Next Stop: Utopia

Next Stop: Utopia

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Next Stop: Utopia segue per oltre un anno gli operai occupanti di una fabbrica di Salonicco. Fra le incomprensioni e le inevitabili difficoltà, emerge l’utopia romantica di una società libera, collettiva e partecipata: un mondo diverso è possibile? Nel concorso documentari del Trieste Film Festival 2016.

La classe operaia va in paradiso

Quando la Viome, una fabbrica di materiali da costruzione di Salonicco, chiuse 3 anni fa, i suoi 70 dipendenti furono messi di fronte al rischio di non trovare più lavoro. Dopo un anno di tentativi infruttuosi, sia di riaprire la fabbrica che di ricevere le indennità dovute, il sindacalista Maksi ebbe l’idea di occuparla. Venti lavoratori firmarono all’unanimità un manifesto nel quale dichiararono la loro volontà di mandare avanti lo stabilimento come “cooperativa di lavoratori”, seguendo i principi di uguaglianza assoluta e di democrazia diretta. Sulle rovine dell’economia più disastrata d’Europa, stava nascendo un’utopia egualitaria. [sinossi]
“Un gran stendardo al sol fiammante dinanzi a noi glorioso va,
noi vogliam per esso giù infrante le catene alla libertà!
Che giustizia venga noi chiediamo: non più servi, non più signor;
fratelli tutti esser vogliamo nella famiglia del lavor.
Su, lottiam! L’ideale nostro alfine sarà
l’Internazionale futura umanità”
Bergeret, L’Internazionale

Siamo nel 2013 e la crisi economica avanza inesorabile, affondando senza esclusione di colpi tutte le sue vittime una dopo l’altra. Da una parte le politiche di austerity, le leggi della troika, la Germania che spadroneggia in tutta Europa, dall’altra la Grecia che si ritrova ad essere l’emblema dei Paesi più travagliati: default economici, banche fallite, una larga percentuale di fabbriche chiuse, migliaia e migliaia di operai rimasti a casa. A volte nemmeno licenziati, né tantomeno risarciti o indennizzati, ma lasciati semplicemente a non poter più dare da mangiare alle proprie famiglie, spesso a cinquant’anni suonati, nell’impossibilità di essere di nuovo assunti. Nelle loro mani più nulla, nei loro occhi una muta disperazione. La Viome era una fabbrica di materiali edili di Salonicco il cui profitto, pur assottigliandosi, era rimasto in attivo fino alla chiusura. Ma faceva parte di una holding della quale era rimasta l’unica azienda non ancora in perdita, e immancabilmente i suoi pochi profitti sono andati a ripianare altri debiti fino alla bancarotta di tutto il gruppo. Da questa situazione nasce per gli operai la necessità di andare avanti, il sogno di un lavoro senza padroni, l’utopia che un mondo diverso, autogestito, collettivo e partecipato sia davvero possibile: gli ex lavoratori occupano la fabbrica con l’intento di portarla avanti costituendo una cooperativa basata sulle assemblee, sulle decisioni in comune, sulla disperazione che diventa forza. Al di fuori della legalità, ovviamente, perché la giustizia e la legge sono due concetti che non sempre coincidono.

Con un approccio che sa tenere conto della lezione di Wiseman per quanto riguarda il filmare il reale senza intromissioni, ma che al contempo non rinuncia a corroborare il flusso narrativo, analitico ed emotivo con interviste alle varie parti in causa, Next Stop: Utopia di Apostolos Karakassis, presentato nel concorso documentari del Trieste Film Festival 2016, si rivela un film politico sognante ma acuto, lirica di un’utopia che diventa realtà, ispirato inno a questi novelli opliti dalle mani nerborute e dal grande cuore, bisogno e speranza di un mondo migliore e meno ingiusto. Ma anche occhio clinico e, quando necessario, critico sulle grandi e piccole difficoltà che un’impresa del genere comporta, sulle inevitabili incomprensioni fra questi eroi per caso con la quinta elementare e troppi figli da sfamare, sulla fiducia che può venire a mancare anche nella piena buona fede di tutte e due le parti. Quello di Karakassis è un film che, pur con un’impostazione inevitabilmente idealista ai limiti del sogno, sa interrogarsi anche sul limite fra vittima e carnefice dell’ex proprietaria della fabbrica, a tratti ancora arrogante nei confronti degli occupanti, ma anch’ella ormai completamente in rovina, sul lastrico e condannata a parecchi anni di servizi sociali per debiti verso l’erario statale: la caduta degli dei.
In questo senso, Next Stop: Utopia si rivela un film documentario schierato eppure lontano dalle frasi fatte e dai dogmi, sognante ma non illuso, lirico ma analitico, sempre perfettamente conscio delle difficoltà e delle storture del mondo reale, lavorativo, economico e sociale.

Gli operai della Viome occupano la fabbrica, pignorano i materiali e i macchinari come parziale risarcimento di ciò che gli era dovuto, ricominciano la produzione, fino a incappare ancora nella necessità quasi drammatica del profitto, logica defenestrata ma poi rientrata dalla porta principale perché non basta lavorare per vivere: per mangiare, i prodotti devono essere necessariamente venduti. Ecco quindi che la fabbrica cambia la produzione, si rivolge alla massa, non più piastrelle e vernici ma saponi biologici, da vendere in Grecia e negli altri Paesi attraverso la rete sociale del commercio equo-solidale. A Salonicco, e ora sullo schermo, nasce una forma nuova e pura di resistenza ispirata direttamente ai principi della lotta di classe e dell’estrema uguaglianza, dell’assemblea e nella democrazia partecipativa. Una resistenza contro la povertà, una resistenza contro la crisi, una resistenza contro uno Stato colpevolmente assente.
Gli operai studiano, si acculturano, imparano a tenere la contabilità, la loro epica inizia a circolare, vengono invitati in assemblee pubbliche, diventano un caso nazionale, raccontano la loro storia in televisione, ricevono la visita di sindacalisti argentini in lotta da dieci anni, della scrittrice Naomi Klein, dell’allora leader dell’opposizione Alexis Tsipras pronto a promettere davanti alle telecamere che avrebbe regolarizzato la loro posizione salvo poi sparire e non farsi mai più vivo una volta salito al governo. Per la cronaca, nonostante le ripetute promesse di questo e quell’altro esponente politico, agli occupanti Viome non è ancora stata assegnata ufficialmente la fabbrica, ancora oggi ci lavorano in autogestione ma ancora oggi sono occupanti illegali, ancora oggi rischiano ogni giorno di essere sgomberati e forse arrestati. Nonostante i compromessi imposti agli operai dalla macchina statale ed economica che vogliono combattere, ma con la quale non possono che fare i conti.

Next Stop: Utopia è un film puntuale nell’esporre i fatti, profondamente empatico nei confronti dei protagonisti e dei loro inevitabili dubbi su un’impresa folle e disperata, attento alla necessità del compromesso e alla mancanza di certezze assolute in una crisi economica ben più grande di quella affrontata dalla sola penisola ellenica. Ma è anche un film che al contempo non rinuncia, con efficaci raccordi di montaggio e una gestione molto interessante delle musiche, a istanti di estremo e ancestrale lirismo che spingono più volte ai limiti della commozione, fra chi – combattuto – abbandona la cooperativa e chi invece, nonostante tutto, va ancora avanti.
Inoltre, Karakassis non ha dimenticato in sede di montaggio di alleggerire il suo documentario nei momenti giusti, rivelandosi capace di far ridere di gusto fra gli amichevoli insulti per un pugno alzato distrattamente con il braccio destro e i piccoli scherzetti di ogni giorno fra colleghi.
Ma Next Stop: Utopia non è solo questo: quello di Karakassis è prima di tutto un film documentario profondamente politico, apertamente schierato, dichiaratamente idealista. Fazioso? Non ci sentiamo di escluderlo, ma l’idea che un film del genere, basato prima che sulle ideologie su una preziosa e ancestrale ricerca dell’uomo, arrivi dalla Grecia, Paese di tradizione culturale pressoché infinita la cui cinematografia contemporanea è però troppo spesso auto-celebrativa e reazionaria quando non smaccatamente destrorsa – si prenda come esempio più vicino l’altezzoso e cinico Chevalier di Athina Rachel Tsangari, curiosamente proposto fra pochi giorni sugli stessi schermi triestini – non può che farci tirare un respiro di sollievo, sorridere, infonderci la speranza di una nuova utopia ellenica anche nella cinematografia. Apostolos Karakassis ha passato un intero anno a filmare gli operai, ha combattuto una battaglia così importante al loro fianco, è stato nelle loro case, ha condiviso e filmato le loro vite, i loro drammi, le loro incertezze. In fondo, il cinema è prima di tutto partecipazione, come per gli occupanti della Viome, come per la libertà secondo Gaber. In barba alla crisi economica, alla balbuzie delle istituzioni e alla locale new wave cinematografica.

Info
La pagina dedicata a Next Stop: Utopia sul sito del Trieste Film Festival.
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