Miss Hokusai

Miss Hokusai

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Presentato al Future Film Festival l’anime più atteso dell’anno, Miss Hokusai, peraltro già trionfatore ad Annecy. Keiichi Hara realizza un’altra opera coloratissima, tratta da un manga, che rievoca la società e l’arte dell’epoca Edo.

Due donne intorno a Hokusai

La storia mai narrata di O-Ei, figlia del pittore Hokusai: una donna dallo spirito libero e dall’enorme talento artistico. [sinossi]

Per la seconda volta, con Miss Hokusai presentato al Future Film Festival, il cinema nipponico si occupa del grande pittore di epoca Edo Katsushika Hokusai (1760-1849), dopo il film di Kaneto Shindō del 1981 Hokusai manga; mentre dell’altro grande pittore coevo, Kitagawa Utamaro (citato anche in Miss Hokusai quale rivale del protagonista) sono stati fatti biopic da Kenji Mizoguchi e Akio Jissoji. Innumerevoli invece, come ovvio, i documentari sul tema tra cui va comunque ricordato quello di Hiroshi Teshigahara in cui le immagini di Hokusai si muovono magicamente nella metropolitana di Tokyo. La staffetta a raccontare l’arte del mondo fluttuante, e i suoi protagonisti, passa quindi ora all’autore di anime Keiichi Hara, molto apprezzato per i suoi precedenti lavori Un’estate con Coo e Colorful. E le grandi attese che si avevano per Miss Hokusai non sono state deluse: Hara ha sfornato un’altra pietra miliare nel cinema d’animazione nipponico.

L’interesse per il mondo dell’arte era già forte nel precedente Colorful, protagonisti dei liceali che si riunivano in un gruppo di pittura della scuola. Ora Keiichi Hara arriva alla bottega del grande autore di ukiyo-e che ci mostra subito per i suoi leggendari virtuosismi, d’altronde già messi in scena da Kaneto Shindō: il sensei si esibisce prima a dipingere una figura gigantesca, con un enorme pennello, apprezzabile solo se visto dall’alto, e poi una minuscola su un chicco di riso. Il ritratto che Hara fa del grande pittore è quello di un uomo sfatto, disordinato, che vive nell’estremo caos. E il punto di vista che viene preso è quello, inedito, della figlia O-Ei.
Quello che interessa all’animatore è rappresentare una stratificazione di epoche diverse, Edo e Tokyo, la loro società e soprattutto la loro arte. Se il protagonista di Colorful si faceva guidare dall’amico nell’evocazione dei trenini e tram di epoche passate, che si materializzavano nella loro immaginazione sostituendosi al paesaggio urbano contemporaneo, qui abbiamo il percorso inverso con la pietra tombale finale della moderna Tokyo, con il suo skyline, con i suoi ponti moderni, che si sostituisce all’antica Edo, con le sue casette, con i suoi tipici ponti curvi di legno. Una Edo che è palesemente ricalcata sulle vedute di Hokusai e dei suoi colleghi dell’epoca.
Keiichi Hara mette in scena quindi, nella sua rievocazione dell’epoca Edo, una stratificazione tra l’illustrazione dell’epoca e la sua, i disegni dei moderni anime e manga. Oltre a usare le opere d’arte del mondo fluttuante per ricostruire l’epoca, Hara mette in scena un tripudio di tutte le possibili rappresentazioni figurative di quel movimento artistico: le illustrazioni della natura, fiori, libellule, mantidi, farfalle, quelle degli yōkai, demoni e mostriciattoli del folklore, gli shunga, le illustrazioni erotiche, le stampe nishiki-e, i bijin-ga, i ritratti femminili come quelli delle cortigiane, i paraventi, i manga, le xilografie.
E la farfalla che entra in una lanterna, proiettando la sua sagoma ingrandita, funge da lanterna magica e da teatro delle ombre, i precursori del cinema e del cinema d’animazione, peraltro molto diffusi nel Giappone di epoca Edo.

Quando il Maestro umilia l’allievo, denigrandolo per la sua scarsa bravura, questi perde il colore e diventa egli stesso un disegno di contorni, in bianco e nero, un manga, per poi afflosciarsi. La dimostrazione della propria consistenza di esseri disegnati rientra in una tensione e in un’oscillazione tra colore e non colore che Hara segue per tutto il film: le camelie che spuntano, chiazze di colore, dal bianco della neve; tutti gli schizzi, disegni che vengono fatti dai personaggi, e poi la calligrafia del sutra dipinta sulle mani. E il colore, ancora come in Colorful, rappresenta il tripudio, il trionfo e la celebrazione della vita.
Miss Hokusai inizia ancora con i fiori cremisi della pianta sarusuberi (la lagerstroemia), già nel titolo originale del film e del manga da cui è stato tratto; quando O-Ei, già con il viso sporco di inchiostro, viene accarezzata, sul ponte, da un uomo, arrossisce, si colora nell’imbarazzo adolescenziale, nel pieno della vita. E all’opposto il fiore della magnolia bianca, sotto una grande luna altrettanto algida, rappresenta la morte. E un ritratto, coloratissimo, della piccola Onao ne sublimerà la vita. In un film, ancora come il precedente, dove continui sono i richiami a un aldilà, qui pittorici di un inferno con i suoi demoni e diavoletti. Se Colorful si giocava narrativamente sul quadro in progress del protagonista, che solo al suo completamento rivelava il suo vero significato, qui abbiamo la raffigurazione di un mondo di dannati che, solo al completamento della visione del quadro, svela la presenza di un grande Buddha. Nell’estetica del mondo fluttuante, Keiichi Hara rappresenta la transitorietà della vita ma la permanenza dell’arte.

Info
La scheda di Miss Hokusai sul sito del Future Film Festival
Il trailer di Miss Hokusai su Youtube.
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