Howl

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Seconda opera da regista di Paul Hyett, Howl cerca di svecchiare il tema della licantropia, proponendone una diversa lettura: ma resta soffocato dalle sue, poco convinte, velleità di spaccato sociologico. Al Trieste Science+Fiction 2015.

Wolves on a Train

Dopo la delusione di una mancata promozione, il capotreno Joe accetta di fare il turno di notte su un convoglio in partenza da Londra. Nel bel mezzo della brughiera, il treno urta qualcosa e resta in panne: il conducente, sceso a controllare, scompare misteriosamente. Con la luna piena, e la foresta tutt’intorno, il panico inizia a diffondersi tra i passeggeri… [sinossi]

Prendere di petto, nel 2015, un tema come la licantropia, è un’operazione per definizione rischiosa. Farlo in un’opera smaccatamente di genere, basata sul vecchio motivo dell’assedio (non di una casa, nel caso specifico, bensì di un treno) diventa poi quasi un’autocondanna: con tanti classici, vecchi e nuovi, alcuni dei quali ben vivi nella memoria cinefila, dire qualcosa di innovativo, o semplicemente significativo, sul tema, è compito assai arduo.
Al suo secondo lungometraggio da regista (con alle spalle una ventennale carriera come addetto agli effetti speciali) Paul Hyett tenta con Howl – presentato al Trieste Science+Fiction – di svecchiare almeno in parte il filone: via la trasformazione con la luna piena (quest’ultima resta soltanto come motivo iconografico), via i motivi psicanalitici, lo sdoppiamento di personalità, i richiami a una bestialità sepolta. Via, anche, il make-up classico del lupo mannaro, in favore di una varietà di creature antropomorfe di diversa concezione, alcune delle quali legate a un’iconografia (le vediamo con chiarezza solo nel finale) più fantasy che horror. Il film di Hyett, quindi, in parte asciuga il genere dalla sua componente più psicologica (ma anche più risaputa); in parte, cerca di rinnovarne i codici lasciando in secondo piano il mostro, e spostando l’attenzione sulle sue vittime.

La sceneggiatura del film vuole infatti descrivere una geografia umana di varia origine e tipologia, posta in una situazione narrativamente tipica (l’intrappolamento e l’assedio), osservandone i comportamenti. Si hanno, così, il capotreno deluso dalla mancata promozione ma ligio al dovere, l’impiegata stanca e disillusa, il borghese cinico e opportunista, la coppia di anziani sopraffatti dall’ansia, l’inguaribile nerd. Figure delineate con pochi tocchi, di vario peso e rilevanza narrativa, ognuna significativamente chiusa nella sua casella, funzionale al ruolo che lo script gli assegna. Il focus è ovviamente sul giovane capotreno, e sul suo personale riscatto nella guida del gruppo contro il nemico comune; gran parte degli altri personaggi sono utilizzati in funzione antagonistica o di semplice contrappunto grottesco (ed è il caso dei due anziani). Il principale problema del film di Hyett è il suo risultare debole, paradossalmente, proprio sul terreno sul quale sceglie di puntare tutte le sue carte: sullo spaccato sociologico, trattato in forma fantastica, dell’umanità che si trova a convivere nel treno, con lo sviluppo delle reciproche relazioni di fronte al pericolo. Un’insieme di figure che raramente si innalzano dalla consistenza di semplici figurine, mai problematizzate, a volte caricaturizzate nel modo più risaputo.

Le velleità di satira di costume (poco convinta) del film di Hyett provocano altresì un altro effetto negativo: mentre il suo bozzetto in forma grottesca va a vuoto, principalmente a causa di una scrittura mediocre, il mood orrorifico ne viene inevitabilmente sacrificato. Il film mostra un’incertezza di tono che si traduce in aperture grottesche poco giustificate, mal integrate nella trama, il più delle volte apparentemente fini a se stesse. Risultato, questo, di una scarsa chiarezza di intenti (innanzitutto a livello di sceneggiatura) sui contorni del film, e sulla direzione che si voleva far prendere al racconto.
Come puro prodotto di genere, al netto dei suoi smottamenti di tono, Howl mostra comunque una qualche efficacia. La regia è pulita, dinamica e visivamente leggibile, capace di sfruttare con discreta funzionalità il potenziale claustrofobico dell’ambientazione; mentre il fascino degli esterni (in gran parte ricostruiti, efficacemente, con l’ausilio del digitale) concorre come può a costruire un senso affabulatorio che resta comunque monco. Il regista, lungi dal mostrare un approccio particolarmente personale alla messa in scena, dimostra almeno di conoscere bene i meccanismi del genere, e li ripropone con un discreto senso del ritmo e della tensione narrativa.

Howl resta comunque, in gran parte, sacrificato dalle sue velleità (che necessitavano di una scrittura più attenta e pregnante): utilizzare il genere per rappresentare le dinamiche della società (o di un pezzetto di essa) è, da sempre, compito tutt’altro che facile. Cercare di farlo, poi, destrutturando il racconto e inserendovi elementi di commedia, necessita di una consapevolezza e di una padronanza del mezzo che pochi posseggono. L’aver voluto svecchiare il filone della licantropia, proponendone una lettura alternativa, rappresenta senz’altro, per il film, un tentativo meritorio: tentativo, tuttavia, andato sostanzialmente a vuoto.

Info
La scheda di Howl sul sito del Trieste Science+Fiction.
  • howl-2015-Paul-Hyett-001.jpg
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