Intervista a Isabelle Huppert

Intervista a Isabelle Huppert

Dalla Marie che procura aborti clandestini in Un affare di donne di Chabrol, con quel celebre, agghiacciante finale; dal fascino acerbo di Violette Nozière nel film sempre di Chabrol a quello maturo ma sempre conturbante de La pianista di Haneke. E poi Loulou di Pialat, I cancelli del cielo di Cimino, Si salvi chi può (la vita) di Godard, La truite di Losey, Storia di Piera di Ferreri. L’elenco dei film in cui l’interpretazione di Isabelle Huppert ha lasciato un solco nella storia del cinema sono davvero tanti. E ne è riprova il record di premi ricevuti nella sua ormai quarantennale carriera. La Huppert è ora protagonista di L’avenir di Mia Hansen-Løve, in cui regala un bellissimo ritratto di una intellettuale che fa i conti con le fasi cruciali della vita. Abbiamo incontrato Isabelle Huppert durante la Berlinale, dove il film è stato presentato in concorso.

Quale è stata la tua prima reazione quando hai letto lo script di L’avenir e cosa ti ha spinto ad accettare il ruolo da protagonista?

Isabelle Huppert: È fantastico, i dialoghi sono ottimi, una delle prime cose che ho notato dello script sono stati i dialoghi, che è principalmente l’elemento che mi spinge ad accettare un film. Questo perché ti proietti in un film immaginandoti di pronunciare certe battute. Immaginarsi nelle situazioni che leggi nella sceneggiatura è più difficile per via della distanza tra la trama e quello che sarà il film girato con le sue location, ecc. Invece dai dialoghi capisco meglio come sarà un film e in questo caso erano davvero fantastici. Poi il personaggio era molto bello, molto profondo e ricco, a tratti anche un po’ divertente, anche se a volte sono stata io ad aggiungerci una certa autoironia e senso dell’umorismo. E tra l’altro ho sempre pensato che Mia Hansen-Løve fosse una regista molto capace, anche se era abbastanza giovane quando ha fatto i primi film. Col tempo credo che sia diventata una regista importante. Ha una buona conoscenza di come si mette in scena, di come si dirigono gli attori, sa essere complessa e allo stesso tempo leggera. Sa come giocare con le sfumature per esprimere in uno stesso movimento degli aspetti contraddittori. Questo è notevole perché puoi essere ottimista e triste, luminoso e oscuro. Sa giocare con gli opposti e questo è il segno di un grande regista per me.

Ti senti vicina a questo tipo di personaggio, a come affronta la vita?

Isabelle Huppert: Sì, inoltre ne L’avenir la donna non è mai rappresentata come una vittima. Questo non vuol dire che non provi dolore o rabbia o altri sentimenti molto cupi. Quando vedi un film come questo, o anche solo quando ne leggi lo script, capisci che il nostro ruolo, non tanto al cinema quanto addirittura nella vita, è così tanto determinato da secoli di fiction, letteratura, teatro, che – normalmente – una donna che viene lasciata dal marito deve per forza essere una vittima. Ci sono certe caratteristiche, sempre uguali, che vengono attribuite a una donna, in ogni situazione, ed è bello aver potuto interpretare questo tipo di persona che esula dallo stereotipo.

Verso la fine di L’avenir il personaggio dice una frase del tipo “Il lavoro mi basta per essere felice”. Questa frase ti rispecchia?

Isabelle Huppert: Beh, il lavoro non basta, perché ho tante altre cose preziose nella mia vita che non sarebbe la stessa senza le persone che mi circondano. Però il lavoro è naturalmente essenziale. Nel caso in questione, il personaggio che interpreto, Nathalie, fa riferimento a una fase della sua esistenza in cui si ritrova da sola. Dice: “Mio marito mi ha lasciata, mia madre è morta, mio figlio se ne è già andato e… non sono mai stata così libera”. Non dice di non essere mai stata così felice, dice di non essere mai stata così libera. Invece di essere nostalgica o melanconica, cerca di trasformare questa situazione in un atteggiamento positivo. Forse è una cosa che ha a che fare con la sua esperienza come filosofa, grazie alla quale trova una qualche risorsa interna. Nel film sembra un’edonista, ma anche una stoica, per come reagisce a quel che di brutto le accade. Ed è anche un po’ epicurea. Questo è particolarmente chiaro nell’ultima lezione che tiene, quando legge un testo di Goethe, oppure quando dice che la vita spirituale può essere un buon sostituto della vita carnale. Probabilmente trova molte risposte e dice di avere una vita intellettuale molto ricca, che la soddisfa. Questo però non le impedisce di scoppiare in lacrime appena dopo, quando si ricorda della casetta sulla spiaggia dove i bambini imparavano a nuotare, ma questa è la visione della vita che Mia Hansen-Løve ci dà nel suo film. Nathalie ha una forza e una capacità particolari nel reagire alle situazioni. Non tutti hanno risorse di questo tipo, mentre lei ha un certo ottimismo e un modo di essere sempre in movimento, nonostante tutto. Non si ferma mai.

Mi pare che alla fine siano le tappe della vita che attraversa a segnarla, come il fatto di diventare nonna alla fine del film. Cosa cambia per lei?

Isabelle Huppert: È il futuro. Ama il bambino di sua figlia naturalmente, ma non è un cambiamento radicale perché continua a essere una donna molto attiva e una professoressa e tutto quello che era prima. In più c’è questo piccolo bambino, all’inizio della sua esistenza.

L’altro elemento che cambia la vita di Nathalie è la gatta della madre. Cosa rappresenta per lei? E com’è lavorare sul set con un animale imprevedibile come il gatto?

Isabelle Huppert: Anch’io amo il mio gatto. Ora ne ho uno ed è più che altro il gatto dei miei figli, piuttosto che il mio. Amo il mio gatto perché i miei figli lo amano. Dunque amo il mio gatto perché è l’amore dei miei figli. A dire la verità avevamo due gatti sul set. Questo gatto era stupendo, era molto pesante ma anche molto attraente. Le riprese con il gatto sono state bellissime. Apprezzo davvero il ruolo del gatto ne L’avenir, perché porta con sé tanti significati metaforici, nonostante non tutti siano esattamente definibili. Lei ha bisogno del gatto, anche se per lei è un fardello. La notte in cui è decisa a sbarazzarsi di lui, vuole però parlargli e si chiede: “Dov’è il mio gatto?”. E naturalmente il gatto rappresenta la libertà, perché ad esempio è capace di andare in campagna. Inoltre rappresenta sua madre, il passato, ma forse anche il futuro, perché ha un futuro tutto suo. Mia Hansen-Løve è capace di articolare così tanti significati attorno a questo gatto senza il bisogno di doverli mai spiegare. Semplicemente ciò accade con associazioni di idee.

C’è una scena particolarmente intensa di L’avenir, quella dove sei sul bus e sei in lacrime, ma poi vedi tuo marito e ridi. Come è stata concepita questa scena? Era nello script esattamente così o è venuta fuori durante le riprese?

Isabelle Huppert: Era tutto scritto e intenzionale. È davvero nel momento peggiore della sua vita e non è una cosa divertente, ma ha questa reazione di mettersi a ridere, perché è una persona molto autoironica.

Nel film c’è qualcosa di improvvisato sul set?

Isabelle Huppert: Credo che recitare sia per definizione improvvisare, perché è qualcosa che fai sempre per la prima volta. Tutto era scritto molto precisamente, ma si improvvisa sempre. A volte una recitazione risulta al pubblico più simile all’improvvisazione. Il modo in cui Mia Hansen-Løve gira e in cui mi lascia recitare è abbastanza simile a un documentario. Ti dà l’impressione che quello che viene filmato sia qualcosa di vero, come in un documentario, ma questo è merito suo. Il suo modo di muovere la macchina da presa ha una qualità un po’ fluttuante, leggera, per cui non ti sembra di vedere della recitazione, ma naturalmente è sempre recitazione.

Può esserci stata qualche differenza per il fatto che il personaggio è stato scritto pensando a te?

Isabelle Huppert: È quello che dice Mia, anche se non so a che punto della lavorazione è successo e a che punto ha deciso di volere me per questo ruolo. Non lo so, non è una cosa che le ho chiesto, non so se pensava a me quando scriveva il film o quando ha iniziato a produrlo, non so a che punto. Questa è una buona domanda, ma devi farla a lei, a me non è venuto nemmeno in mente di chiederglielo.

Quindi per te non è importante?

Isabelle Huppert: No, ogni film ha la sua genesi. A volte il regista ha pensato a te prima, o mentre sta scrivendo, o mai, magari è stata una pura coincidenza. A volte non sei nemmeno la prima scelta. Per esempio, quando ho fatto La pianista, Michael Haneke mi ha detto: “Se non lo fai, non lo faccio nemmeno io”. Voglio dire, mi aveva davvero voluto fin dall’inizio. È lusinghiero sapere che un regista ti ha voluto così tanto per un film che non vuole fare senza di te. Naturalmente vuole anche dire che il tuo sfruttamento sarà senza limiti, cioè se un regista davvero ti vuole così tanto, significa che vuole tutto di te. Non potrai privilegiare un aspetto di te invece di un altro. È così quasi sempre ma in questo caso è una cosa dichiarata.

Hai lavorato con tanti grandissimi registi, anche di nazionalità diverse. Da dove viene questa tua grande versatilità?

Isabelle Huppert: Semplicemente sono curiosa. Il cinema è un continente a parte e ti dà la possibilità di esplorare tutti e cinque i continenti del mondo. Non ci sarebbe un modo migliore di vivere né la mia vita da attrice né come persona. Mi piace viaggiare e la recitazione rende tutto così piacevole. Per esempio è stato molto bello girare un film con Hong Sang-soo in Corea, In Another Country. È bello esplorare territori sconosciuti, ma con un aspetto confortevole che sarà sempre presente, cioè che il cinema è sempre lo stesso, perché una macchina da presa sarà sempre una macchina da presa, un set cinematografico sarà sempre un set cinematografico, per quante differenze ci possano essere. Per esempio la troupe di Hong Sang-soo era di nove persone, quella di Michael Cimino per I cancelli del cielo era di mille persone. Ma questa è la natura del cinema, ti porta a essere versatile.

Tornando per un momento a L’avenir, dopo che il marito annuncia che se ne andrà, il tuo personaggio va dall’editore. Come fosse pronto ad accettare tutto. Come mai?

Isabelle Huppert: Lei sa che certe battaglie vanno combattute e altre no. Lei lo sa, ma non vuole dare loro la soddisfazione di implorarli. Ha un grande senso di dignità, quindi o sai che vincerai la battaglia e allora combatti, altrimenti è meglio mantenere la propria dignità.

Hai qualche progetto teatrale al momento?

Isabelle Huppert: Sono a teatro col regista Krzysztof Warlikowski, stiamo facendo le prove in questo momento, lo spettacolo si chiama Phèdre(s), come il plurale di Fedra, perché si tratta di diverse Fedre. Come sapete è un regista a cui piace fare montaggi di testi diversi. C’è un testo dello scrittore canadese-libanese Wajdi Mouawad, che aveva scritto anche la sceneggiatura per il film Incendies (in italiano, La donna che canta) di Denis Villeneuve, poi un pezzo tratto da Sarah Kane, della quale avevo già fatto anni fa a Parigi Psicosi delle 4:48, e poi alla fine c’è un lungo pezzo tratto da Elizabeth Costello dello scrittore sudafricano J.M. Coetzee. Lo spettacolo partirà da Parigi a metà marzo poi andrà anche al Barbican a Londra.

Quando hai deciso di farlo, l’hai scelto perché ti mancava il teatro?

Isabelle Huppert:
No, non mi mancava niente, volevo solo farlo. Non si fanno necessariamente cose perché ti manca qualcosa, si fanno perché vuoi farle. Non c’è niente nel cinema che mi mancherebbe a teatro né c’è qualcosa a teatro che non potrei trovare nel cinema. Sono due cose diverse, ma è sempre lo stesso lavoro.

Se dovessi scegliere una delle due cose, quale sceglieresti?

Isabelle Huppert: Non sceglierei.

Ma se proprio dovessi?

Isabelle Huppert: Sai, direi che fare il cinema è come una bella passeggiata, mentre fare teatro è come arrampicarsi su una montagna alta. Dipende da cosa preferisci, se vuoi faticare per arrampicarti e poi godere di una bella aria fresca, o se vuoi fare una corsa, e poi avrai sempre dell’aria fresca, ma è diverso.

Ricordo la tua interpretazione in Psicosi delle 4:48. Quasi sempre in posizione fissa e quindi un lavoro attoriale anticinematografico. Com’è stato fare questo difficile testo di Sarah Kane?

Isabelle Huppert: È stato un lavoro speciale, che ho fatto con un grande regista teatrale, che si chiama Claude Regy e che in Francia è una leggenda, un grandissimo regista. E Sarah Kane è un’autrice molto speciale. Quando ho fatto le prove per questo spettacolo mi sono ritrovata a non muovermi per due ore, ed è interessante perché nello spettacolo che sto facendo ora, in cui come dicevo ci sono anche brani della Kane, all’inizio mi muovo e esploro tutto lo spazio della scena per poi immobilizzarmi molto velocemente. Per cui è un po’ come se la scrittura di Sarah Kane imponesse l’immobilità. È un po’ come se le parole ti arrivassero addosso…e non so…è una scrittrice così incredibile.

Ora stai lavorando al nuovo film di Haneke? Ci puoi dire qualcosa al riguardo?

Isabelle Huppert: Non ho ancora iniziato, lo farò il mese prossimo. So solo che si intitola Happy Ending, il che è molto divertente essendo un film di Michael Haneke. È troppo presto per parlarne, posso solo dire che è un film che parla di una famiglia, e che si svolge nel Nord della Francia, non lontano da Calais dove ci sono i migranti.

C’è qualche regista con cui ti piacerebbe lavorare?

Isabelle Huppert: No, o ce ne sarebbero tantissimi. Per esempio mi piacerebbe fare un film in Sud America, o in Giappone. Oppure in Inghilterra, perché non ho mai fatto un film con un regista Inglese. Ho fatto lavori teatrali al National Theatre, ma non ho mai lavorato a un film con un regista Inglese, nemmeno fuori dall’Inghilterra. Ho lavorato con registi polacchi, ungheresi, italiani, norvegesi… ma mai con un inglese.

E ora hai lavorato anche con Paul Verhoeven nel suo nuovo film, Elle.

Isabelle Huppert: Sì, è stato molto bello e il film è fantastico. È stato un bellissimo periodo. Mi sono sempre piaciuti i suoi film. È un regista americano, come sapete tutti, ma anche molto europeo. Era il suo primo film in Francia, e parla un ottimo francese. Credo che sia il raro caso di un regista sia americano sia europeo, che lavora secondo gli standard americani ma li piega a una sensibilità ancora europea.

Info
La pagina Wikipedia francese dedicata a Isabelle Huppert.

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