Doclisboa 2015

Doclisboa 2015

Con Bella e perduta di Pietro Marcello ed El botón de nácar di Patricio Guzmán si è aperta e chiusa la tredicesima edizione di Doclisboa, il festival di cinema del reale della capitale portoghese che da quest’anno ha alla direzione il triumvirato composto da Cíntia Gil, Davide Oberto, Tiago Afonso. Un festival concepito come un viaggio tra i continenti, forte del retaggio ancestrale della città che lo ospita, trait d’union tra vecchio e nuovo mondo, punto di partenza di esploratori e navigatori.

Un programma ricchissimo, quello della tredicesima edizione del Doclisboa (22 ottobre-1 novembre), già nel concorso internazionale, che non si preoccupa di separare corti, medi e lunghi, dove sono passati, tra gli altri, Aragane di Kaori Oda, allieva giapponese della Film.factory di Bela Tarr, viaggio nelle viscere della terra, nelle miniere di un villaggio di macerie in Bosnia – dalle atmosfere simili a quelle di Dannazione dello stesso cineasta ungherese -, seguendo il lavoro quotidiano di minatori nelle tenebre più profonde squarciate solo dalle loro torce; Babor Casanova di Karim Sayad – vincitore del premio della giuria – ambientato negli slum di Algeri, la vita quotidiana di ragazzi nelle strade verticali, tra i palazzi fatiscenti, che sublimano la loro precarietà auspicando l’immigrazione, anelando approdi in Sardegna, a Palermo o a Catania, e rifugiandosi nel tifo come ultrà, secondo le universali dinamiche antropologiche della tribù del calcio; BalikBayan #1 del veterano del cinema indipendente filippino Kidlat Tahimik, che si focalizza sulla figura di Enrique, uno schiavo di Magellano poi liberato, le cui memorie di viaggio scolpite nel legno sono messe a confronto con la storia ufficiale; A Distant Episode, cortometraggio di Ben Rivers che segue The Sky Trembles and the Earth Is Afraid and the Two Eyes Are Not Brothers passato pure a qui Lisbona nella sezione Riscos e che, di nuovo, è ambientato in un villaggio magrebino con protagonista una troupe cinematografica, tra montagne di sabbia, beduini e donne berbere, tra paesaggi lunari in bianco e nero e in scope, sospeso tra etnografia e fantascienza; Last Man in Dhaka Central (The Young Man Was…, Part 3), una delle opere presentate di Naeem Mohaiemen, ultimo capitolo di una trilogia che segue la storia di Peter Custers, l’attivista olandese che fu imprigionato in Bangladesh; Il solengo degli italiani Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis – il film vincitore di questa edizione del festival portoghese – sulla leggendaria storia dell’eremita delle campagne toscane Mario de Marcella detto il solengo; La visite, cortometraggio di Pippo Delbono ancora una volta incentrato sulla figura del sodale Bobò che incarna nientemeno che il Re Sole a Versailles in compagnia di Michael Lonsdale.
Fuori concorso poi vi è stato spazio, oltre che per i già visti No Home Movie, doveroso tributo a Chantal Akerman, per In Jackson Heights e per The Event di Sergei Loznitsa, anche per In Transit, ancora un omaggio, ad Albert Maysles, film on the rail, sul treno che attraversa gli States.

Particolarmente nutrita inoltre è stata la parte delle sezioni collaterali, a cominciare da Riscos, dedicata alle ‘nuove visioni’. Tra le opere qui presentate ricordiamo tre dei Five Year Diary di Anne Charlotte Robertson, apice dei film diari in super 8 della filmmaker; Avoir 20 ans dans les Aurès, omaggio al grande René Vautier, ennesima incursione del regista francese nel pantano tragico della guerra d’Algeria; Le Saphir de Saint-Louis di José Luis Guerín che parte da un dipinto nella cattedrale di La Rochelle, sulla tragedia di una nave di schiavi.
Due grandi e notevoli retrospettive hanno accompagnato il programma della selezione ufficiale. Una integrale a Želimir Žilnik, autore serbo esponente della Black Wave iugoslava, di cui è stato possibile ricostruire una carriera che parte dai suoi albori della fine degli anni Sessanta (Rani radovi sui movimenti studenteschi di Belgrado, Crni sugli homeless che il regista ospita a casa sua), per arrivare all’ultimo Destinacija_Serbistan, di quest’anno, ancora sull’ospitalità ai rifugiati, ora dalla Siria e dalla Libia, passando per Paradies. Eine imperialistische Tragikomödie, film del 1976 mai visto finora, sul rapimento simulato di un gruppo di anarchici da parte di una multinazionale.
L’altra retrospettiva, I don’t throw bombs, I make films, è stata dedicata agli incroci tra cinema, rivoluzione, insurrezione armata e terrorismo. Un lungo percorso tra opere concepite come pamphlet di rivolta, manifesti programmatici, dove il linguaggio è concepito esso stesso come un’arma, con titoli come Bambule di Eberhard Itzenplitz e Ulrike Meinhof e Armata Rossa. Dichiarazione della guerra mondiale, opera prodotta dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e realizzata dai cineasti giapponesi che ne erano simpatizzanti, Koji Wakamatsu e Masao Adachi. Fino ai film che hanno raccontato gli anni di piombo: United Red Army dello stesso Wakamatsu, Colpire al cuore di Gianni Amelio, Anni di piombo di Margarethe von Trotta, il film collettivo Germania in autunno, Die innere Sicherheit di Christian Petzold e Harun Farocki e Les ordres di Michel Brault sugli arresti indiscriminati della polizia canadese nella crisi del Quebec del 1980.
E ancora tanto altro in questo festival del cinema del reale, del cinema verità in tutte le sue declinazioni, per documentare il mondo, coglierne l’essenza analogamente al regista Friedrich Munro approdato nella capitale portoghese nel wendersiano Lisbon Story.

Info
Il sito del DocLisboa.

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