Zootropolis

Zootropolis

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Film d’animazione tradizionale nei temi, quanto moderno nella confezione, Zootropolis di Howard e Moore si inserisce bene nel nuovo corso Disney, giocando in modo non banale coi temi della diversità e dello stigma sociale.

Antropomorfi e solidali

Dopo un lungo e duro addestramento, la coniglietta Judy, prima della sua specie, è riuscita a entrare nella polizia. Trasferitasi nella città di Zootropolis, Judy viene snobbata dal suo capo, che la destina al ruolo di ausiliare del traffico: presto, però, la coniglietta inizierà ad indagare per suo conto su una misteriosa catena di scomparse in città…[sinossi]

Che la Disney, nel suo già avanzato “nuovo corso” (corrispondente cronologicamente al ritorno di John Lasseter) abbia imboccato una strada che non rifugge alla classicità, sembra fuor di dubbio. Di fatto, nonostante la sempre più accentuata cura per la componente action e il ritmo figurativo degli ultimi lavori, e nonostante alcuni apprezzabili tentativi di svecchiamento dei temi (vengono in mente soprattutto lavori come Ralph Spaccatutto e Big Hero 6) Lasseter sembra preoccuparsi soprattutto di adattare e ammodernare formule collaudate, spesso costrette (nei precedenti lavori) in contenitori estetici logori, ai gusti e alle aspettative del nuovo pubblico dell’animazione. Se la strategia del patron Pixar, che sembra voler lasciare alla casa del Topo un ruolo distinto ma complementare rispetto a quello della sua creatura, si rivelerà o meno vincente, sarà solo il tempo a dirlo: fatto sta che opere come questo Zootropolis ne confermano in pieno peculiarità e limiti. Se l’immaginario fiabesco, e la massiccia componente musical, avevano infatti caratterizzato i recenti Rapunzel – L’intreccio della torre e Frozen – Il regno di ghiaccio, qui si torna a un’opera con protagonisti (esclusivamente) animali antropomorfi. Una scelta che, in un’opera Disney, non si vedeva dai tempi di Chicken Little – Amici per le penne (2005).

Va detto che nel film di Byron Howard e Rich Moore (a incarnare rispettivamente, per le rispettive carriere, l’anima più tradizionalista e quella più sperimentatrice del colosso americano) l’influenza di Lasseter si coglie probabilmente più che in passato. Ed è un bene: fin dal prologo, con l’episodio-chiave che delinea l’infanzia della protagonista e le sue future scelte, è evidente la volontà della sceneggiatura di riflettere sulla diversità e sullo stigma sociale, pur nel recinto di un american dream in forma animata (declinato nella sua chiave più inclusiva) di cui non viene mai intaccato il sostanziale ottimismo. Un motivo non certo nuovo, chiaramente mutuato dai lavori Pixar, che attraversa tuttavia il film in modo tutt’altro che scontato: risultando in una conclusione (con successiva morale) che riesce ad evitare lo schematismo che ci si sarebbe potuti aspettare. Proprio nell’attenta delineazione dei personaggi, in primis della coppia protagonista, composta dalla coniglietta Judy Hopps e dalla volpe truffatrice Nick Wilde, nello sviluppo e nella “credibilità” delle rispettive biografie, sta il principale pregio dello script. Un’attenzione alle psicologie che, mutuata com’è da schemi semplici e collaudati (non solo propri dell’animazione) finisce tuttavia per rappresentare per l’opera anche un limite: di ogni singolo personaggio, dal momento in cui entra in scena, si intuiscono con estrema facilità collocazione narrativa e sviluppi.

Sostenuto nel ritmo, a tratti vertiginoso nelle sequenze d’azione, imbevuto di un humour di fattura moderna, ma sempre attento a non intaccare la sua sostanziale impronta politically correct, Zootropolis non lesina in vigore ed efficacia visiva; confermando per la Disney un livello tecnico ormai tale da affiancare, senza complessi di inferiorità, le opere della concorrenza. Tra caricature risapute (il padrino toporagno) ed altre irresistibili nella loro aperta e smaccata stereotipizzazione (il bradipo dipendente comunale) il film mette insieme un intreccio poliziesco che rielabora con gusto i motivi portanti del genere; inserendovi inoltre un apprezzabile abbozzo di riflessione sulla civilizzazione e sul rapporto natura/cultura. L’intento pedagogico è trasparente, la sua gestione (e traduzione narrativa) tutt’altro che rivoluzionaria: ma la buona fattura della sceneggiatura (insieme al character design che conferisce efficacia e spessore ai personaggi) riesce a tenere in piedi il film con semplicità e mestiere.

Si poteva osare di più sul piano della costruzione dell’intreccio, caratterizzato da svolte narrative e twist tutti facilmente anticipabili: ma, come si diceva in apertura, siamo di fronte a un prodotto che, nella dialettica tradizione/innovazione del nuovo corso Disney, opta decisamente per il primo polo. Va tuttavia sottolineata (e apprezzata) l’onestà del film nel non cercare quasi mai facili scorciatoie nel tentativo di coinvolgere un target trasversale: le strizzate d’occhio più o meno cinefile per genitori annoiati, insomma, non abitano qui. Il film di Howard e Moore non smette mai di giocare alle sue regole, lasciando da parte le furbizie: nessuno cerca mai di coprire quel deja vu, non sempre spiacevole, che emana a più riprese dal suo mondo.

Info
Il sito ufficiale di Zootropolis.
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