Motherland

Motherland

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Nuove riletture di neorealismo mediorientale all’insegna dell’inquietudine, del mistero e del dramma espressionista. Oscure e melmose profondità in un rapporto madre-figlia: Motherland è l’opera prima della turca Senem Tüzen. Alla Settimana Internazionale della Critica.

L’amore più grande

Nesrin torna nel villaggio natale di sua nonna in Anatolia per dedicarsi alla scrittura di un romanzo. In breve viene raggiunta dalla madre, verso la quale prova una profonda insofferenza. Il confronto tra le due si farà sempre più cupo. [sinossi]

C’è un nucleo profondo e oscuro che si agita nei sotterranei di Ana Yurdu (Motherland) di Senem Tüzen. Un nucleo nascosto, inattingibile, in stretta connessione con la dimensione dell’ignoto. È il mistero del rapporto tra una madre e una figlia, due mondi distanti e alieni uno all’altro eppure ineluttabilmente intrecciati tra affetto e rifiuto, tra recriminazione e pensiero inespresso. La dimensione tragica di un rapporto al contempo ineludibile e imprigionante (non ci si separa mai, nemmeno idealmente, da chi ci ha dato la vita, così come non ci si può mai separare da chi ha ricevuto la vita da noi). Il film di Senem Tüzen è una bella sorpresa, capace di lavorare sul terreno del cosiddetto “neorealismo mediorientale” ragionandoci sopra, e in qualche modo scardinandone anche le consuetudini più radicate. Al cinema del Vicino Oriente che spesso rasenta un (più o meno simulato) approccio etnografico, Senem Tüzen risponde con una sua messa in discussione, partendo dai medesimi presupposti e spostandosi poi, per mosse infinitesime e successive, verso altri lidi espressivi: dramma psicologico e claustrofobie da Kammerspiel, per un racconto di anime torturate da relazioni borderline.
Così, il confronto con le proprie radici, identificate in scenari naturali/culturali dell’Anatolia e in una tetra idea di religione ai confini della superstizione (e oltre), non suscita nostalgie per culture ataviche e marginali a rischio di sparizione, bensì si riconverte in scoperta delle origini delle proprie nevrosi. Un confronto tragicamente mitico con i propri archetipi, con ultima stazione l’uscita di strada verso l’alienazione.

Ana yurdu racconta la vicenda di Nesrin, aspirante scrittrice che fa ritorno in Anatolia nel villaggio di sua nonna, con l’intenzione di dedicarsi a tempo pieno alla conclusione del romanzo a cui sta lavorando. Successivamente viene raggiunta dalla madre, che scatena nella donna viscerali reazioni d’insofferenza. La madre ha un cattivo rapporto col marito, e più o meno involontariamente mette in campo strategie ricattatorie una dopo l’altra, dominata da un rapporto oscuro e fanatico nei confronti della dimensione religiosa. Il lavoro sul romanzo si blocca, l’immaginario di Nesrin si fa sempre più tetro. La prigione degli affetti è avviata.
Senem Tüzen sperimenta dunque partendo da terreni ampiamente dissodati. Il film prende le mosse da un orizzonte espressivo in linea con i ben noti (e diversificati) neorealismi orientali: qualche lunga sequenza a macchina fissa, luce naturale, sguardo antropologico, attenzione all’essere umano, alle sue consuetudini e interrelazioni (molto significativa appare in tal senso la lunga chiacchierata tra vicine, raccolte in casa a farsi compagnia). Lentamente, però, nell’impianto visivo si aprono crepe e note dissonanti; un graduale percorso sotterraneo che trova il suo coronamento nell’inarrestabile pianto della madre, sequenza magistrale per l’inarrivabile ambiguità emotiva (si prova compassione per l’anziana donna, e al contempo ci si irrita per il deplorevole meccanismo colpevolizzante istigato in Nesrin). Da lì in poi, si snoda un’escalation di espansioni di significato, un conflitto che da psicologico e privato si espande per passaggi successivi al contrasto tra vecchio e nuovo, tra archetipo e modernità, tra cultura e natura, sotto ominose influenze di una religiosità arcaica e primitiva. Fino allo sfondamento in una dimensione universale tra affetto e rifiuto, una delle dinamiche più intimamente ontologiche nel vincolo eternamente tragico di paternità-filialità (i miti greci stanno lì a ricordarci la sua valenza universale). Coerentemente, il linguaggio segue il mutare del racconto; le luci si oscurano in interni-prigione, mentre la macchina da presa si fa sempre più vicina ai personaggi, soffocandoli nella loro reciproca prossimità.

La Motherland del titolo è dunque una “madrepatria” maligna e traditrice, in cui i termini di una metafora finiscono per essere perfettamente interscambiabili (madre e terra d’origine, una simbolo dell’altra). Nessuna nostalgia, nessuno sguardo ingenuo (o finto-ingenuo) sulla semplicità di culture ancora fuori dal raggio dell’omologazione. La madre-patria, ideale nazione d’origine da cui tutti proveniamo, è un paese inesplorato e accuratamente da non esplorare. Al di là dei suoi confini c’è solo la negazione della vita, il senso di colpa, il confronto con una violenza silenziosa. L’intelligenza di Motherland risiede nella sua inquieta ambiguità, che permette di ribaltare i ruoli di vittima e carnefice passo dopo passo (anche la madre può suscitare empatie intermittenti, nel suo comprensibile desiderio di essere amata).
Così, partendo da premesse consuete, Senem Tüzen forza i confini del consueto neorealismo verso nuovi territori inaspettatamente “espressionisti”. Ben venga.

Info
Motherland (Ana Yurdu) sul sito della SIC.
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