Kung Fu Panda 3

Kung Fu Panda 3

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Giunto cinque anni dopo il suo predecessore, Kung Fu Panda 3 mostra, per il franchise targato Dreamworks, un inizio di usura nella formula, appena mitigata dall’inserimento delle tematiche familiari e di quelle dell’identità.

Un “altro” Po…

Il malvagio guerriero Kai, imprigionato anni fa nel regno degli spiriti, è riuscito a liberarsi e punta ora ad appropriarsi del “chi” (l’energia vitale) del Guerriero Dragone, il panda Po. Quest’ultimo, intanto, ha appena conosciuto il suo padre biologico, e ha deciso di recarsi nel suo villaggio natale alla ricerca delle sue origini. Ma la minaccia di Kai spingerà Po a tornare a combattere… [sinossi]

A cinque anni dal secondo episodio, il franchise Dreamworks dedicato al panda combattente Po si arricchisce di un nuovo capitolo. Un lasso di tempo insolitamente ampio, specie per i ritmi dell’odierna serialità cinematografica (animata e non); un intervallo rischioso, per lo studio californiano, anche per l’evidente evoluzione subita nel frattempo dall’animazione digitale nel suo complesso, arricchita dagli ottimi risultati (artistici e commerciali) dei concorrenti Pixar e Disney. Tra un Inside Out e uno Zootropolis, con la loro non banale – e trasversale – lettura del genere, frutto di una produttiva dialettica tra tradizione e modernità, il recupero di un franchise come quello di Kung Fu Panda rischia di apparire, anzitempo, operazione datata. In questi cinque anni, se il settore nel suo complesso è andato trasformandosi e differenziandosi con una rapidità maggiore che in passato, l’azienda americana ha indubbiamente perso terreno nei confronti dei suoi diretti concorrenti; ciò, anche a causa di alcuni evidenti fallimenti commerciali, quali quelli dei recenti Turbo e Mr. Peabody & Sherman.

Kung Fu Panda 3, lo diciamo a scanso di equivoci, conferma dopo la visione tutti i dubbi che un’operazione del genere può (preventivamente, ma legittimamente) suscitare. L’intuizione che nel 2008 portò alla realizzazione del prototipo, frutto del recupero e della rivisitazione, parodistica quanto rispettosa, di una tradizione apparentemente lontana dal genere (quella del kung fu movie di Hong Kong), inizia qui a mostrare la corda. Il film originale, in fondo, guardava ad oriente e a tutto un filone cinematografico, con un’operazione simile a quella che la stessa casa compì con la sua serie più fortunata, quella di Shrek: lì erano le fiabe ad essere rilette, smontate e parodiate, qui le pellicole di arti marziali degli anni ‘60 e ‘70. Un’operazione che voleva anche intercettare gusti e aspettative di una platea relativamente “vergine” (quella della Cina mainland) sfruttando intelligentemente le potenzialità di un mercato più che mai globalizzato. Se la formula, nel sequel del 2011, manteneva almeno in parte inalterata la sua freschezza, qui i segni di usura iniziano ad essere più evidenti. Malgrado ciò, i botteghini americano e cinese hanno finora dato ragione alla Dreamworks, tributando a questo terzo episodio ottimi incassi, e spianando la strada a una probabile prosecuzione del franchise.

Quello del film di Jennifer Yuh e Alessandro Carloni (quest’ultimo story artist italiano già da anni in forza alla Dreamworks, qui promosso al ruolo di co-regista) resta comunque un modello di animazione con un suo intrinseco fascino; anche, e soprattutto, per il suo carattere intimamente cinefilo. Tra le stanche citazioni e strizzate d’occhio ai blockbuster moderni che la stessa Dreamworks (e non solo) ci ha propinato negli ultimi anni, il rifarsi direttamente ad una mitologia come quella delle arti marziali cinesi resta in fondo un elemento da valorizzare. E va detto che, anche in questo caso, l’omaggio al genere viene portato avanti con consapevolezza e sufficiente rispetto. Il problema è che gli elementi di novità, in uno script che pare diretta prosecuzione (e in parte ampliamento) di quello dell’episodio precedente, risultano qui davvero minimi. Non basta l’aver portato in primo piano il tema dell’identità già accennato nel secondo episodio, così come non basta la rinnovata centralità riservata dal nuovo capitolo all’elemento familiare (e al tema degli affetti). Questi motivi, evidentemente pensati per dare nuova linfa a una formula che già ha espresso molto del suo potenziale, restano elementi puramente accessori, dal peso narrativo nel complesso abbastanza secondario.

In un racconto che, fedelmente, ripropone alcuni dei temi-cardine del cinema a cui si rifà (l’addestramento, la maturazione personale, il tradimento, la lealtà e la vendetta), la sceneggiatura mette in campo un villain che rappresenta, stavolta, uno dei punti deboli del film: l’humour espresso dal personaggio con la voce (originale) di J.K. Simmons appare a tratti forzato, frutto di un’indebita concessione a un’ironia superficiale e d’accatto, che poco ha a che fare con l’atmosfera della serie. E, proprio parlando di voci, non si può non rimarcare come il confronto tra il Fabio Volo che anche qui doppia il personaggio di Po, e il Jack Black che abbiamo potuto ascoltare (per ora) nei due precedenti capitoli, appaia quantomeno ingeneroso.
Kung Fu Panda 3, comunque, corre nei suoi 95 minuti di durata ad un ritmo ancora una volta molto sostenuto, forte di un comparto tecnico sempre accattivante; con un’estetica che mescola di nuovo il design e il dinamismo dell’animazione moderna (completata dall’uso della stereoscopia) alla stilizzazione bidimensionale dei fondali, e ai sempre presenti inserti di animazione tradizionale. L’evidente inizio di usura della formula, e lo spettro di una reiterazione che si sta già facendo maniera, rende comunque complesso immaginare un quarto episodio che possa offrire qualcosa di narrativamente e tematicamente valido; a meno di un’ipotetica “virata” della saga verso temi altri, che tuttavia rischierebbe (inevitabilmente) di snaturare il suo DNA.

Info
Il trailer di Kung Fu Panda 3 su Youtube.
La pagina Facebook ufficiale del film.
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