Freeheld

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Nonostante l’impegno profuso dalle protagoniste Julianne Moore ed Ellen Page, Freeheld è un melodramma stantio sul tema del riconoscimento dei diritti omosessuali, dove l’impeto della tesi sovrasta e annichilisce il racconto. Alla decima edizione della Festa del Cinema di Roma.

C’era una volta l’impegno civile

La vera storia d’amore di Laurel Hester e Stacie Andree e della battaglia che le due donne hanno condotto per ottenere giustizia. Quando alla pluridecorata detective del New Jersey Laurel viene diagnosticato un cancro, vuole essere certa che la sua pensione vada alla compagna Stacie. Ma i funzionari della Contea di Ocean – detti freeholders (proprietari) – non la pensano così… [sinossi]

Il sottogenere film sul tema delle battaglie per i diritti civili è tipico di certo cinema americano, o almeno lo è stato fino al più o meno recente passato (si pensi a Philadelphia, Dead Man Walking, Erin Brockovich o, ancora, a Monster). Per farlo ancora oggi forse però – oltre al talento – sarebbe almeno necessaria una autentica indignazione morale, tipica ad esempio di certa Hollywood che fu – si pensi ad esempio al capolavoro del genere, La parola ai giurati di Sidney Lumet.
Se invece si ammanta il tutto con una storiella sentimentale, ci si disinteressa del vero patimento dei personaggi scegliendo freddamente di non voler provare a identificarsi con loro e si sceglie di far rappresentare la lotta per i diritti a una insopportabile macchietta (Steve Carell nei panni del gay ebreo trascinatore di folle), ecco che allora arriva un film come Freeheld, presentato in selezione ufficiale alla decima edizione della Festa del Cinema di Roma e diretto da Peter Sollett.

Julianne Moore interpreta una poliziotta tutta d’un pezzo, Ellen Page una ragazzetta capace di maneggiare motori e chiavi inglesi, e il loro amore sembra preludere a una lunga vita felice, quando la prima delle due si ammala e diventa allora necessario per la seconda poter continuare a usufruire della pensione della Moore. E il film finisce. E comincia invece la rassegna dei luoghi comuni sulla diversità e sulla tolleranza, a partire dall’atteggiamento diffidente dei colleghi poliziotti di Julianne Moore, capitanati da un Michael Shannon che ormai non azzecca più un ruolo da quel dì.
Certo, inevitabile dover pensare e dire che film così sono necessari per sensibilizzare l’opinione pubblica, ma come sappiamo benissimo anche in Italia – o, almeno, come dovremmo sapere ma non abbiamo ancora imparato a fare – i film a tesi normalmente procedono dritti dritti verso la catastrofe perché spiegano a parole al pubblico quello che sa già e non riescono e, forse, non vogliono fare quel che sarebbe davvero necessario: ‘incarnare’ la tesi in personaggi e vicende forti, far confliggere una posizione con l’altra fino ad arrivare alle conseguenze più estreme, lavorare su un processo di consapevolezza che coinvolga protagonisti e spettatore.
E, invece, Sollett sceglie di non approfondire nulla, inanella monologhi standard e occhiolini verso il pubblico, sempre pronto ad eccitarsi quando il cattivone di turno che odia le lesbiche alla fine si lascia andare a un bonario sorriso.
Eppure, proprio il cinema americano ci ha insegnato che questo cinema si può fare, basta credere davvero in quello che si fa e basta trovare la storia giusta. Perché non è sufficiente adagiarsi sullo spunto di una storia vera e sulle foto delle reali protagoniste della vicenda da piazzare come da prassi sui titoli di coda per sentirsi in pace con la coscienza. Chi si prende in carico il peso di mettere in scena film che affrontano i nodi scoperti di una società deve piuttosto assumersi questa responsabilità fino in fondo.

Info
La scheda di Freeheld sul sito della Festa del Cinema di Roma.
Il trailer di Freeheld su Youtube.
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