Barefoot Gen

Barefoot Gen

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Barefoot Gen è un film di guerra. La guerra dei civili, della popolazione, delle città. Dei bambini. È un film di guerra come Una tomba per le lucciole di Isao Takahata, anche se l’approccio è differente, le traiettorie sono diverse. Alla tragica circolarità narrativa di Takahata, Barefoot Gen contrappone il cammino di Gen, quella linea idealmente protesa verso un possibile futuro.

Little Boy

Hiroshima, 4 agosto 1945. Il piccolo Gen Nakaoka e la sua famiglia affrontano quotidianamente le difficoltà dello stato di guerra, il declino economico della nazione, la paura dei bombardamenti. L’estate prosegue, i B-29 sorvolano la città. La mattina del 6 agosto, Gen è nei pressi della sua scuola quando con un’amica nota un solitario B-29. Un solo aereo, una sola bomba… [sinossi]

Little Boy, ragazzino. È poco meno di un ragazzino Gen Nakaoka, protagonista di Barefoot Gen (Hadashi no Gen, 1983), con mamma, papà, una sorella adolescente, un fratellino discolo e adorabile. Ma è un ragazzino anche il mostro, l’ordigno a stelle e strisce, la Bomba. Little Boy è la bomba atomica che ha raso al suolo Hiroshima il 6 agosto 1945; tre giorni più tardi, il 9 agosto, gli Stati Uniti sganciano una seconda bomba, Fat Man, su Nagasaki.
Barefoot Gen è un film di guerra. La guerra dei civili, della popolazione, delle città. Dei bambini. È un film di guerra come Una tomba per le lucciole di Isao Takahata, anche se l’approccio è differente, le traiettorie sono diverse. Alla tragica circolarità narrativa di Takahata, Barefoot Gen contrappone il cammino di Gen, quella linea idealmente protesa verso un possibile futuro. È la speranza che era stata negata a Seita e Setsuko. Barefoot Gen è un film sulla speranza, sulla ricostruzione, sull’inizio di una nuova era – mentre Takahata, con la sequenza iniziale/finale nella stazione ferroviaria, sanciva la letale consunzione di un Giappone ideale e idealizzato.

Tratto dal monumentale manga Gen di Hiroshima (Hadashi no Gen, 1973-87) di Keiji Nakazawa [1], diretto da Mori Masaki e impreziosito dalle scelte grafiche di Kazuo Tomizawa e Kazuo Oga [2], Barefoot Gen affronta senza filtri fantastici o fantascientifici l’olocausto nucleare, tema centrale e costante dell’animazione nipponica. Dalle città attaccate giorno dopo giorno nelle serie robotiche (da Gō Nagai in poi) alle contaminazioni tra carne e metallo (il fanciullesco Astro Boy, i più cupi Kyashan il ragazzo androide e Tekkaman e tutto quel che segue), fino alla spettacolarità apocalittica di Otomo (Akira, Steamboy, Spriggan, Metropolis…) e agli scenari post-catastrofici di Conan, il ragazzo del futuro e Nausicaä della Valle del vento, l’industria degli anime ha declinato in qualsiasi forma altra Hiroshima e Nagasaki, Little Boy e Fat Man. Barefoot Gen mantiene invece inalterato lo sguardo di Nakazawa – nelle vesti di produttore con la Gen Productions, affiancata dalla Madhouse – e sia nella scrittura che nel tratto grafico cerca un costante appiglio alla realtà. Sono le «intenzioni documentaristiche» che riecheggiano il neorealismo [3].
Ed è interessante, anche alla luce del successivo Una tomba per le lucciole, ancor più scarnificato e trattenuto, soppesare le potenzialità dell’animazione, la capacità di cogliere graficamente il reale e la sua deflagrazione. Barefoot Gen riesce a narrare l’inenarrabile, a fermare il tempo per un istante – la bomba sganciata che dall’aereo sembra sempre più piccola, quasi invisibile e innocua. Poi il tempo si rovescia, come la terra. Palazzi, case, corpi svaniscono nel nulla. Tutto (ri)accade davanti ai nostri occhi. I tre/quattro minuti di questa sequenza, dominati dal rosso e da cromatismi apparentemente innaturali, sono una sorta di Nuit et brouillard del cinema nipponico. Orrore e meraviglia.

La valenza pittorica e l’efficacia delle tavole di Oga, il design e la fluidità delle animazioni, la compattezza narrativa e lo strettissimo legame col testo originale non cancellano qualche perplessità sulla parte finale (il cibo per Tomoko e l’epilogo). Forse, visto il lavoro di accumulo che percorre tutta la pellicola, il ricorso al fuori campo sarebbe stato più che sufficiente. Ma Masaki non è Takahata.
Di Barefoot Gen ci restano impresse sulla retina alcune immagini che, nonostante la traccia sonora, sembrano accompagnate dallo stesso assordante silenzio de L’urlo di Munch. La bambina, la madre col bimbo, il cane. E quella tempesta rossa.
Incomprensibilmente misconosciuto nel Bel Paese, il film di Masaki ha un degno sequel: Barefoot Gen 2 (Hadashi no Gen 2, 1986) di Toshio Hirata. Entrambe le pellicole sono state proiettate al Future Film Festival 2015.

Note
1. Già edito dalla Panini Comics, Gen di Hiroshima è ripubblicato in una sontuosa edizione dalla 001 Edizioni.
2. Tomizawa dirige le animazioni e si occupa del character design. Figura significativa dell’industria degli anime a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, lo troviamo coinvolto in titoli come Remì – Le sue avventure (1977), L’isola del tesoro (1978), Le avventure di Marco Polo (1979), Gundam (1979), Jenny la tennista – Il film (1979), Captain Harlock SSX Rotta verso l’infinito (1982), The Legend of the Galactic Heroes (1988). Collabora con Masaki anche a The Door into Summer (1981) e Wandering Clouds (1982). Ancor più prestigiosa la carriera dello scenografo Oga, che ritrova Masaki per Toki no Tabibito -Time Stranger (1986) e che, soprattutto, si lega allo Studio Ghibli: Il mio vicino Totoro, Mononoke Hime, Il castello errante di Howl, Ponyo sulla scogliera, Porco Rosso, La storia della principessa splendente, I racconti di Terramare
3. Cfr. Andrea Fontana, La bomba e l’onda. Storia dell’animazione giapponese da Hiroshima a Fukushima, Edizioni Bietti, Milano 2013, p. 77.
Info
La scheda di Barefoot Gen su AnimeNewsNetwork.
Il trailer originale di Barefoot Gen.
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