Battles

Sospeso tra fra il film-saggio e l’elegia, Battles di Isabelle Tollenaere riflette su quanto possa essere lunga e devastante l’onda delle guerre. Accorato e mai didascalico, cede a qualche reiterazione e ingenuità, che non ne diminuiscono la portata emotiva. In concorso documentari al Trieste Film Festival 2016.

Si vis pacem, memento bellum!

Senza rinunciare all’ironia, Battles ci presenta uno sguardo attento, sensibile sulle tracce lasciate dalla guerra nel suo passaggio. Un viaggio a episodi fra Lettonia, Albania e Russia. [sinossi] [sinossi]

Forse il senso ultimo di Battles, opera prima della regista indipendente belga Isabelle Tollenaere giunta in anteprima italiana al Festival di Trieste, sta tutto in un ben preciso stacco di montaggio. È il 9 maggio, in Russia si celebra la Giornata della Vittoria, commemorazione della capitolazione tedesca al termine della Seconda Guerra Mondiale. Al termine della parata ufficiale, fra mostrine militari e bandiere tricolori, Vladimir Putin e le più alte sfere dell’esercito ascoltano con lo sguardo glaciale e la bocca rigorosamente serrata l’inno russo odierno e strumentale, ma al momento del ritornello la regista stacca con puntualità su una festa parallela, non ufficiale, una sorta di sagra campagnola e popolare con tanto di carri armati gonfiabili, nella quale le bandiere sono ancora rosse e l’inno ha conservato le possenti voci sovietiche del Coro dell’Armata. Senza dubbio una scelta politica orgogliosa, nostalgica e ben precisa da parte degli organizzatori della festa, ma quello che più ci interessa in questo caso è la filologia di questa scelta, figlia della necessità di ricordare i momenti di guerra con precisione storica, senza revisionismi, stravolgimenti né tantomeno edulcorazioni, tanto nei momenti gioiosi e gloriosi della festa, quanto soprattutto nell’affiorare delle memorie più dolorose, tristi e stranianti. Quando l’onda lunga del conflitto, insomma, supera i confini temporali lasciando nei superstiti e nel paesaggio devastazione, povertà, grandi e piccoli lutti che si spera possano valere almeno come monito per il futuro. È il momento di riavvolgere il nastro dei ricordi, di tentare di capire la guerra per non sottovalutarla, di tenere un occhio verso il cielo e uno verso terreno per rimanere guardinghi custodi di una pace difficile e oggi più che mai instabile, sempre ammesso che la guerra sia davvero finita.

Nei quattro capitoli di cui si compone Battles, con uno stile elegiaco à la D’Anolfi-Parenti che preferisce sostituire la potenza insita delle immagini alle parole riducendo le parti dialogate a rari tronconi di pochissimi minuti, si passano in rassegna i segni della guerra, dalla bomba al soldato, dal bunker al carro armato, mostrando come i recenti conflitti abbiano cambiato intimamente persone e luoghi, costretti a convivere con i fantasmi di un passato devastante e i troppi segni ancora sulla pelle e sul cuore. Si veda in questo senso la parte dedicata al bunker tornato ad essere abitazione di campagna, la natura che ormai ne avvolge le mura di felci in una riappropriazione che profuma di giustizia, ma al contempo anche il depresso mutismo assordante di chi lì intorno trasporta fieno, si prende cura dei bovini, è tornato alla vita, ma teme che la vera normalità rustica non tornerà mai in un paesaggio sfigurato e mutilato dall’orrore. Isabelle Tollenaere mostra, con occhi quasi velati di lacrime, un piccolo museo degli orrori fatto di ordigni inesplosi da far brillare, turisti che pagano per farsi imprigionare e umiliare dalle milizie per qualche giorno in una babele linguistica di ordini e insulti che dimostra la necessità di provare l’orrore sulla propria pelle; fino alla bizzarra industria dei carri armati gonfiabili, un tempo inganno americano per il nemico e oggi oggetto quasi di culto, imprescindibile per celebrare il Giorno della Vittoria, ma anche memoria storica straniante e pulsante di chi ha dovuto convivere con i cingoli veri. La giovane documentarista, al contempo, non dimentica di mostrare la natura che si riappropria dei suoi spazi, gli uomini che riprendono faticosamente a vivere, la ricerca ancestrale di una pace che vada al di là delle firme sui trattati internazionali, il gioco e l’ironia come armi contro la paura. Fino alla speranza, ancora di salvezza alla quale aggrapparsi con forza, tutta da riporre nel bambino che gattona nel salone alla scoperta di un mondo per lui senza cicatrici.

Quello di Isabelle Tollenaere è un viaggio nei Paesi recentemente impegnati in sanguinosi conflitti -Lettonia, Albania e Russia-, luoghi nel quale convivono sentimenti contrastanti, luoghi nei quali la ricerca di libertà passa inevitabilmente dai ricordi che affiorano, da quella bomba ancora piantata sulla spiaggia, da quel momento di scoramento davanti alla foto del figlio caduto. Ma anche dallo spettacolo teatrale, rappresentazione giocosa della guerra a metà strada fra la memoria e la parodia, ironica catarsi per andare avanti. Un film che, complice la quasi assenza di dialoghi, riesce a stare in equilibrio fra il puntuale e l’emotivo senza mai diventare didascalico o pedante. Forse a tratti ingenuo, in particolare su una lettura generale che non tiene conto della differenze sociali, politiche ed economiche fra una guerra e l’altra, oppure nella scelta di un linguaggio cinematografico che a volte incappa in qualche soluzione già vista e collaudata – dal volo degli aerei mandato in reverse agli occhi innocenti degli animali come vittime -, ma capace anche di compensare queste sue piccole superficialità con un approccio ambizioso e al contempo onesto e umile, abile a non sconfinare nella pretenzione cercando risposte impossibili. C’è qualche reiterazione, specialmente nel capitolo dedicato alla soldatessa, che riprende forse un po’ troppo la già esaustiva parte precedente sulla bomba, ma sarebbe ingeneroso parlare di lungaggini in un film d’esordio sperimentale e coraggioso che, al netto di qualche peccato veniale tutto sommato perdonabile, si rivela saldo, sensibile, efficace, scorrevole e almeno a tratti sinceramente potente. Battles, ben conscio che una risposta univoca sulla natura bellica dell’uomo non può esistere, evita di accampare discutibili tesi e preferisce concentrarsi a creare uno spaccato sentimentale, geografico, sociale e paradigmatico che fa riflettere sulla lenta risacca dei conflitti, molto spesso drammaticamente più dura e difficoltosa di quanto non si possa immaginare. E questo, soprattutto in un film d’esordio, non è certo un merito da poco.

Info
La scheda di Battles sul sito del Trieste Film Festival.
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