Eraserhead – La mente che cancella

Eraserhead – La mente che cancella

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Prosegue la collaborazione tra Quinlan e VVVVID: in streaming sul nostro sito Eraserhead, stordente esordio alla regia di David Lynch. Un viaggio imperdibile nell’immaginario visionario del regista statunitense.

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In Heaven Everything Is Fine

Henry Spencer è un tipografo che vive in una squallida città. Un giorno, rientrando a casa, la vicina lo informa della chiamata della sua fidanzata, Mary, che lo invita a cenare a casa sua. Henry, arrivato a casa della ragazza, conosce i suoi bizzarri genitori. Dopo la cena la madre prende in disparte Henry chiedendogli se ha fatto l’amore con Mary; alla risposta affermativa del ragazzo, la signora gli rivela che Mary ha partorito un feto… [sinossi]

L’annuncio del ritorno di David Lynch alla regia e a Twin Peaks, con le riprese della nuova serie dedicata alla cittadina dello stato di Washington, dove sovrannaturale e soap opera si legano in maniera indissolubile, ha riportato in auge il nome di uno degli autori di punta del cinema dell’ultimo quarantennio. Idolatrato e spesso poco compreso – anche da chi lo idolatra, talvolta – Lynch ha attraversato l’industria hollywoodiana sposandone le traiettorie solo in maniera sporadica ed episodica (e i problemi affrontati durante la lavorazione di Dune sono a dir poco esemplificativi da questo punto di vista); le sue opere sono oggetti difficili da maneggiare, quasi pulsanti, bizzarre creature dell’immaginario che abitano nei recessi più oscuri dell’animo, negli angoli bui delle case – dove spesso dissolvono i personaggi senza dover ricorrere alla “dissolvenza” cinematografica, come dimostra Strade perdute. Visionari squarci di identità in dissoluzione, basici nella loro lettura della psicanalisi eppure angosciosi. Un cinema che sprofonda dentro di sé e si aggira vorticoso nel magma del desiderio, in continuo e pieno deliquio ossessivo; un cinema che prova vertigine della propria esistenza, e si riflette solo in specchi deforma(n)ti, sovrapponendo mondi in collisione tra loro. Un’eterna fantascienza orrorifica, in qualche modo.
Non può dunque stupire l’incipit stordente su cui si apre l’universo a se stante di Eraserhead – La mente che cancella, il film autoprodotto diretto nel corso di cinque lunghi anni con cui il regista di Missoula esordì alla regia nel 1977; la testa del protagonista (interpretato da Jack Nance, fedelissimo di Lynch fino alla prematura morte del 1996, avendo preso parte ai set di Dune, Velluto blu, Cuore selvaggio, Twin Peaks e Strade perdute) si staglia infatti in sovrimpressione su una galassia comprendente un pianeta circondato da stelle; l’uomo fluttua nello spazio. Un incubo di “cose” industriali, come la società tecnocratica e squallida in cui si aggira Henry Spencer, volto allucinato e mediocrità quotidiana.

Come già scritto in precedenza, in occasione dell’edizione in dvd curata dalla RaroVideo, fin dal primo impatto Eraserhead annuncia allo spettatore le chiavi interpretative per introdursi furtivamente nella poetica di Lynch: la logica narrativa viene scomposta, deliberatamente ridotta a orpello, e le viene sovrapposta una cappa onirica che non esce mai dal “reale” ma lo ingolfa, spingendolo sempre di più verso una messa in scena ottundente, nella quale l’occhio dello spettatore non si perde, ma si liquefà. A questo si aggiunge, seppur in maniera più criptica, il ghignante gioco del paradosso che meriterà l’aggettivo “lynchiano” soprattutto in opere come Velluto blu e Cuore selvaggio. Quel che è certo, a distanza di quasi quarant’anni dalla sua realizzazione, è che Eraserhead funge – insieme ai cortometraggi che lo precedettero, Alphabet e The Grandmother in primis – quale archetipo della fabula lynchiana.
All’interno vi sono presenti gli elementi fondativi, come l’uomo alle prese con un meccanismo del reale che non sa scardinare e che trascende nel sogno/incubo, o il mostruoso che si materializza nel quotidiano: non si è ancora ovviamente dalle parti di John Merrick/Elephant Man, ma il feto che impedisce il sonno con il suo continuo piagnisteo disumano è già un punto di snodo fondamentale per comprendere le ossessioni di un regista troppo spesso con faciloneria ridotto a pura visione priva di base e costrutto.

C’è un teatro perenne e disturbante nel cinema di Lynch, uno spazio chiuso in cui prende corpo la “commedia” e i protagonisti sono costretti a mettersi in gioco e in parte, anche quando non vogliono: sarà così nel Club Silencio di Mulholland Drive, nell’Hollywood slabbrata e ferina di INLAND EMPIRE, nella black lodge di Twin Peaks, nell’appartamento di Dorothy Vallens in Velluto blu, nella catapecchia nel deserto californiano di Strade perdute, ed è così anche in Eraserhead, quando nel termosifone della stanza di Henry appare un palco sul quale si esibisce la “lady in the radiator” cantando “In Heaven everything is fine”. Primo tassello dell’incrocio tra musica e immagini (la canzone sarà anche ripresa, in una cover scintillante, dai bostoniani Pixies pochi anni dopo) che è un altro dei passaggi obbligati del cinema di Lynch.
Apparso come midnight movie in alcune sale statunitensi nel 1977, acclamato come film di culto al punto da risvegliare l’interesse di Stanley Kubrick, che se ne fece spedire una copia dalla produzione e lo elesse tra i personali colpi al cuore cinefilo, Eraserhead è un oggetto difficile da classificare, e ancor meno semplice da maneggiare, ma penetra sottopelle nell’arco di pochi minuti, senza più abbandonare l’epidermide, ma agendovi sopra per l’intera durata della proiezione. Nell’America uscita dall’adolescenza con la morte di Kennedy e il Vietnam la paura di crescere, di diventare adulti, si trasformava in ossessione verso l’atto creativo e il significato di “discendenza”: lo capirono altri registi (il primissimo Abel Ferrara, il Brian De Palma di Carrie, il David Cronenberg di Brood, per non parlare di Shining di Kubrick), ma in pochi furono in grado di gareggiare con l’inflessibile secchezza incubale di Lynch e del suo esordio.

Info
Il trailer di Eraserhead.
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