Fai bei sogni

Fai bei sogni

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Travestito da adattamento del romanzo autobiografico di Massimo Gramellini, Fai bei sogni di Marco Bellocchio è una satira feroce, ma anche divertita, del giornalismo contemporaneo e della società tutta. Alla Quinzaine des Réalisateurs.

Dentro la disgrazia

Torino, 1969. L’infanzia idilliaca di Massimo, nove anni, si infrange contro la misteriosa morte di sua madre. Il giovane si rifiuta di accettare questa perdita, anche se il prete dice che la donna è ora in cielo. Più tardi, negli anni ’90, Massimo è diventato un giornalista. Dopo aver raccontato la guerra a Sarajevo comincia a soffrire di attacchi di panico. Mentre si prepara a vendere l’appartamento dei suoi genitori, si trova costretto a rivivere il suo passato traumatico. Elisa, un medico compassionevole, cerca di aiutare il tormentato Massimo a confrontarsi con le ferite dell’infanzia. [sinossi]

Ci sono film sul giornalismo che vincono gli Oscar, esortano all’indignazione, gettano luce su fatti storici più o meno noti e/o scabrosi. E poi c ‘è Fai bei sogni di Marco Bellocchio: film-saggio, satira pungente sul giornalismo contemporaneo, mascherata da adattamento del romanzo autobiografico di Massimo Gramellini, attuale vicedirettore de La Stampa nonché volto noto ai telespettatori per le sue classifiche dei fatti della settimana all’interno della trasmissione di Fabio Fazio, Che tempo che fa.
Nel trasporre su grande schermo la vita di Gramellini, segnata al nono anno di età dalla tragica morte della madre, Marco Bellocchio simula un’adesione agli stilemi classici del biopic: fa largo utilizzo dei flashback, innesta le vicende personali con eventi di portata storica ben più ampia, come la tragedia di Superga, l’avvento di Mani pulite, la guerra nella ex Jugoslavia. Ma siamo lontani dall’aulica quanto meccanicistica struttura alla Rulli e Petraglia (La meglio gioventù ne è forse l’epitome più chiara). La sceneggiatura firmata infatti da Bellocchio con Valia Santella e Edoardo Albinati taglia corto sulle sbavature sia retoriche che storiografiche, conferendo così alle vicende del film un ritmo intermittente, perennemente sospeso tra l’adesione e la demistificazione di eventi e personaggi.

Al centro di tutto c’è “La madre”, un personaggio misterioso, affettuoso, ma dolente, che trova conforto nell’effimera estasi dionisiaca di un ballo sfrenato e, soprattutto, in una simbiosi col proprio figlio. Poi sopraggiunge la sua perdita, la cui irrazionalità investe i personaggi e scatena nel piccolo Massimo una serie montante di gesti d’insubordinazione. Cosa succede quando l’atto della morte è in fuori campo, questo sembra essere l’oggetto privilegiato di analisi di Bellocchio, che a partire da qui va a deframmentare il suo film, accorciando la durata dei flashback, concentrandosi su primi piani che mettono a dura prova gli attori, disperdendosi in brevi quadretti domestici illuminati dalla luce bluastra della televisione, dove la mancanza di calore umano è colmata dall’intrattenimento gioioso di Canzonissima. Lo sguardo dell’autore de I pugni in tasca è ancora una volta pronto a galvanizzarsi di fronte alla ribellione infantile, che pone l’irrazionalità come argine ultimo a un’autorità incomprensibile e stoica, sia essa religiosa (il prete incarnato da Roberto De Francesco) o paterna (quel busto napoleonico del padre defenestrato). L’irrazionale è quello che conta, e se sono possibili la morte e il relativo lutto, non resta altra arma al di là dell’insubordinazione (pensiamo anche a Nel nome del padre, 1971) e non resta, al piccolo Massimo, che vagheggiare una madre-Belfagor amata e perduta, una creatura soprannaturale (per metà reale e metà televisiva) che nasconde la propria identità dietro a un’opaca maschera di cuoio.

Quando si cresce però tutto cambia e anche Fai bei sogni diventa qualcosa d’altro. Ecco il nostro Massimo (incarnato ora da Valerio Mastandrea) alle prese con il suo lavoro di giornalista sportivo, poi di reporter a Sarajevo; al suo primo attacco di panico ha un fortunato incontro con una bella e amorevole dottoressa (Bérénice Bejo) e inizia, banalmente, a fare i conti con il proprio passato quando deve sgomberare la casa dei genitori, in seguito alla morte del padre. Di fronte a una scatoletta di fiammiferi svedesi, appartenuta alla madre, dà letteralmente in escandescenze e si crede affetto da una tachicardia parossistica, come dice a un’attonita Bérénice Bejo. Poi arriva la sua occasione d’oro: rispondere a una lettera pervenuta in redazione, non esattamente il suo mestiere, ma il tema è “la mamma” e dunque il direttore pensa bene di assegnare proprio a lui l’incarico di scrivere qualcosa. È la scintilla di un successo mediatico che lo trascinerà a dimenarsi nella sala da ballo di una ricca magione (in una delle sequenze più belle ed efficaci del film), finalmente libero, per aver scritto una serie di “ovvietà che sconvolgono”. A chiarire meglio ancora le cose ci penserà poi un amico lettore, dichiarando al nostro Massimo: “A te il libro Cuore ti fa una pippa”.

Dopo tanto (apparente) peregrinare, ecco che Bellocchio arriva al dunque: Fai bei sogni è un ritratto cinico e a tratti divertito (si ride anche) del giornalismo contemporaneo e, attraverso di esso, della società tutta, persa in un’era di parossismo senza più madri, senza più misteri. Tutto è continuamente davanti ai nostri occhi, costruito, mistificato o reale, poco importa.
Travestito da biopic su Massimo Gramellini il film di Bellocchio punta dunque in realtà a rivelarci la facile seduzione della banalità e del sentimentalismo, attraverso la parabola di ascesa al successo mediatico di un uomo senza particolari qualità. Difficile non intuire qui quanto il bersaglio di Bellocchio sia anche la classe politica che ci governa.

Paradossale film biografico su un personaggio che il regista non sembra amare particolarmente, Fai bei sogni probabilmente non è un “bel” film, ma un film geniale, nella sua schizofrenia, in quel perpetuo accostarsi ai personaggi e alle loro storie per poi prenderne le distanze con l’arma affilata dell’ironia, in quel suo travestirsi da melodramma familiare per andare poi a denunciare – e qui Bellocchio rispolvera il suo usuale, sapido moralismo – quanto assopita sia la società odierna, tramortita dal cicaleccio mediatico. E forse proprio per questo sempre più adusa a commuoversi per l’ennesima ovvietà.

Info
La pagina dedicata a Fai bei sogni sul sito della Quinzaine.
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