Tre canti su Bowie

Tre canti su Bowie

Comporre un omaggio per David Bowie, morto oggi all’età di sessantanove anni, è operazione futile e fondamentale allo stesso tempo. Un canto in tre brevi parti per una delle figure imprescindibili dell’arte dell’ultimo secolo.

Canto primo
Il mio volto era in una buia prigione

Il problema a volte risiede tutto in quella parola, della quale si fa un uso sempre più smodato, quasi avesse perso con gli anni la propria reale consistenza. Genio. Certo, il genio è colui dotato di un’intelligenza e di una predisposizione artistica così fuori dal normale da primeggiare senza profondere particolare sforzo. Ma è anche una divinità ultraterrena, uno spirito, un demone a cui affidare il proprio destino. Un essere che può ciò che non è possibile alla massa, che vede ciò che non è visibile alla massa, che crea ciò che nessuno prima di lui sarebbe stato in grado di creare. Per nascondere la propria mediocrità (meglio, medietà), gli esseri umani proclamano genio tutti quelli che osano passi in territori sconosciuti, vanno oltre, lambiscono il territorio della perfezione. Per non dover accettare l’onta del paragone improponibile, gli uomini e le donne attribuiscono parentele divine ai più meritevoli.
Dopo l’annuncio della morte di David Bowie, ad appena sessantanove anni (a proposito di “ad appena”: a soli due giorni dal festeggiamento del compleanno e dall’uscita del suo ultimo album, Blackstar), sui social network si è riversato tutto il dolore dei fan e degli appassionati di musica. Ovviamente il termine genio galleggiava sospeso in ogni commento, accompagnato spesso da frasi come “dicci se c’è davvero vita su Marte”, “ora puoi tornare sul pianeta da cui sei venuto”, “ciao, alieno!”, e via discorrendo. Non era umano, Bowie, per accezione comune, e non era neanche mortale: in molti hanno notato, dopotutto, uno dei titoli scelti per il lancio di Blackstar, Lazarus. Lazzaro, colui che ritorna dalla morte. Perché la morte è ingiusta, a volte (spesso). E chi non è umano ha il diritto di non cederle il passo.

La grandezza di Bowie, ça va sans dire, è stata proprio quella di essere umano. L’uomo che cadde sulla Terra, come il titolo del film di Nicolas Roeg che gli permise di esordire nella recitazione, nel 1976; Thomas Jerome Newton, il personaggio che interpreta, viene sì da un altro mondo, “spaventosamente arido”, ma è pur sempre un uomo. Non v’è dubbio su questo. Anche lo Ziggy Stardust che rese Bowie famoso a livello mondiale ha contatti con un altro pianeta, ma è in tutto e per tutto umano – come ribadì il cantante e compositore a William Burroughs, durante una chiacchierata poi pubblicata su Rolling Stone nei primi anni Settanta.
I personaggi interpretati da Bowie nel corso della sua vita, sia sul palco che davanti alla macchina da presa, sono alieni rispetto alla società, ma non sono mai disincarnati. Anzi, deperiscono, rischiano di morire, e a volte lo fanno. Da Thomas Jerome Newton al Jack “Strafer” Celliers di Furyo di Nagisa Ōshima il passo è breve, brevissimo. In mezzo c’è tempo per il dandy prussiano Paul Ambrosius von Przygodski (in Gigolò di David Hemmings) e per il decrepito e incartapecorito John Blaylock di Miriam si sveglia a mezzanotte di Tony Scott, film che si apre su una performance live dei Bauhaus, che intonano Bela Lugosi’s Dead; come Lugosi, anche Bowie nonostante sia un vampirizzato, non può che andare incontro al proprio destino di distruzione. Destino che non lo abbandona neanche quando veste i panni del re dei goblin Jareth, presenza maligna che minaccia l’adolescente Jennifer Connelly in Labyrinth di Jim Henson, eleggendolo tra i villain più fascinosi dell’universo fantasy, uno di quelli in cui convivono con maggior convinzione crudeltà e malìa. Elementi che si possono scorgere sempre nel volto spigoloso eppur morbido di Bowie, quel volto che è quasi sempre stato protagonista delle cover dei suoi album, quello sguardo che è già, senza bisogno d’altro, un attestato di poetica.

È attraverso lo sguardo, anche e soprattutto nelle sue (purtroppo rare) incursioni cinematografiche, che Bowie esce dalla prigione del senso, scavalca di colpo le anguste celle del gusto, del momento storico, del tempo. Non è extra-terrestre, né ultra-umano, ma possiede la capacità non comune di andare oltre. Per quanto la costruzione del personaggio Bowie meriterebbe un approfondimento a parte, la sua icona è di una naturalezza sconvolgente, semplice, per niente disattenta a mode, trasformazioni in atto ed evoluzioni storiche, eppure mai schiava del proprio tempo, mai asservita alla prassi. Bowie è sempre arrivato un secondo prima ed è sempre rimasto un centimetro fuori dal centro del discorso; non per snobismo, per inevitabile collocazione. Negli sguardi che scambia con Takeshi Kitano/Gengo Hara in Furyo, negli occhi del suo Ponzio Pilato – per l’incompreso Scorsese de L’ultima tentazione di Cristo –, e infine nella profondità altrettanto geniale e umana di Nikola Tesla, cui dona il corpo in The Prestige di Christopher Nolan, si nasconde anche il senso dell’essere al mondo (artistico, ma non solo) di Bowie, la sua capacità di rendere pop la dimensione tragica dell’umano, il lento progredire verso la scomparsa, quel suicidio che è già intessuto nel mero vivere.

Canto secondo
Noi l’amavamo

Una mattina non troppo fredda di gennaio, nelle vicinanze di Parioli. Sul marciapiede un uomo sulla trentina sta suonando la chitarra; nella custodia che ha posato a terra c’è ben visibile una manciata di centesimi. Forse li ha posati lì lui stesso, in modo da convincere i passanti che qualcuno, prima di loro, ha ritenuto abbastanza valida la proposta musicale da meritare un obolo. Il suonatore di chitarra si sta destreggiando con Piazza grande di Lucio Dalla; gli si para di fronte un ventenne. “Che me lo fai un David Bowie? Uno qualsiasi, eh…”. Il chitarrista abbandona “i gatti che non han padrone come me” e si mette a suonare Space Oddity. In realtà il testo non lo conosce bene, ma a dargli man forte è proprio il suo unico ascoltatore, che lo sorregge con il canto ogni qual volta che questo si fa semi-muto per nascondere l’ignoranza.
Come ogni morte prematura, quella di David Bowie è una tragedia. Come ogni morte di un artista che ha avuto il coraggio di cambiare pelle senza mai abbandonare la propria curiosità, quella di David Bowie è una tragedia. Come ogni punto di riferimento pluri-generazionale, quella di David Bowie è una tragedia. In molti hanno detto e diranno che rimane in ogni caso la sua musica, ed è senza dubbio vero. Il primo istinto alla lettura della notizia è stato quello di lanciarsi nell’ascolto di Hunky Dory, Low, The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders From Mars, 1. Outside, Let’s Dance, Heroes, The Next Day, e via discorrendo. Ma non basterebbe. Lo dimostra proprio l’ultimo album, quel Blackstar che non è postumo solo per una manciata di ore. Non è possibile affidarsi solo alla melanconia del passato quando si ha a che fare con un artista che è sempre vissuto nel futuro, senza mai adagiarsi nelle comodità del proprio tempo, senza mai accettare l’ovvio per quel che è. Per questo appaiono particolarmente dolorosi tutti quei video di Youtube con esibizioni live o in studio; perché rappresentano, per la prima volta, la reale cristallizzazione di qualcosa che è “passato”. Perché ci ricordano la caducità di ogni vita, anche la più luminosa.

Una musica che si fa sempre racconto, come quella partorita nel corso dei decenni da Bowie, non può non trovare una propria naturale corrispondenza nell’universo cinematografico. Al di là della carriera da attore di Bowie, è giusto ricordare come la sua musica abbia contribuito a costruire, in più di un’occasione, un immaginario visionario; arte in cui ha svolto senza dubbio un ruolo fondamentale la sua videografia (dai videoclip promozionali dei primi anni Settanta al minimalismo di Heroes, dal vagabondaggio per viottoli di Buddha of Suburbia all’angoscioso e tenerissimo video di Where Are We Now? diretto da Tony Oursler), ma che a volte si è venuta a creare senza il reale apporto di Bowie.
Al di là delle colonne sonore appositamente create ex-novo – per Christiane F., Labyrinth e The Buddha of Suburbia –, le canzoni di Bowie hanno attraversato i cinque continenti, per prendere corpo nei modi più disparati sullo schermo.

Sarebbe inutile, e anche piuttosto sterile, elencare come e dove la musica di Bowie è stata utilizzata al cinema. Dopotutto, per liste di questo tipo, esistono siti fin troppo esaustivi – e per questi, non poche volte, ricchi di mancanze e di buchi. Ci sono però tre istanti cinematografici, provenienti da tre filmografie diverse, che in qualche modo oggi sembrano acquistare un senso ulteriore; forse per il già citato effetto-melanconia, o forse per il modo in cui sono stati in grado di cogliere l’essenza di un brano estrapolandolo dal contesto in cui era venuto a crearsi.

Il primo, forse fin troppo facile, è Ragazzo solo, ragazza sola, la versione in italiano di Space Oddity che Bowie pubblicò nel 1970 (su testo di Mogol) come lato A di un 45 giri che conteneva, nel lato B, Wild Eyed Boy from Freecloud in versione acustica. A utilizzarla, ripescandola dai cassetti della memoria, è Bernardo Bertolucci nel finale di Io e te, ritorno alla regia a quasi dieci anni di distanza da The Dreamers; nella fragilità di una lingua instabile e accarezzata prima ancora che “cantata”, si ritrova il senso di un rapporto affettivo sbocciato e forse in qualche modo impossibile, intraducibile nella realtà. Come il testo, raffazzonato rispetto alla potenza lirica dell’originale, scritto da Mogol.
Il secondo istante è una delle sequenze più celebrate di Mauvais sang di Leos Carax. Denis Lavant parla con Juliette Binoche, quindi sintonizza la radio su una stazione basandosi su un numero scelto a caso dalla ragazza. Parte Modern Love e Lavant, afflitto da dolori allo stomaco, arranca lungo il marciapiede. La camminata diventa ben presto una danza, una coreografia, una corsa disperata. Ma la musica cessa di colpo. Un colpo di testa registico così sublime e fuori dai canoni da essere citato in maniera esplicita da Noah Baumbach nel suo Frances Ha, con Greta Gerwig impegnata nella corsa al posto di Lavant.
Il terzo istante, forse anche il meno noto, è invece racchiuso in The Midnight After, ambizioso e folle film post-apocalittico (a suo modo) diretto dall’hongkonghese Fruit Chan. Un mistero fittissimo avvolge i protagonisti del film: perché la rumorosa e fin troppo abitata Hong Kong è diventata di colpo, da un minuto all’altro, una città fantasma? Per fare luce sull’enigma, mentre i nervi sono tesi e a qualcuno vengono in mente pensieri a dir poco turpi, uno dei personaggi si lancia in un’interpretazione a dir poco ardimentosa di Space Oddity. Un lampo nel buio, che apre la strada a una risoluzione. Forse. Perché il major Tom dà ancora un ultimo sguardo alla Terra: “Planet Earth is Blue, and there’s nothing I can do”…

Canto terzo
Lazarus

“Look up here, I’m in heaven
I’ve got scars that can’t be seen
I’ve got drama, can’t be stolen
Everybody knows me now.”

E così, è giunta la fine. Una fine che, con la consapevolezza che solo un grande uomo di spettacolo può avere, è stata progettata nell’unico modo in cui era possibile non accettarla, ma quantomeno comprenderla. Con Blackstar a testimoniare la giovinezza eterna di un artista che non ha mai temuto ciò che era fuori da lui, e un videoclip a ricordare a tutti cos’è il significato del termine “grandezza”. E quanto a sproposito, spesso, lo si utilizzi. Look up here, I’m in heaven, canta Bowie, e nessuno ne dubita.
Quella tomba-non-tomba che è l’ultimo passaggio, l’ultimo cambio d’abito, l’ultima pelle eppure non è mai ultima. Si potrebbe citare il passo del Vangelo secondo Giovanni: “Gesù spiegò ai discepoli che Lazzaro era morto e che Lui lo avrebbe riportato in vita. Questo miracolo avrebbe aiutato i discepoli a sapere che Egli era il Salvatore. Gesù si recò a Betania. Quando vi arrivò Lazzaro era morto ormai da quattro giorni. […] Gesù alzò lo sguardo. Ringraziò il Padre celeste perché dava ascolto alle Sue preghiere. Quindi, ad alta voce, disse a Lazzaro di uscire dal sepolcro. Lazzaro venne fuori. Molti di quelli che avevano assistito al miracolo credettero che Gesù era il Salvatore.”

Sì, si potrebbe. Si potrebbe affidarsi alla tranquillità di quel titolo, Lazarus, che ha già in sé il valore stesso della rinascita. Ma Bowie non è mai stato disincarnato. Non è mai stato altro che un uomo, e non si è vergognato di una sola delle pieghe del suo viso. Sarebbe comodo, e carezzevole, affidarsi al sogno della rinascita. Ma non sarebbe giusto.
Non esiste un canto credibile per un momento così atroce, e lasciarsi andare alla disperazione devastatrice di Rock’n’Roll Suicide (che arriva dopo il “Ahh, wham bam thank ya ma’am!” di Suffragette City e ribalta la secchezza ancora vitale della batteria di Five Years) significherebbe abdicare al ricatto della retorica. Non c’è parola da aggiungere a quel mirabile pianto rituale composto da Bowie negli ultimi mesi: un paio di singoli, quel compleanno festeggiato già in punto di morte e quella stella nera su sfondo bianco. Null’altro. C’è una pudicizia così limpida, in tutto questo, che ogni altro orpello acquista un peso spropositato, fuori controllo. Anche questo scritto, inevitabile e inutile allo stesso tempo. Stop.

Info
Il videoclip di Where Are We Now?.
Una sequenza di Furyo.
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