Il libro della giungla

Il libro della giungla

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Frutto della recente tendenza Disney a volgere lo sguardo (anche) al proprio passato, Il libro della giungla è un apprezzabile blockbuster, capace di raggiungere un buon equilibrio tra canone e modernità.

Welcome (back) to the Jungle

Allevato da una famiglia di lupi, il cucciolo d’uomo Mowgli è cresciuto nella giungla, imparando ad apprezzarne le immutiabili regole e il senso di libertà. Ma il momento dell’addio, per Mowgli, si avvicina: la tigre Shere Khan ha infatti giurato di eliminare dalla giungla ogni traccia dell’uomo. Insieme al suo mentore, la pantera Bagheera, il ragazzino si imbarca così in un lungo viaggio verso il villaggio degli uomini… [sinossi]

Parallelamente alle acquisizioni di Marvel e Lucasfilm, e a una produzione che, nel suo complesso, va sempre più estendendosi e diversificandosi, la Disney continua a guardare anche (e soprattutto) al suo passato. Una scelta che, nel settore del cinema live action, ha finora dato origine al Cenerentola di Kenneth Branagh, che ora ci consegna questo nuovo Il libro della giungla, e che presto culminerà col remake dal vivo di un altro classico come La spada nella roccia. Uno sguardo che rielabora, filtrati nell’ottica disneyiana, personaggi e storie ormai entrati nell’immaginario collettivo, spesso cristallizzati in una forma definita (e riconoscibile) proprio grazie alle produzioni della Casa del Topo. Proprio nell’ottica della fedeltà al “canone”, ma anche di un decisivo svecchiamento di alcuni suoi motivi di base, nonché di un ampliamento della sua visuale, va visto il film di Jon Favreau. Quanto e più di Branagh, il regista di Iron Man sembra qui preoccupato innanzitutto della riconoscibilità del suo materiale, di una costruzione narrativa che sappia parlare a chi ha nella memoria (ma anche nella sua formazione di spettatore) il film del 1967 di Wolfgang Reitherman. Facendone punto di partenza, ma non elemento esaustivo dell’operazione.

Questo Il libro della giungla versione 2016 si presenta, fin dal suo lancio, come un remake (invero non il primo: non va dimenticato il film di Stephen Sommers del 1994) del film animato di Reitherman. Nella selezione degli episodi narrati nei racconti di Rudyard Kipling, ma anche nella focalizzazione sull’elemento “formativo” (e in un certo senso edificante) del viaggio di Mowgli, è evidente la scelta di restare legati a doppio filo al classico del 1967. Lo script, tuttavia, sembra voler aggiornare il carattere di ricerca personale, anche e soprattutto interna, del percorso del protagonista (il discreto esordiente Neel Sethi), a cui si somma una maggiore focalizzazione sulla dialettica natura/cultura. La valorizzazione e l’approfondimento della figura della tigre Shere Khan, lo svelamento del suo background e dell’origine del suo rancore, la più puntuale esplicazione delle dinamiche che regolano la vita nel regno animale, sono tutti elementi che puntano decisi in questa direzione. Il confronto-scontro tra Mowgli e il suo antagonista è un motivo che attraversa, sottotraccia, l’intero film; sovrapponendosi al percorso di scoperta e maturazione del protagonista, e alla sua problematica ricerca di una specificità umana (quindi “altra” e personale) all’interno del mondo animale. Motivi che la sceneggiatura, pur stretta dalle esigenze di fedeltà al film animato, riesce a rendere con sufficiente pregnanza.

Del film di Favreau va comunque sottolineata la preponderante componente visiva, frutto di un uso del digitale che dribbla accuratamente le insidie del soggetto e resta (per una volta) al servizio della narrazione. La resa in live action dei personaggi, interamente ricostruiti digitalmente, restituisce un inusitato senso di naturalezza a movenze e dialoghi; un risultato non scontato, al netto dell’ovvia assenza, nella versione giunta in sala, delle voci dei vari Bill Murray, Ben Kingsley, Idris Elba e Scarlett Johansson. L’uso del 3D, da par suo, si rivela più funzionale ed efficace rispetto alla media delle odierne produzioni stereoscopiche: la regia gioca spesso con la verticalità e col naturale potere immersivo delle scenografie, sfruttando la terza dimensione per dare un apprezzabile valore aggiunto al potenziale immaginifico degli ambienti. Rimarchevole, da questo punto di vista, la lunga sequenza finale, uno showdown significativamente lontano dal finale del film animato, su uno sfondo divorato dalle fiamme e insolitamente virato al dark.

L’esigenza dichiarata di restare fedele al suo modello, e al suo pubblico di riferimento, costringe a tratti Il libro della giungla in un recinto troppo stretto, provocando anche qualche indebita forzatura: ne sono un esempio le poche canzoni utilizzate (prima tra tutte la già annunciata, celeberrima Lo stretto indispensabile), un po’ fuori tono con l’atmosfera e la lettura che si è scelto di dare alla storia. Nei minuti iniziali, la sceneggiatura scivola in modo un po’ troppo rapido, e indolore, sull’uscita di scena di uno dei personaggi principali: ma anche questo, con ogni probabilità, si configura come una sorta di pegno da pagare ai contorni del progetto e al suo target principale.
Innervato da un humour dal gusto moderno (certo memore dei trascorsi nella commedia del regista) espressione di una vicenda di formazione che, con tutti gli schematismi del caso, continua a mostrarsi efficace sullo schermo, quello di Favreau è un blockbuster sontuoso, ma anche divertito e capace di guardare al suo materiale con la giusta dose di (auto)ironia. Da segnalare, a corredo dell’indubbio gusto figurativo che il regista dimostra, i bei titoli di coda: in una logica che dalla terza dimensione si sposta verso una bidimensionalità esibita, quasi provocatoria quanto accattivante.

Info
Il trailer de Il libro della giunga.
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