Under the Sun

Under the Sun

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In Under the Sun il giovane regista cinese Qiu Yang mette in scena una guerra fra poveri, in una nazione sempre protesa verso il futuro e incapace di leggere il proprio presente.

L’incidente

Un giovane, vedendo un’anziana signora cadere a terra presso la stazione degli autobus, decide di accompagnarla all’ospedale per ricevere le cure necessarie. Tuttavia, il ragazzo viene accusato dalla famiglia della donna di essere stato egli stesso l’artefice della caduta, che gli attribuisce dunque le spese mediche del caso. L’incidente coinvolge così due famiglie, nessuna delle quali però può permettersi di assumersene l’onere in termini economici. [sinossi]

Tra i punti chiave di Mountains May Depart, ultimo struggente tassello della poetica di Jia Zhangke che, dopo essere stato ingiustamente snobbato nel palmarès di Cannes, pare finalmente destinato ad approdare anche nelle sale italiane grazie alla BIM, si avverte preponderante uno sguardo da est verso ovest. Non solo perché i cinesi di nuova generazione scrutano l’occidente agognandone la conquista (economica, per lo più), ma anche perché perfino per il far east cinese è possibile spingersi ancora più a oriente, verso quell’Oceania che è terra in parte vergine, colonizzabile. L’Australia dunque, magari sovrastata dalla Go West dei Pet Shop Boys come nel film di Jia.
È interessante come alcuni degli spunti estetici e narrativi più rimarchevoli del cinema cinese dell’ultimo anno siano arrivati da registi che hanno scelto di formarsi professionalmente e culturalmente proprio in Australia. Il caso più eclatante è senza dubbio quello di Liu Shumin, che a quarantuno anni ha deciso di esordire al lungometraggio con il fluviale The Family, racconto che sembra muoversi su un canone à la Ozu per raccontare, in un viaggio che attraversa buona parte della Cina, la disgregazione del contetto stesso di famiglia; un’opera preziosa, approdata all’ultima Mostra di Venezia nel fuori concorso della Settimana Internazionale della Critica.

Qualche mese prima a Cannes, mentre Mountains May Depart riceveva poche soddisfazioni dalla giuria capitanata dai fratelli Coen, nel concorso dei cortometraggi selezionati dalla Cinéfondation, si metteva in mostra Qiu Yang, nativo di Changzhou ma impegnato in un master universitario a Melbourne. Con Under the Sun (questo il titolo del cortometraggio) Qiu tornava per la prima volta a girare nella terra natia…
Under the Sun, che dopo un lungo giro del mondo di festival in festival è approdato a Venezia, dove ha preso parte al Ca’ Foscari Short portandosi per di più a casa il riconoscimento per la miglior fotografia, ha molti punti in comune con il “nuovo” cinema cinese. Partendo proprio da Jia Zhangke, per arrivare a Liu Shumin passando per Vivian Qu e Diao Yinan, Qiu traccia in Under the Sun uno spaccato tragico della vita quotidiana nella Cina del liberismo sfrenato e dell’ennesima grande espansione. Lo spunto, quello di una disputa tra due famiglie su un incidente occorso a un capolinea degli autobus, serve a delineare i contorni di una tragedia inevitabile, dal momento in cui entrambe le famiglie non hanno la possibilità materiale di affrontare una disputa legale, troppo onerosa e dall’esito incerto.
Viaggiando lungo i bordi di una società che ha perso completamente il senso di sé abbandonando al proprio destino i suoi cittadini, Qiu raggela lo sguardo, cercando di tenersi sempre a una certa distanza (la “giusta”?) da ciò che sta riprendendo: Under the Sun è un film suo modo monolitico, in cui i personaggi si perdono in spazi troppo più grandi di loro e dove i climax emotivi finiscono sempre fuori quadro, quasi che la macchina/cinema non fosse più adatta a mostrarli.

Lo sguardo autoriale di Qiu è quello di un regista giovane ma con le idee già piuttosto chiare, che sa perfettamente cosa chiedere alla propria messa in scena, e sceglie senza timori cosa valga la pena riprendere e cosa no. Muove il suo film a un ritmo compassato, attraverso un montaggio secco ma mai brutale, che sembra sempre accompagnare lo sguardo dello spettatore verso qualcosa che è dietro l’angolo, celato agli occhi ma non all’udito (le urla fuori campo del finale). Un gioco di sottrazione che nasconde allo sguardo le mostruosità della Cina contemporanea, rendendole allo stesso tempo più evidenti e dolorose. E quegli spazi immensi tra i palazzoni di nuova costruzione, in cui si sviluppa una delle sequenze più mirabili, riportano alla mente anche il rabbioso Behemot di Zhao Liang, altro film rimasto clamorosamente escluso da qualsiasi riconoscimento e che soppesa già nell’uso dell’ampiezza dello sguardo digitale il crollo di un’umanità.

Info
Under the Sun, il trailer.
Under the Sun, il sito ufficiale.
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