Intervista a Federico Sfascia e Guglielmo Favilla

Intervista a Federico Sfascia e Guglielmo Favilla

Ha rappresentato il caso dell’ultimo Future Film Festival, Alienween, film indipendente, che oscilla con disinvoltura tra vari generi, fantascienza, horror slasher con quello stesso spirito genuino artigianale di Sam Raimi quando realizzava La casa. Abbiamo incontrato alla manifestazione bolognese il regista Federico Sfascia e l’attore protagonista Guglielmo Favilla.

Alienween è un film dove trovo molto amore per il cinema e molto entusiasmo. Ci trovo una bella energia. Se si hanno delle belle idee e se si ha voglia di fare qualcosa, come si può riuscire oggi a fare un film indipendente in Italia, di genere per di più?

Federico Sfascia: Con tanta fatica. Nel caso specifico, però, questo era un lavoro in teoria su commissione e sentivo che, al di là di tutto, era necessario portarlo a termine a ogni costo secondo la mia visione personale e anche perché avevo coinvolto quelli che sono i talenti migliori e che sono diventati anche amici. E avendoli coinvolti in questo lavoro, in questo incubo, dovevo riconsegnargli un film che fosse una cosa di cui essere orgogliosi, nel bene e nel male. Una cosa in cui anche io potessi riconoscermi, senza aver accettato compromessi. E questo per un indipendente credo che sia una cosa fondamentale, visto che tanto non ti finanzia nessuno, che tanto il lavoro ricade inevitabilmente sulle spalle mie, loro, nostre…e allora fare delle cose che scimmiottano altre cose o fare delle cose che cercano il consenso del pubblico, mi sembra assurdo. Ma non intendo dire di fare per forza qualcosa di strano, di elitario. Dico: fare delle cose che ti interessa raccontare. Come dicono i Kiss: tu metti sul palco la band che vorresti veder suonare, non la band che il pubblico vorrebbe veder suonare. Perché altrimenti non ha senso. Ed è questo un problema del cinema tutto, anche mainstream: si va tanto incontro al pubblico e ai suoi gusti e il risultato è che non c’è una crescita nei gusti. Devi dialogare con il pubblico e ciò significa che io ti espongo la mia visione, tu mi ascolti, vedi se ti piace e c’è uno scambio. Non invece: “Ok, sentiamo cosa vuoi che io faccia. Bene, te lo faccio”.

E nello specifico la commissione da chi arrivava?

Federico Sfascia: Da Empire Video di Alex Visani, che si è presentato dicendo che voleva produrre lui il film, perché aveva visto i miei corti e perché aveva visto I rec u e voleva proporsi come produttore e come finanziatore. Poi non è andata esattamente così. Diciamo che non ha rispettato tutti i patti… E quindi alla fine l’ho sviluppato in modo totalmente personale.

Quanto è durata la lavorazione del film?

Federico Sfascia: Abbiamo iniziato a fine novembre, avremmo dovuto fare due settimane e invece abbiamo fatto dieci giorni. E poi ogni fine settimana, a gennaio, febbraio, marzo. Quindi, circa un mese di riprese.

Guglielmo Favilla: Con la pre-produzione però che era già iniziata ad agosto/settembre. Tra una cosa e l’altra c’è voluto un anno e mezzo.

Federico Sfascia: Sì, perché se n’è iniziato a parlare ad aprile/maggio del 2014, e poi il momento in cui possiamo dire che l’abbiamo chiuso è stato il 15 gennaio del 2016, quando abbiamo finito di lavorare al missaggio. Più di un anno e mezzo, quindi.

Nel film una parte importante ce l’hanno ovviamente gli effetti speciali. C’è qualcosa di digitale negli effetti oppure no?

Federico Sfascia: I mostri sono tutti fisici, perché a me piacciono così. Ci sono dei ritocchi digitali di tanto in tanto, come ad esempio sulle comete. Sono stati fatti comunque sulla base degli effetti ottici, come per esempio delle sovrapposizioni d’immagini. Per dire, le comete le ho fatte così: ho piazzato un bastone di incenso, una luce di traverso per illuminare la scia, ho fatto le riprese al buio e poi le mettevo in trasparenza. Dopo si è intervenuto per aggiungere un po’ di luminosità. Ma penso anche agli occhi luminosi, in cui all’inizio ho usato una piccola torcia nel buio, l’ho ripresa e l’ho sovrapposta all’inquadratura. E in alcuni casi in cui non erano venute perfette queste cose, le abbiamo integrate in digitale, con After Effect. Pochi interventi quindi, ma che servivano. Si tratta in effetti di integrazioni dell’effetto ottico, perché a me piace così, mi piace quel cinema lì. Se avessi i soldi per fare un film d’azione e/o di fantascienza, userei comunque in primis gli effetti ottici. Perché ti danno comunque la garanzia di un risultato nell’immagine che è più fisico.

Guglielmo Favilla: Sì, ti dà un effetto materico…

Federico Sfascia: Già, proprio così. Bravo! Comunque non è che voglio fare lo snob perché dico queste cose. Anzi, vorrei dire a tutti che a casa ho tutti i dvd di Transformers di Michael Bay. Che si sappia. Per me Transformers 4, con il tirannosauro sputafiamme, è un capolavoro.

Non sei l’unico a pensarla così. Ci sono anche dei personaggi autorevoli, come ad esempio Ghezzi, che elogiano Michael Bay… Comunque parlerei ora degli attori. Perché, in effetti, nel momento in cui si racconta una cosa folle, assolutamente inverosimile, la verosimiglianza ti viene data dalla psicologia dei personaggi e dunque anche dalla recitazione realistica degli attori. E quindi è attraverso di loro che si riesce a trasmettere una situazione di paura reale. Inoltre nel tuo film, sia pur nel contesto di uno splatter, c’è anche il discorso relativo al rimosso dei personaggi, c’è l’interesse nel raccontare le storie dei personaggi e il loro passato che viene a galla. Come avete lavorato su questo?

Federico Sfascia: Poi nello specifico parlerà Guglielmo, comunque nel mio precedente film, I rec u, non avevo utilizzato attori, se non giusto un paio. Stavolta invece la situazione che volevo sviluppare era sì di raccontare una storia folle, ma con l’interesse di lavorare con degli attori che stimo e che hanno la capacità di esprimere dei sentimenti o anche dei conflitti. E in effetti l’idea era un po’ questa, che nel contesto della fine del mondo va a finire che, in quel piccolo gruppo di personaggi, si sfaldano delle cose in sospeso. La storia di amicizia tra il personaggio interpretato da Guglielmo Favilla e quello di Raffaele Ottolenghi voleva essere ad esempio il rapporto centrale. Mi piacciono queste cose qui, con l’epica, la commedia ovviamente, le situazioni assurde e ipertrofiche ma che siano collegate all’umano. Sì, mi piace la verosimiglianza dell’avventura. E mi sarebbe piaciuto poter lavorare ancora di più con loro. Ma sono stato fortunato ad affidarmi a delle persone con un talento mostruoso e che quindi mi alleggerivano il lavoro, perché mi capivano al volo. Guglielmo su un paio di inquadrature mi ha fatto un effetto un po’ alla Tom Hardy e un po’ alla Stallone, che sono entrambi dei mostri di recitazione. E anche se non è molto popolare dirlo, ma per me Stallone è un attore della madonna. Penso, che so, alla scena in corridoio, in cui Guglielmo ha fatto uno sguardo che riesce a trasmetterti tutto il suo personaggio. Ma parla anche tu, Guglielmo, ché io sono confusionario.

Guglielmo Favilla: Federico ha parlato di sguardi, di occhi. Lui è un regista di occhi, ti sta molto incollato. È come se cercasse i personaggi attraverso gli occhi, cerca di scavare in tal senso. Comunque noi ci si conosceva già, conoscevo già il suo talento e quindi ho accettato immediatamente di fare Alienween. E ci siamo ritrovati, pur in questa tragedia di budget che non esisteva e di cibo che latitava, con una troupe che non ha mai avuto un attimo di cedimento. Lui ha tirato fuori il meglio da ognuno di noi attori, anche quando noi stessi perdevamo il filo della situazione e del racconto. Ha girato ad esempio dei controcampi a distanza di una settimana, perché lui aveva già tutto il montaggio in testa.

La location di Alienween qual è?

Federico Sfascia: Eh, questa è una bella domanda, perché la location non esisteva. Molto abbiamo girato a casa di un’amica, che abita attaccata a un magazzino che prima era uno showroom di mobili e adesso è vuoto. E quindi abbiamo ricostruito delle stanze dove erano rimasti dei mobili. Per il resto, gran parte del film è stato girato nel mio capannone dove ho anche girato I rec u. La casa doveva essere come abbandonata, da ristrutturare: l’ho pensata così visto che sapevo che non c’erano location. A un certo punto i corridoi non sono più corridoi veri. Ho tirato dei cavi con degli spaghi, ho attaccato i teli che venivano giù, girandoli in movimento, e perciò ti sembra un corridoio ma in realtà non lo è. Quindi, al di là del capannone e della stanza da questa mia amica, fondamentalmente delle location non ce n’erano, le ho dovute trovare io all’ultimo.

Guglielmo Favilla: Questo è un horror che è sempre stretto sui personaggi, solo verso la fine si allarga.

Federico Sfascia: Ed è sì una cosa voluta, ma è anche a una necessità. Avevo anche solo tre fari, tre luci. Non potevo illuminare più di tanto.

Questi elementi comunque trasmettono un forte senso di claustrofobia.

Federico Sfascia: Sì, in effetti la cosa che dice Guglielmo degli occhi è vera, ma è vero anche il discorso sulla claustrofobia e sull’assedio. Mentre la casa in esterni è solo un modellino, è la casa della Lavazza, giuro, si tratta di un modellino che ho vinto coi punti…

Guglielmo Favilla: Taglia che è una pubblicità! È un effetto artigianale, molto bello…

Federico Sfascia: E quando ci sono le finestre che si illuminano, quelle non sono finestre ma è un mobile di mia nonna, fatto a quadri: ci ho messo la luce dietro, accendevo e spegnevo e poi in trasparenza le ho messe come fossero finestre, ma non son finestre. Ma ti pare che potessi illuminare una casa intera?! Magari avercela… così la demolivamo!

Alienween si regge su una caterva di citazioni, ci sono anche i manifesti dei film…

Federico Sfascia: Sì, quelli ce li ho messi io, in loco. Ci ho messo I misteriani e Planet Terror. Il secondo l’ho messo perché ho pensato: “Qui è vuoto il muro, metto questo perché anche lì si scioglieva la gente e quindi è bello”, è un film divertente e poi Rose McGowan è una fregna pazzesca in quel film, anche senza una gamba. Diciamolo, no?

Traspare l’idea che Alienween sia il film di un grande cinefilo. Fare l’elenco delle citazioni sarebbe lungo, da La casa di Sam Raimi, a Demoni di Lamberto Bava, in alcune scene ci trovo anche qualcosa del cartone animato Devilman di Go Nagai.

Federico Sfascia: Certo, perché io amo Go Nagai. Ma queste cose non sono in realtà ricercate, che è una cosa che peraltro mi dà fastidio. perché spesso capita di vedere dei film che citano in maniera “ostentativa”. Più che citazionismo penso si tratti perciò di un bagaglio culturale. Raimi ad esempio lo adoro, ma non adoro solo lui. Per esempio ho scoperto in seguito Storia di fantasmi cinesi di Siu-Tung Ching, e sono impazzito. Ma anche Strade di fuoco di Walter Hill è un film della madonna. Il costume della protagonista di Alienween, quella vestita da mummia o vampira per Halloween, sarebbe come la moglie di Frankenstein. E il vestito l’ho ricostruito sulla base di quello di Ellen Aim/Diane Lane in Strade di fuoco, metà sposa, metà in pelle. E poi, ovviamente, non bisogna dimenticare gli anime, che rappresentano un mio preciso bagaglio culturale, visto che innanzitutto sono un disegnatore. In più, comunque, mi piacciono naturalmente anche i miti classici. E sono tutte cose, queste, che appartengono al mio DNA, se poi si vedono è un gran complimento e ringrazio. Non è una cosa intenzionale, ricercata, un voler strizzare l’occhio. Poi i poster ci stanno in quel momento perché volevo riempire la parete, e poi nella radio del dj e nella cameretta della ragazzina, dove c’è Halloween e L’armata delle tenebre, dato che vede i film horror, che poi sono i gattini. In questi casi erano pertinenti con i personaggi, ma nelle altre situazioni non c’è niente di tutto questo. Nell’altro film, I rec u, questa cosa era molto presente perché la tematica era proprio quella del vivere con la testa dentro i film ma poi, mano a mano che va avanti il film, con l’acquisizione dell’autoconsapevolezza, è questo un aspetto che va perdendosi.

Si tratta comunque di un amore per un cinema che non c’è più. Ormai in Italia quella stagione di film di genere artigianali è morta e sepolta. Secondo voi come mai?

Federico Sfascia: Quel tipo di cinema è andato morendo, certo, e c’è tutta una tipologia di registi che non lavora più e penso non solo a registi italiani, ma anche a quelli americani, come Joe Dante e come John Landis. È una questione di talento e di gusto. Non c’è più gusto né cultura dell’immagine, né talento, né amore per queste cose. Purtroppo nel giro del cinema indipendente è un discorso che si sente spesso, da gente becera e ignorante. Fai quell’effetto di merda buttato là, fa schifo e allora bravo, hai fatto l’effetto artigianale. Ma no, io non la penso così. Fare cinema artigianale richiede anche gusto, richiede amore. Tutta questa gente però contestualizzava questo cinema all’interno di un gusto e di una visione ben precise. Ma fare cinema artigianale, fare cinema in questo modo, non è una cosa ridicola quando c’è un gusto dietro, una consapevolezza. E io credo che questa sia una cosa che si è persa gradualmente. Parlavo prima di Michael Bay, perché secondo me lui ha dei pregi. Poi però siamo arrivati al punto che Zack Snyder arriva ad essere considerato un visionario. Ma che visionario sarebbe lui? Snyder è uno che proprio non è capace di mettere insieme l’immagine. E viene considerato visionario perché fa un cinema epico. Ma allora per John Milius che parola devi coniare? L’effetto digitale è utile, è bello quando lo dai in mano a un James Cameron o a un Sam Raimi, che sono capaci di saperlo usare in senso pratico e di contestualizzarlo con gusto. Ma invece ‘sti porchettari che girano di merda e aggiungono cose… Qui è anche una logica di soldi, da fast food. Da McDonald compri il panino fatto in serie, che posso preparare io, lui o chiunque, sono delle procedure standard: metti insieme gli ingredienti, lo metti nella friggitrice e lo tiri fuori. E lo paghi pochi euro. Per la lasagna fatta in casa invece ci vuole tua nonna che la sa fare, ci vuole il cuoco che devi pagare, ci vuole il tempo e ovviamente costa di più. Allora che fanno? Ti iniziano a convincere: “Cazzo, quel panino è più buono della lasagna!”. E a quel punto la lasagna è trash. No, tu sei una testa di cazzo, non è che la lasagna è trash! Perché poi va a finire che non sai riconoscere la lasagna fatta bene da quella fatta male. Non le riconosci più e quindi pensi che siano tutt’e due trash e mangi il panino. È la logica degli studios del cinema contemporaneo ed è una cosa che mi fa incazzare. Mi dispiace per gente come Joe Dante, Terry Gilliam, John Landis e, cazzo, lo stesso Walter Hill, porca puttana: l’ultimo suo film, Jimmy Bobo – Bullet to the Head, è stato a malapena distribuito. Ma davvero questa gente non lavora più e Zack Snyder fa un film all’anno? E di merda! E in Italia la logica è la stessa. Non ci sono più i Fulci. Quel genere era legato a dei talenti e a dei mestieri. Poi si è visto che era molto più retributivo fare delle commedie smarmellate del cazzo.

Guglielmo Favilla: In Italia c’è stata anche la grande batosta nel decennio degli Ottanta, quando la tv ha fagocitato il cinema. In America in quegli anni c’era ancora gente che diceva cose interessanti, c’era il cinema del corpo di Cronenberg per esempio. Da noi invece era l’epoca del Drive In, che pure guardavo da bimbetto, e comunque era meglio di certe cose terrificanti che sarebbero arrivate negli anni Novanta. C’è stata la lunga onda, lo strascico che ha appiattito il cinema. E la gente cominciava ad andare al cinema una volta l’anno, sotto Natale. E doveva ritrovare al cinema i dettami della tv. Ci portiamo ancora dietro questi errori. Non c’è spazio per gli artigiani, non c’è proprio l’interesse. E c’è stata una contro-educazione del pubblico. Così siamo arrivati al punto che al pubblico oggi non frega nulla. Siamo in un’epoca di grande informazione, dove chiunque può accedere a tutto. Anche i quindicenni grazie a internet possono sapere chi è Carpenter o Fulci. Non ti parlo nemmeno di Murnau, ti parlo di anni Settanta-Ottanta. Però se uno di questi ragazzini non ha una cultura personale o non cresce in un ambiente famigliare sano, nel senso di aperto intellettualmente che lo spinge a capire perché è interessante quel film, non riesce a formarsi un suo gusto personale. Se guardi la rete è un mare magnum di recensioni, chiunque che si mette davanti a una camera e parla e dice la sua. Tutti lo possono fare, non c’è più il mestiere del fotografo, tanto meno del critico, lasciamo perdere. O del regista. O del disegnatore. Chiunque ci può arrivare. Sio scrive fumetti! E le cose piacciono per motivi sbagliati: “Questa cosa è figa perché è trash”. Ma non è quello il punto. La rete dice tutto ormai a tutti. Il trash, la serie B sono fighi se li fai male apposta.

Federico Sfascia: Senza prenderti sul serio. Un umorismo brutto, poi.

Guglielmo Favilla: Brutto: che figata! Fa schifo: che figata! No, esiste anche quello, ma facciamo dei distinguo. E questo secondo me è colpa della superinformazione sbagliata. Non c’è più interesse, il pubblico andrebbe rieducato. Tocca agli americani e in parte anche a noi. Landis ad esempio disse in uno sfogo che ormai i produttori sono le multinazionali. Quando vennero hackerati i messaggi della Sony, questi dicevano: “Potremmo far incontrare Spiderman con…21 Jump Street che incontra…”. Questa è gente che non sa cosa sta facendo. Mischia delle cose perché incassa.

Federico Sfascia: Oggi puoi non riuscire a farti produrre un film anche se sei uno di loro, anche se hai un grande attore. Perché è tutto un brand. E se lo stesso film esce con un brand o esce senza un brand, quello senza brand sarà un flop. Se Ritorno al futuro uscisse oggi col brand Marvel sarebbe un capolavoro, senza non se lo inculerebbe nessuno. Se fai vedere Fulci al pubblico, non è che non gli piaccia. Sente che c’è qualcosa, ma sente comunque che c’è confusione. Il cinema deve essere omologato e interscambiabile da quella mano dietro, perché così costa meno, fai prima. E in Italia abbiamo solo le commedie di merda, non è un problema solo di genere, per me è un problema di talenti. Perché se una commedia la fa un talento allora è figa, se il genere lo fa uno che non è in grado, è genere, però è medio.

Guglielmo Favilla: Parliamo di filoni: scopri una cosa ci inciampi. Funziona, allora facciamolo per i prossimi quindici anni.

Info
Il sito del Future Film Festival.

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