Intervista a Hou Hsiao-hsien

Intervista a Hou Hsiao-hsien

Non capita tutti i giorni di riuscire a intervistare Hou Hsiao-hsien. La ghiotta occasione è stata data, a Venezia, dalla presenza in giuria del regista taiwanese, con il quale abbiamo parlto di cinema, wuxia, montaggio e utilizzo dei formati, Lamorisse e nouvelle vague di Taipei…

Nel tuo ultimo film, The Assassin, presentato al Festival di Cannes, per la prima volta non usi il quadro anamorfico, che è sempre stata la tua cifra stilistica, il tuo sguardo sul mondo. Come mai?

Hou Hsiao-hsien: Perché oramai viviamo nell’era del digitale, non esiste quasi più la stampa in 35mm, c’è solo il dcp, e con il digitale e il dcp possiamo ottenere qualsiasi tipo di formato. Sono sempre stato attratto in particolare dal 4:3, dallo standard [utilizzato per il 35mm all’epoca del muto, nda]. All’inizio della lavorazione di questo film avevo l’intenzione di girare in 16mm, ma Ping Bin Lee, il mio direttore della fotografia, mi ha convinto delle possibilità in post-produzione e alla fine ho optato per il 35mm. Ho girato il film con lo schermo intero e durante la postproduzione l’ho trasformato in 1.41:1, perché adesso non dobbiamo conservare il negativo per il suono, quindi si può usare tutto l’1.41:1, mentre al massimo anni fa mi sarei trovato a lavorare con un 1.33:1. In totale ho usato 440.000 piedi di pellicola [quasi 135.000 metri, nda] per girare tutto il film. In alcune sequenze, come quella in cui la principessa suona il guzheng, ho invece utilizzato l’1.85:1, perché ritenevo che fosse il formato migliore per mostrare lo strumento musicale nella sua totalità.

Perché hai deciso di fare un wuxia e che differenza c’è tra il tuo approccio al genere e quello dei tuoi colleghi?

Hou Hsiao-hsien: Il wuxia è un genere. Quando ero molto giovane, all’incirca tra i 10 e i 13 anni, leggevo molti romanzi wuxia. Io e mio fratello, insieme, li avremo letti quasi tutti! Poi, crescendo, sono passato a un altro tipo di letteratura, ho allargato gli orizzonti leggendo di tutto, a partire dai classici. Per quanto riguarda questo film, quando ero all’università a studiare cinema ebbi la possibilità di leggere questo libro dal titolo Brevi storie da leggende nella dinastia Tang. Trovai uno di questi racconti molto interessante, per cui nella mia mente si formò l’idea di farne un film. Penso che il mio film non sia proprio un wuxia, perché non segue le regole de genere. Quando ero giovane e leggevo molti di questi romanzi, c’erano registi come King Hu, Chang Cheh e gli Shaw Brothers che facevano molti film di questo tipo. Li guardavo tutti. Penso che la differenza principale tra quei film e il mio riguardi la gravità. Nel mio film nessuno vola nel cielo senza limiti. Per me la realtà, il realismo e la gravità sono molto importanti, e non volevo che questi elementi venissero meno solo perché stavo dirigendo un wuxia.

Lo stile classico con cui i registi di wuxia, ad esempio King Hu e Chang Cheh, realizzavano le scene di combattimento si fondava su un montaggio molto veloce e serrato, in modo da far immaginare da una serie di close-up sequenze acrobatiche impossibili. È uno stile che non ti appartiene e in effetti nelle scene di combattimento di The Assassin usi dei totali dei corpi dei combattenti e sequenze più lunghe. Come sei arrivato a conciliare il wuxia con il tuo stile cinematografico?

Hou Hsiao-hsien: Dato che amo i veri combattimenti e non amo la finzione che prevede all’interno dei combattimenti dettagli e frammenti, i tre attori Shu Qi, Chang Chen e Zhou Yun, che interpreta sua moglie, si sono allenati tantissimo prima di girare. I lottatori di altissimo livello quando combattono non muovono mai la faccia, e quindi io volevo che nemmeno i miei attori lo facessero. Inoltre avevo detto al mio coreografo dei combattimenti che non volevo movimenti esagerati, volevo invece qualcosa di estremamente realistico. Non volevo per esempio scene in cui qualcuno ti dà una mano e tu voli lontanissimo. Volevo riuscire a rendere il reale impatto della forza impressa in ogni movimento.

Il discorso sul piano sequenza e il montaggio ci porta al tuo film francese Le voyage du ballon rouge, che è un omaggio a Il palloncino rosso di Albert Lamorisse. Quel film era stato analizzato in un saggio da André Bazin proprio come un esempio di montaggio interno. Hai scelto di omaggiare Lamorisse avendo presente questo scritto di Bazin?

Hou Hsiao-hsien: No, non proprio. L’unica cosa a cui penso quando mi avvicino a un film e al fatto di doverlo portare a termine, le scelte estetiche con cui approcciare una storia vengono di conseguenza. La cosa che davvero conta una volta finito il girato è di riuscire a fare un montaggio che sia semplice e diretto. Quel che cerco di trasmettere con il mio cinema è un’idea di realtà.

Quindi come mai hai scelto di omaggiare Lamorisse?

Hou Hsiao-hsien: Durante la ricerca di alcune location mi sono imbattuto in molti poster de Il palloncino rosso, erano dappertutto… E allora mi sono detto “Dai, facciamo un film moderno su Il palloncino rosso”! Tutto qui, ecco perché.

Abbiamo rivisto I ragazzi di Fengkuei nella sezione Venezia Classici, un film che ha segnato l’immagine del cinema di Taiwan in Europa. Qual è la tua opinione sullo sviluppo del cinema taiwanese negli ultimi trent’anni e, secondo te, la rivoluzione degli anni Ottanta si può rintracciare ancora oggi?

Hou Hsiao-hsien: Della mia generazione, la cosiddetta nouvelle vague taiwanese, solo io e pochi altri facciamo ancora film, la maggior parte di noi invece è scomparsa non si sa dove. E sfortunatamente Edward Yang è morto. Negli anni Ottanta la nouvelle vague taiwanese rappresentò una boccata di aria fresca, perché era basata sulla realtà contemporanea e su storie locali, che il pubblico apprezzava. Ma con il passare degli anni purtroppo il cinema hollywoodiano era sempre lì, e il pubblico taiwanese ha preferito il lato del cinema più teso a una drammatizzazione. Per le generazioni successive alla mia è stato più difficile trovare spazio e i giovani registi oggi fanno un altro tipo di film e sono solo interessati al box office, a fare film commerciali. Se parliamo della nouvelle vague, rimaniamo io e Tsai Ming-liang; entrambi siamo qui a Venezia e facciamo ancora film, ma credo che la generazione successiva abbia davvero perso la sua direzione. In loro non rimane più niente della nouvelle vague.

I tuoi primissimi film sono stati dei musical con cantanti di successo. In merito a questi si è sviluppato un grande dibattito critico nel considerarli parte o meno del tuo cinema, nel riconoscere o meno l’embrione del tuo stile successivo. Qual è la tua posizione in merito?

Hou Hsiao-hsien: Quando ho diretto quei musical ero molto giovane. Mi piaceva la musica e inizialmente avrei voluto fare il cantante. A quel tempo erano film di moda e spesso a mettere i soldi per produrli erano persone dell’industria discografica che volevano introdurre i loro artisti nel mondo del cinema. Per questo si trattava solo di commedie, drammi, o storie d’amore. Con I ragazzi di Fengkuei però ho cambiato completamente, ho iniziato a volere fare film che si basassero sulle mie memorie, sulla mia crescita e sul mio passato. A quel tempo incontrai Edward Yang e con lui anche altri registi. Parlavamo dei film che volevamo fare. Così abbiamo intrapreso la strada per quel tipo di cinema, meno spettacolare e più intimista.

Info
Il trailer di The Assassin.

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