Joy

David O. Russell rintraccia il sogno americano nel miracle mop, il mocio ideato sul finire dagli anni Ottanta da Joy Mangano, una madre divorziata con una famiglia a dir poco problematica. Un ritratto sulfureo (ma anche poco smagliante) dell’America.

Stracci di sogno americano

Joy è la storia turbolenta di una donna e della sua famiglia attraverso quattro generazioni: dall’adolescenza alla maturità, fino alla costruzione di un impero imprenditoriale che sopravvive da decenni. Il film racconta, infatti, la vera storia di Joy Mangano, una mamma single con tre figli che grazie all’invenzione di uno speciale scopettone per le pulizie di casa, è diventata una milionaria star delle televendite americane. [sinossi]

In Cavie, un romanzo del 2005, Chuck Palahniuk scrive: “Il Sogno americano: trasformare la propria vita in qualcosa che si può vendere”. Sono passati oltre centocinquanta anni dai tempi in cui Horatio Alger poteva permettersi di concentrare le sue storie sul raggiungimento della soddisfazione economica da parte delle classi proletarie attraverso il lavoro e la cocciutaggine, eppure l’american dream continua a essere elemento di discussione, di dibattito. Un’intera nazione vi si aggrappa, sia per trovare il minimo comun denominatore di un sistema sociale altrimenti schizoide, sia per continuare a muovere un passo oltre l’ostacolo, senza sosta. Un passo alla volta.
Anche Joy Mangano, oggi sessantenne imprenditrice di successo, sa attribuire un senso profondo al “sogno americano”. Cresciuta in una famiglia di origine italiana a dir poco disfunzionale (il padre ha abbandonato tutto, la madre è caduta in depressione, lei stessa ha divorziato dal marito e ha un rapporto pessimo con la sorellastra) ha sempre avuto la consapevolezza di poter sfondare, di poter raggiungere i vertici della società statunitense. È una bambina prodigio, che inventa tutto quello che le passa per la testa. Ma in un mondo dominato dal sogno americano inventare conta ben poco, se poi non si compie il passo decisivo: brevettare… Imparata la lezione, proprio quando tutta la (miseranda) vita che si è costruita sembra franarle addosso, Joy ha l’illuminazione: se armeggiando in casa “Doc” Brown in Ritorno al futuro inventava il flusso canalizzatore, indispensabile per viaggiare nel tempo, Joy si ritrova con un’idea che le frulla nella testa. Quella di un mocio in grado di strizzarsi con estrema facilità, di pulire qualsiasi superficie e, udite udite, di essere messo in lavatrice! Nasce così miracle mop, un nome che in Italia non dice niente a nessuno, ma che ha trovato consensi entusiasti nella popolazione delle massaie statunitensi negli anni Novanta.

Datemi un mocio e vi solleverò il mondo, verrebbe da pensare guardando Joy, il nuovo film di David O. Russell uscito negli Stati Uniti quasi in contemporanea con il disconosciuto Accidental Love, sul quale il regista ha lavorato quasi sette anni tra problemi di vario tipo senza poter neanche porre la firma in calce alla versione definitiva. Joy si muove sulla stessa linea di alcuni dei titoli precedenti della filmografia di Russell tra loro solo in apparenza dissimili, come The Fighter, I Heart Huckabees, Amori e disastri e Il lato positivo: passando attraverso un’indagine, tra il grottesco, l’iperreale e l’ansiogeno, di una famiglia al limitar della schizofrenia, Russell cerca di tracciare le coordinate per dare un senso all’America di oggi (e di ieri). A suo modo, per quanto in maniera spesso velata, anche Russell sta cercando di raccontare il grande romanzo americano, unico immenso corpo che si estende da un oceano all’altro e si perpetua anno dopo anno, decennio dopo decennio, secolo dopo secolo.
Tra amori (im)possibili, stramberie neo-indie – o come le si vuol chiamare –, rilanci sportivi, uomini e donne che annaspano nella depressione, Russell ha dipinto, in un saliscendi estetico mai in grado di trovare la propria stabilità espressiva, un quadro a suo modo affascinante dell’american way of life, con tutte le sue distonie. In questo senso Joy potrebbe apparire come il punto di non ritorno: il discorso sulla donna in carriera (ben diversa da quella che si aggirava nei turpi yuppiesmi reaganiani, e che ben descrisse Mike Nichols) si lega a quello sulla crisi di identità familiare, su un’affettività disgregata e difficile da ricomporre, anche in maniera posticcia.

Peccato che Russell, una volta trovata la chiave di volta alla sua storia – che può appoggiarsi sulla realtà, visto che la Mangano esiste davvero e ha realmente inventato il Miracle Mop – dimentichi per strada qualsiasi tipo di ambizione; Joy si ritorce quasi subito su se stesso, già a partire dalla scelta di una voce narrante, quella della nonna della protagonista, che non riesce a ergersi a motore immoto e invisibile della vicenda. Il film graffia qua e là, ma in maniera bonaria e sempre composta – si veda la presa per i fondelli delle soap, per esempio –, e poco per volta si ingolfa. Colpa di un’affabulazione esasperata, nella quale viene coinvolto qualsiasi personaggio, anche il più marginale; appesantito da una verve dialettica poco giustificata e ancor meno calibrata sugli attori (si prenda a paragone La grande scommessa di Adam McKay, che ha raggiunto le sale italiane solo poche settimane fa) e da un escamotage narrativo che si fatica a prendere sul serio.
La battaglia per il sogno americano viene combattuta a colpi di mocio, ed è un po’ poco per un film che per di più non si riesce a capire dove voglia veramente arrivare. Un’agiografia di Joy Mangano? Una sghignazzata alle spalle della sua storia personale? Una metafora di ciò che fa quotidianamente l’America, baccagliare con il sangue del proprio sangue per ottenere potere e, ancor più, soldi? Russell si mantiene in maniera a tratti subdola nell’ambiguità, con l’unico risultato di dimostrarsi molto confuso rispetto alla propria creatura. Ne viene fuori un film sorretto a fatica dall’ottimo parco attori capitanato da un’eccellente Jennifer Lawrence, alla sua interpretazione migliore, ma che si muove come uno scarafaggio senza testa: in modo frenetico ma privo della benché minima logica. Un piccolo pastrocchio per pulire il quale serve ben altro che un pur miracoloso mocio…

Info
Il trailer di Joy.
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