dal ritmo genuinamente indolente, spesso immerso nella penombra, affidato a dei volti che riescono a farsi paesaggio culturale dell’adolescenza. Figlio del cinema classico hollywoodiano, Salaviza cerca la giusta mediazione tra il rigore della messa in scena e la naturalezza dei corpi, tra parole e silenzi, tratteggiando un percorso di maturazione emotiva e sessuale, di (ri)avvicinamento tra madre e figlio e di elaborazione di un lutto annunciato. [e.a.]

14.47
Anche il secondo italiano in concorso, dopo Piero Messina, viene accolto con applausi ma anche una buona dose di fischi. Non che si capisca il perché, a dirla tutta: A Bigger Splash non aggiunge nulla alla storia del cinema, né si ritaglia spazi particolari, ma il film di Luca Guadagnino è un onesto dramma, solido e girato con qualche leziosità ma anche con intuizioni non disprezzabili. Un’opera che, visti i concorrenti, merita di partecipare al concorso e che, nonostante le sue imperfezioni, viene naturale difendere dagli attacchi (che in parte sembrano preventivi) della critica nostrana. [r.m.]

14.00
Con El clan l’argentino Pablo Trapero porta in concorso a Venezia l’epopea di una famiglia criminale, che nei fatidici anni di passaggio dalla dittatura alla democrazia, si arricchisce attraverso la pratica dei sequestri. Diretto con mano sicura e senza eccedere in autocompiacimenti espressivi gratuiti, El Clan ha la ruvida eleganza di un gangster movie e quel senso di presa diretta che ben si sposa alla storia vera che racconta. Un maggiore affondo nella realtà storica dell’Argentina di quegli anni avrebbe però giovato al film, che a tratti rischia di diventare una sommatoria di sequestri, anche perché il conflitto tra il patriarca (l’ottimo Guillermo Francella) e il figlio Alex tarda troppo ad esplodere. [d.p.]

10.40
Il primo lungometraggio nepalese nella storia della Mostra è stato presentato all’interno della selezione della Settimana Internazionale della Critica. Si tratta di Kalo Pothi (titolo internazionale: The Black Hen), diretto dall’esordiente Bahadur Bham Min. Ambientato nel 2001, il film si muove tra riflessioni sulla storia nazionale (mettendo in scena il conflitto decennale tra i maoisti e il regime) e racconto di formazione interclassista (due bambini, di cui uno è parte della casta degli Intoccabili, cercano di recuperare la loro gallina). I due filoni narrativi finiscono per amalgamarsi bene solo a tratti, lasciando un senso di incompiutezza, soprattutto a fronte di alcune interessanti soluzioni visive. [a.a.]

08.24
Mordace commedia di caratteri sul “teatro rituale” della giustizia, L’hermine di Christian Vincent – proiettato nella serata di ieri e in gara per il Leone d’Oro – vanta uno script arguto e ben architettato e un cast di attori – capitanato da Fabrice Luchini – dallo straordinario talento. La storia è quella di un Presidente di Corte d’Assise (Luchini) che si ritrova a giudicare un accusato di infanticidio, mentre è affetto da una brutta influenza e da un ritorno di fiamma per una sua vecchia conoscenza, ora membro della giuria. Sospeso tra commedia romantica e di costume, con annotazioni nient’affatto banali sul tema della giustizia, L’hermine non ci dice niente di nuovo, è vero, è solo l’ennesima conferma dell’ottimo stato di salute del cinema francese. [d.p.]

 

Sabato 05 settembre

21.40
In Orizzonti è stato presentato alla stampa Pecore in erba, esordio alla regia di Alberto Caviglia. Un mockumentary sull’antisemitismo che diverte solo a tratti, non riuscendo a cogliere il centro della questione con regolarità (e la sovrapposizione tra posizioni anti-Israele e antisemitismo grida francamente vendetta, e dimostra una notevole superficialità) e arrancando dietro una forma del falso documentario solo abbozzata. Se il materiale a disposizione fosse stato sistematizzato in maniera più geometrica e logica – soprattutto nell’utilizzo dei veri/finti documenti – si sarebbe potuto parlare di un’opera prima interessante, pur con i suoi limiti. Così tutto assume invece la forma dell’incompiuto, e dell’occasione sprecata. [r.m.]

18.15
Per la Biennale College presentato Blanka, film ambientato a Manila e diretto dal regista giapponese, Kohki Hasei. Blanka è una bambina di strada, abituata a vivere alla giornata tra elemosine e furtarelli. Il film racconta della sua amicizia con un mendicante cieco. Una piacevole sorpresa per un approccio originale al tema trattato, un film solare e coloratissimo, dove la speranza è l’ultima a morire, contro ogni cupo e grigio stereotipo neorealista. [g.r.]

17.50
Giovani dittatori crescono. È tanto ambiziosa quanto pretenziosa l’opera prima di Brady Corbet, The Childhood of a Leader, presentata nel calderone di Orizzonti. Cast di tutto rispetto (Liam Cunningham, Bérénice Bejo, Stacy Martin, Yolande Moreau, Tom Sweet e Robert Pattinson), una messa in scena a tratti molto ricercata, uno script che si concede ampie ellissi e una rilettura della Storia che ondeggia tra fantasia e realtà. Ma è la colonna sonora di Scott Walker la cifra stilistica di una pellicola che troverà parecchi detrattori: le note aggrediscono in maniera incessante, potente, straniante, rimarcando (e annunciando) con troppa enfasi gli orrori del sanguinario Secolo breve. Affascinante ma involontariamente meccanico e didascalico. Ottima chiusura. Una sorta di impossibile crossover tra Sokurov, Haneke e Il presagio di Richard Donner. [e.a.]

14.08
Ondeggia tra manierismo sorrentiniano e accademismo L’attesa di Piero Messina, primo film italiano del concorso veneziano. Ispirato a “La vita che ti diedi” di Pirandello, il film mette in scena il lutto di una madre (Juliette Binoche) che accoglie la fidanzata del figlio nella sua bella casa in Sicilia, ma non trova il coraggio di dirle che il ragazzo è morto. Poco interessato alla sua storia e ancor meno alla psicologia dei personaggi, Messina si dedica a volti e oggetti con rapita ammirazione e un’alta dose di narcisismo. Tra carta da parati, ulivi secolari, specchiere e abat-jour, tutto risalta sul grande schermo nell’imperituro fulgore di una bellezza imbalsamata. Che sia questa una nuova categoria del cinema italiano contemporaneo? [d.p.]

13.37
Eddie Redmayne e il conflitto con la finitezza del corpo. Per The Danish Girl Tom Hooper (Il discorso del re) cuce intorno al giovane Premio Oscar britannico un altro ruolo sofferto e problematico dopo La teoria del tutto, rievocando la vicenda di Einar Wegener, transgender danese di un secolo fa. Confezione professionale, buone prove d’attore, accenti melodrammatici con qualche sbavatura da Harmony nei dialoghi. Ma anche grande serietà e delicatezza davanti a un tema irto di insidie espressive. In concorso. [m.s.]

11.20
Il cinema umanista e rigoroso di Sergei Loznitsa (Anime nella nebbia, Maidan) prova a raccontare la Storia dalle piazze, tra la folla, a stretto contatto con le persone. Il protagonista è il popolo, nel senso fisico di massa, di corpo unico che si muove per difendersi, per opporsi, per resistere. Realizzato con materiale girato nel 1991, The Event prosegue il prezioso lavoro di ricostruzione e documentazione di Loznitsa, osservando la Storia da un punto di vista diametralmente opposto rispetto a Francofonia e a Sokurov, alla sua magnetica attrazione per le figure storiche rilevanti, per i “grandi uomini”. [e.a.]

 

Venerdì 04 settembre

23.50
C’era un tempo in cui in Italia si poteva girare un’acidissima farsa su golpe falliti e fragili democrazie, assestando colpi tutti di pancia arrabbiata in ogni direzione. Restaurato dalla Cineteca Nazionale, Vogliamo i colonnelli (1973) di Mario Monicelli adotta il grottesco più sguaiato e fuori controllo per alzare la posta in gioco della commedia italiana. Siamo agli inizi degli anni Settanta e l’incupimento del contesto socio-politico produce una decisa sterzata sulfurea nei toni della risata nazionale. Malgrado gli altissimi ritmi comici di Vogliamo i colonnelli, c’è davvero poco da ridere e molto da inquietarsi. Protagonista uno scatenato Ugo Tognazzi, mai così sublimemente volgare. Per Venezia Classici. [m.s.]

21.45
Dopo un paio di pellicole sentimentali abbastanza fortunate (Like Crazy, Breathe In), Drake Doremus alza il tiro e mescola fantascienza e romanticismo in Equals, young-adult estetizzante che si affida ai volti e ai corpi di Kristen Stewart e Nicholas Hoult e che lavora di sottrazione narrativa. Più banalizzazione che sottrazione. Derivativo in ogni suo aspetto, a partire dalle facili scelte di design (il bianco, le linee essenziali, gli spazi asettici), Equals trova sorprendentemente posto nel concorso veneziano. Verrà anche il turno di Allegiant e Maze Runner – La rivelazione? [e.a.]

15.30
L’incontro tra due solitudini, la crisi economica e la disoccupazione, l’emigrazione all’estero (in questo caso in Romania) con in tasca due soldi di speranza e, forse, un nuovo amore. Sono questi gli ingredienti di Banat (Il viaggio) opera prima di Adriano Valerio selezionata alla Settimana della Critica 2015. Con protagonisti Edoardo Gabriellini ed Elena Radonicich, il film, anche se cede a momenti di silente rarefazione figli di un’autorialità ancora acerba, racconta senza mezzi termini le difficoltà professionali ed esistenziali di due trentenni di oggi. Ottime le interpretazioni dei due protagonisti. Si segnala poi la presenza di un tormentone pop dimenticato: “Se t’amo t’amo” di Rosanna Fratello, davvero difficile toglierselo dalla testa. [d.p.]

15.04
Ritorno a Venezia in concorso per Xavier Giannoli, dopo tre anni dalla presentazione in laguna di Superstar. Sposando di nuovo un’idea di commedia crudele, Marguerite può intrattenere e divertire, ma il paradosso narrativo sul quale si regge è decisamente troppo esile per un film di oltre due ore. Malgrado le buone prove degli attori (come sempre ottima Catherine Frot) e l’azzeccata atmosfera anni Venti tra spirito decadente e modernismo, spira aria di cinema vecchio e poco stimolante, che punta tutto sulla confezione con approccio assai più superficiale di quanto l’autore creda. [m.s.]

14.45
Passata la sbornia cinefila della serata di ieri, con l’accoppiata di assoluto spessore Wiseman & Sokurov, e scivolata via la mattinata con Black Mass e Marguerite, torniamo sull’impegnativa, stratificata e seducente pellicola del cineasta russo. Tra i titoli più attesi del concorso, Francofonia è sperimentazione, documentario, finzione, ricostruzione storica e personale. Il montaggio e la certosina deframmentazione della Storia, dell’Arte e delle immagini ne fanno un contraltare estetico di Arca russa. Francofonia è un viaggio nel tempo, una rilettura preziosa del Secolo breve. [e.a.]

13.02
È sempre importante, in manifestazioni come Cannes o Venezia, non appiattirsi alla ricerca della novità filmica. Fa piacere piuttosto rifugiarsi di tanto in tanto nel cinema del passato, relegato nelle sale più piccole e improbabili della Mostra (come la Sala Volpi, riallestita in uno spazio dove un tempo si facevano i buffet). Vedersi o rivedersi ciò che fu serve innanzitutto a ricordarci chi eravamo, ma ci aiuta anche a ristabilire le giuste proporzioni (quante volte qui in laguna si grida/si è gridato/si griderà al capolavoro in maniera troppo frettolosa?). In più, in questi anni digitalizzanti, andarsi a rivedere i classici ha un ulteriore significato: quello di verificare come e quanto il restauro digitale possa in qualche modo non essere troppo infedele al caro vecchio 35mm. Per tutti questi motivi siamo andati a rivederci Aleksandr Nevskij di Ejzenstejn – o, meglio – siamo andati a vedere per la prima volta la sua versione digitale. Che dire, per una volta si può concedere che è stato fatto un buon restauro di un film in bianco e nero, quantomeno nella restituzione dei contrasti. Meno convincente, soprattutto all’inizio, ci è parsa la restituzione di cosa, nell’inquadratura ejzensteniana, fosse a fuoco o no. Il digitale infatti tende a restituire ogni dettaglio in maniera troppo nitida ed è quindi importante aver cercato di mantenere la “piramide visiva” di ogni inqudaratura; il problema però è che quel che non è a fuoco dà l’impressione in alcuni momenti di essere un errore, proprio perché ricreato artificialmente. Ciò detto, si rimane sempre a bocca aperta nel rivedere questo film che, soprattutto per la scena della battaglia, ha creato così tanti degnissimi epigoni, da Barry Lyndon di Kubrick al Falstaff di Orson Welles. Anzi, vale la pena di notare un dettaglio che ci era sempre sfuggito: l’ultima inquadratura (quella dei titoli di coda) del Falstaff è praticamente identica all’ultima inquadratura del Nevskij. Perciò anche Welles faceva il citazionista di tanto in tanto, anche se in maniera quasi subliminale. [a.a.]

12.32
Visto che il concorso, con l’eccezione di Sokurov, sta inanellando una delusione dopo l’altra, abbiamo deciso di spostarci in Sala Casinò, per assistere alla proiezione stampa – pressoché deserta – di For the Love of a Man, inserito tra i documentari di Venezia Classici. Il film della regista indiana Rinku Kalsy si concentra in realtà non tanto sul cinema, che prorompe sullo schermo nella figura del divo Rajnikanth, superstar del cinema tamil, ma piuttosto sui fan che hanno fatto del suo culto una vera e propria religione, a cui consacrare la propria vita. Un viaggio nella relazione tra atto spettatoriale e pura fede, che diverte e a suo modo angoscia. Una visione da consigliare. [r.m.]

11.10
Dopo Out of the Furnace, Scott Cooper si conferma fautore di un manierismo elegante ma sterile con Black Mass, gangster movie dedicato a Whitey Bulger, il famigerato boss irlandese che, con la complicità dell’FBI, spadroneggiò nella Boston degli anni ’80. Basato sul susseguirsi di sequenze di dialogo atte ad annunciare le azioni cui di lì a poco ci ritroviamo ad assistere, il film manca di un vero e proprio sostegno drammatico così come di personaggi a tutto tondo. Sono forse passati i tempi in cui il gangster era un eroe tragico, stretto nella morsa delle sue stesse azioni e Cooper ritiene sia sufficiente avere buona musica, belle scenografie e le facce giuste per dare il giusto appeal alla sua pellicola. Inoltre, il regista è evidentemente assai compiaciuto di mettere in scena Johnny Depp intriso di make up e dotato di lenti a contatto cerulee. Per un paio d’ore d’intrattenimento va anche bene, ma di fatto Black Mass non aggiunge molto al suo, un tempo glorioso, genere di appartenenza. [d.p.]

09.00
Tornando a ieri, invece, il primo dei film della serata è stato In Jackson Heights, documentario di Frederick Wiseman che sfonda le tre ore di durata per immergere lo spettatore nel cuore di una delle aree più multiculturali – in gran parte di origine latina, ma anche irlandese, ebraica, musulmana, italiana – di New York. Un quartiere in piena gentrificazione, che Wiseman restituisce in tutta la sua umanità rumorosa, slabbrata, disperata e gioiosa. Un viaggio nel cuore del cuore di un’America in mutazione sociale, con la “libertà” messa spesso a dura prova dagli speculatori edilizi, da una politica sempre più scollegata dal popolo e dalle ingerenze repressive della polizia. Un saggio di cinema “dal vero”, ennesimo tassello nella stupefacente filmografia di Wiseman. [r.m.]

08.55
Prima di tornare alla serata di ieri, che ha dato finalmente un senso alla Mostra 2015, un breve aneddoto ai limiti del grottesco. Mentre ci avvicinavamo alla zona del festival, questa mattina, siamo stati fermati da un ragazzo siciliano, maglia dei Chicago Bulls e calzoncini, che dopo aver chiesto che ora fosse ha proseguito nell’interrogatorio:

– Ma perché avete tutti quel coso al collo? [l’accredito, n.d.a.] Siete della polizia?
– No…
– Allora siete qui per la festa della santa?
– No, è l’accredito per la Mostra del Cinema.
– Cioè che fate, incontri, cose tipo università?
– Ci sono degli incontri, ma soprattutto ci sono molti film…
– Vuoi dirmi che fate tutto questo casino per vedere dei film?

Dopodiché si è allontanato con andatura caracollante… [r.m.]

 

Giovedì 03 settembre

19.05
Ha aperto ufficialmente la 12° edizione delle Giornate degli Autori l’opera prima del regista spagnolo Dani de la Torre, ovvero l’adrenalinico action thriller El Desconoscido. Un’operazione che sembra fare il verso a tanti film americani analoghi e decisamente dozzinali, con tanto di immancabile torturatore a distanza: in questo caso un uomo assolutamente comune con moglie e figli, interpretato dal bravo attore ispanico Luis Tosar, viene intimidito al telefono da un tizio misterioso (lo sconosciuto del titolo), che lo minaccia di voler far esplodere una fantomatica bomba attaccata sotto la sua macchina. A tale sconcertante annuncio seguono convulsi sviluppi, tra rocamboleschi ferimenti e parossistici scontri tra veicoli, ma il grossolano film di de la Torre non riesce a schiodarsi dai limiti di un prodotto di genere greve e alimentare, derivativo e stracolmo di buchi di sceneggiatura, che poggia su un immaginario cinematografico bollito e stantio e che nei momenti di minor efficacia del copione, a dire il vero non pochi, preferisce buttarla sul sensazionalismo emotivo e sull’enfasi gratuita, producendo nello spettatore un’attesa snervante e puntualmente disattesa. [d.s.]

18.50
Partendo da uno spunto interessante, Renato De Maria spreca un’occasione imbastendo una riflessione audiovisiva fondata su materiali di provenienza eterogenea, senza giungere a un progetto filmico unitario e convincente. Italian Gangsters rievoca le vicende di sei noti malavitosi italiani (Ezio Barbieri, Paolo Casaroli, Pietro Cavallero, Luciano De Maria, Horst Fantazzini, Luciano Lutring) attivi tra gli anni ’40 e i ’60, cucendo monologhi di attori, ispirati a diari, interviste e autobiografie, al supporto di materiali d’archivio dell’Istituto Luce e Teche Rai, e ricorrendo anche ad abbondanti contributi dal cinema italiano per lo più anni Settanta (passano frammenti, tra gli altri, di Di Leo, Petri, Bellocchio, Deodato, Lenzi…). Purtroppo i variegati materiali procedono ognuno per conto proprio e non giovano i toni eccessivamente caricati di alcuni degli attori coinvolti. L’idea non si tramuta in discorso coerente, e malgrado il linguaggio contaminato prescelto resta una generale aria para-televisiva. In Orizzonti. [m.s.]

16.55
Non c’è Peter Mullan, bloccato sul set, ma c’è un suo simpatico videomessaggio: così si apre ufficialmente la SIC, con il premio al cineasta scozzese, col pubblico che rumoreggia un po’ per il cerimoniale e per qualche piccolo intoppo, con la graditissima proiezione di Orphans, pellicola scelta per festeggiare il trentennale della Settimana della Critica e per rappresentare simbolicamente la fiumana di opere prime e di registi che si sono succeduti anno dopo anno. E Orphans, votato dai membri del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI), è una scelta calzante: ottima opera prima di un regista/sceneggiatore arrivato poi al Leone d’oro con Magdalene, Orphans rinasce proprio con la SIC, trovando gloria e distribuzione grazie al palcoscenico veneziano. I festival, se fatti bene, servono. [e.a.]

12.39
Dramma intimista su infanzia, adolescenza, memoria, scoperta di se stessi e identità di genere. Primo lungometraggio di Carlo Lavagna, Arianna mostra una buona capacità d’introspezione e un’apprezzabile tendenza al pedinamento dei personaggi. Alternando pagine di lirismo a insistiti “realismi”, il film non esce comunque dal solco prevedibile dell’intimismo italiano, con annessi scompensi e debolezze. Nel ruolo dei genitori della protagonista, Massimo Popolizio e Valentina Carnelutti. Alle Giornate degli Autori. [m.s.]

12.15
In Orizzonti il film brasiliano Boi Neon, affresco tutt’altro che romantico del mondo marginale dei rodei carioca, giocato su facili effetti torbidi, su gratuiti colpacci allo stomaco. Tra vacche e vaqueiros, il film a stento riesce a non scadere nella ‘vaccata’. [g.r.]

12.00
Presentato fuori concorso, Spotlight di Tom McCarthy (The Station Agent, L’ospite inatteso, Mosse vincenti) è esattamente il film che ci si aspetta: un cast di ottimi attori, dai protagonisti fino all’ultimo dei caratteristi; fin troppo diligente nella messa in scena; preciso e solido nella scrittura, nel montaggio, nel raccontarci dello scandalo dell’arcidiocesi di Boston, delle indagini dei validi giornalisti del Boston Globe, del dolore delle vittime. Dei peccati imperdonabili della Chiesa. Come se fossimo negli anni Settanta, ma un po’ sbiaditi: McCarthy non è Pakula, Lumet o Jewison, ma Ruffalo, Tucci, Schreiber e soci valgono il prezzo del biglietto. Nel bene e nel male, scorre facile e scivola via. [e.a.]

11.30
Segreti e bugie nella graziosa periferia urbana e nei vasti paesaggi del cuore dell’Australia. Sono questi gli ingredienti di Looking for Grace di Sue Brooks, presentato in concorso a Venezia 2015. Tutto parte dalla marachella dell’adolescente Grace, che fugge di casa e attraversa l’Australia in pullman per recarsi insieme all’amica Sappho al concerto di una band metal-hardcore. Ma la ragazza ha sottratto anche del denaro dalla cassaforte di famiglia e, quando incontra un avvenente coetaneo, la questione si complica. Al punto che la narrazione inizia a frammentarsi e ci ritroviamo a seguire le vicende di altri personaggi, incluso un camionista con figlio al seguito, un anziano “detective” improvvisato, il padre e la madre della fuggitiva. Si susseguono rivelazioni e tentazioni erotiche dettate per lo più da brame di adulterio il tutto condito da qualche interessante impennata di humour. Ma la pellicola della Brooks non ha molto altro da comunicarci, a parte le sue attrattive socio-paesaggistiche. [d.p.]

11.01
Documentario potente e narrativamente solido, Winter on Fire di Evgeny Afineevsky (fuori concorso) torna a raccontarci le vicende di piazza Maidan che tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014, dopo 93 giorni di proteste e violenti scontri, hanno portato alle dimissioni del presidente ucraino Viktor Yanukovich. Il film sposa un linguaggio decisamente diverso rispetto all’apprezzato Maidan di Sergei Loznitsa. Afineevsky ha lavorato su una selezione di un’enorme quantità di eterogenei materiali audiovisivi, e si affida a una generica epicità (invadente in tal senso il commento musicale) senza scavare a fondo nelle ragioni storico-politiche. Idea di grande spettacolo e informazione/glorificazione, a fronte di una minore efficacia analitica. [m.s.]

0.40
Blockbuster sulla fomazione di un bambino soldato in un non precisato paese africano, Beasts of No Nation di Cary Fukunaga, presentato in concorso al Lido, oscilla pericolosamente tra l’edificante e il kitsch. Prodotta da Netflix, la tragica storia del piccolo Agu, presto separato dalla famiglia e dunque facile preda di un plotone di ribelli armati guidati da un istrionico comandante (un gigionissimo Idris Elba), parte da toni da commedia popolare (tra lazzi di bimbi e gara di rutti) per dirigersi verso un’escalation di violenza fisica e psicologica (il topos classico del rapporto adepto/cattivo maestro). Il risultato è a dir poco straniante, con ragazzini guerrieri vestiti come boy scout selvatici e un condottiero che pare l’incrocio tra Mr. T e il Subcomandante Marcos. Fukunaga firma dunque una pellicola che pare confezionata appositamente per appagare i desideri di un pubblico che vuole essere impegnato quanto intrattenuto, ma ad uno spettatore più smaliziato questa tragica vicenda innestata di rallenty, battaglie sotto acido e lens flare, pone qualche problema etico non indifferente. [d.p.]

 

Mercoledì 02 settembre

19.30
Ottima pre-apertura della 30esima edizione della Settimana Internazionale della Critica con il film cinese Jia (The Family). Il quarantunenne Liu Shumin esordisce alla regia con un’opera potente e coraggiosa, di lunghissimo metraggio (280 minuti), ma densa e pregna dall’inizio alla fine. Nel ritratto-epopea di una famiglia si legge ovviamente in filigrana un omaggio-tributo all’Ozu di Viaggio a Tokyo, eppure l’autentico valore aggiunto di The Family lo si coglie nella durata dilatata di azioni ed eventi, nel privilegiare la documentazione di – apparentemente insignificanti – operazioni quotidiane, fino a squadernare una sorta di ontologica malinconia del vivere e/o del sopravvivere. Da segnalare, come nota positiva, il fatto che la Sala Perla, dove è avvenuta la proiezione, sia rimasta piena fino alla fine. Cosa tutt’altro che scontata per un film tanto lungo. [a.a.]

18.57
Una buona notizia segue la terribile news sulla morte di Wes Craven, lutto che ha colpito il mondo del cinema solo un paio di giorni fa. La Mostra, per omaggiare il regista de Il serpente e l’arcobaleno e Scream proietterà sabato notte, in Sala Darsena, Nightmare on Elm Street in versione originale sottotitolata. La proiezione, che partirà a mezzanotte, sarà gratuita e aperta a tutti. Un’iniziativa lodevole da parte della Mostra, e un’occasione per rivedere uno dei più felici parti creativi della storia del cinema horror. [r.m.]

18.35
Mostra del Cinema di Venezia, 2007. Pubblico e critica sobbalzano di soddisfazione di fronte a La Zona, esordio alla regia del regista messicano (ma uruguayano di origine) Rodrigo Plá, dramma politico con venature thriller che scava in profondità nel classismo messicano. Otto anni dopo di quell’esordio non rimane più nulla, purtroppo: Un monstruo de mil cabezas, il nuovo film di Plá che apre ufficialmente la sezione Orizzonti, è un pastrocchio senza troppa inventiva, basato su un canovaccio che non si trasforma mai in narrazione. Una donna, resa folle dalla malattia terminale del marito, prende in ostaggio tutti quelli che lei considera, a diverso livello, colpevoli: medici, assicuratori e via discorrendo. Un’opera esile, politicamente confusa e dallo sguardo tutt’altro che lucido, che non intrattiene. Al punto che l’unico motivo di interesse è quello di cercare di scoprire il risultato finale di Pumas-Chivas, la finale del torneo di Clausura del campionato messicano del 2004, della quale si vede uno spezzone nel corso del film… [r.m.]

16.10
Non bastano la montagna più alta del mondo, tanti soldi, l’IMAX, il 3D e una parata di star; non basta la coperta troppo corta della storia vera; non basta l’incessante colonna sonora. Anzi, le note tambureggianti e mai dome sono davvero di troppo, come le tante parentesi didascaliche e le derive sentimentali. E così, proprio poche settimane dopo la morte di Richard Bass, primo alpinista a conquistare le Seven Summits, il blockbuster Everest di Baltasar Kormákur delude e sembra scontentare un po’ tutti. La Mostra si apre ufficialmente senza sussulti, con una pellicola scelta per l’appeal di Keira Knightley, Jake Gyllenhaal, Josh Brolin, Sam Worthington & Co. Ottimo per il tappeto rosso, per le copertine patinate, per i paginoni dei quotidiani, molto meno per il bilancio artistico del festival… [e.a.]

10.31
La prima cocente delusione della 72esima edizione della Mostra è già arrivata con la pre-apertura, dedicata a Orson Welles. C’era molta attesa infatti per la proiezione in prima mondiale de Il mercante di Venezia, adattamento shakespeariano su cui Welles lavorò dal ’67 al ’69 circa e considerato perduto da decenni. Ebbene, il restauro presentato ieri sera è stato condotto in maniera sorprendentemente anti-filologica, inserendo ad esempio artatamente – là dove non è stato ritrovato il sonoro originale – frammenti di una registrazione risalente al ’38 (dove Welles interpretava sempre Shylock), intervenendo poi in maniera pesante con i ritocchi digitali (degli orribili riflessi di fuochi d’artificio con cui si è cercato goffamente di riprodurre quanto fece all’epoca Welles con la truka – per un racconto dettagliato in proposito, vedere la nostra intervista al montatore Mauro Bonanni) e, peggio ancora, chiudendo il tutto nel finale con un grossolano fermo-immagine sul volto di Welles mentre si sente in voice over sempre un estratto dalla registrazione del ’38 e precisamente il celebre monologo di Shylock che, con ogni evidenza, i restauratori non erano riusciti a piazzare prima. A chi addossare le responsabilità di una tale operazione? Sicuramente a Stefan Drossler, direttore del Munich Film Museum e “gestore” di tutti gli incompiuti wellesiani, che ancora una volta mostra la sua poco condivisibile concezione di “restauro creativo”. Ma non è esente da colpe Cinemazero, l’associazione friulana nei cui archivi è stato ritrovato buona parte del materiale e che, evidentemente, non ha saputo gestirlo a dovere. Tutto questo ha fatto scendere in secondo piano la proiezione, immediatamente successiva al Mercante, della versione italiana dell’Othello, recuperata dalla Cineteca Nazionale e mostrata per la prima volta al festival dopo che Welles ritirò clamorosamente la copia nel 1951. Si tratta di una versione che comunque, fatta la tara di un doppiaggio pesantemente d’epoca, presenta ben poche differenze rispetto alla ben più nota edizione originale inglese che poi vinse a Cannes. Insomma, se per caso si stesse cercando di accreditare l’ipotesi che l’Othello possa puntare ad essere equiparato a Mr. Arkadin / Rapporto confidenziale per le multiple versioni volute dal suo autore, ci permettiamo di dire che non è proprio il caso. Con l’Othello siamo di fronte a dei minimi aggiustamenti, interessanti sì, ma in fin dei conti poco significativi. [a.a.]

Info
Il sito della Mostra del Cinema di Venezia 2015.
I film di Venezia 72.
Il sito della Settimana della Critica.
Il sito delle Giornate degli Autori.

 

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