Sieranevada

Sieranevada

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Cristi Puiu torna alla regia con Sieranevada, dramma familiare ambientato a ridosso dei tragici fatti di Charlie Hebdo. In concorso a Cannes 2016.

Il caro estinto

Tre giorni dopo l’attentato contro la redazione di Charlie Hebdo e a quaranta dalla morte di suo padre, Lary – 40 anni, medico – va a trascorrere un sabato in seno alla famiglia riunita per commemorare il caro estinto. Ma non tutto andrà come previsto. Costretto ad affrontare le proprie paure e il suo passato e a riconsiderare il posto che occupa all’interno del nucleo familiare, Lary sarà spinto a dire la sua parte di verità… [sinossi]

I primi coloni europei che si trovarono ad attraversare la Sierra Nevada (tra i quali va annoverato anche il celebre Kit Carson) si imbatterono in una terra ostile, piena di resti di ossidiana con cui venivano fabbricate le punte di freccia dai nativi. Solo con la corsa all’oro, e con l’illusione di una possibile ricchezza, le montagne si popolarono di occidentali. Chissà se a questo cupo rimando si deve il titolo del quarto lungometraggio di Cristi Puiu, presentato in concorso alla sessantanovesima edizione del Festival di Cannes. Sieranevada, che segue di ben sei anni il precedente Aurora (ospitato nel 2010 all’interno della selezione di Un certain regard), sembra in tutto e per tutto rientrare nelle “sei storie dalla periferia di Bucarest”, di cui fanno parte anche Aurora e La morte del signor Lazarescu, il titolo che nel 2005 fece inserire il nome del regista tra gli autori di punta del cinema rumeno, insieme a Corneliu Porumboiu e Cristian Mungiu.
Puiu si rinchiude in un appartamento insieme ai suoi protagonisti, il medico Lary – che da un anno ha deciso di non esercitare più la professione, limitandosi a vendere materiale medico, perché “credevo mi convenisse così” – e i suoi congiunti, riuniti per la commemorazione del defunto padre di famiglia, venuto a mancare quaranta giorni prima. Un’occasione triste per ritrovarsi e cercare, tra un litigio e una lacrima furtiva, di fare il punto della situazione, per quel che può valere.

Se si esclude il brillante incipit, che si svolge all’angolo di una strada, e la sequenza in cui Lary raggiunge sua moglie che ha parcheggiato in un posto riservato risvegliando l’ira dei residenti, Sieranevada è un clastrofobico gruppo di famiglia in un interno. Lo spazio ristretto “costringe” Puiu a tornare su uno dei punti fermi della sua poetica espressiva, l’utilizzo del piano sequenza: mai armonioso, nervoso come i suoi protagonisti, gestito sempre con la macchina a mano, il long take non serve solo a donare il giusto peso al tempo (la storia di Sieranevada si svolge praticamente in tempo reale), o a consentire lo svolgimento corale della narrazione con i personaggi che entrano ed escono di scena, ma dà la possibilità al regista di sviluppare fino alle estreme conseguenze un discorso dialettico sul senso del campo/controcampo. Cosa è davvero in scena? Tra porte che si chiudono e si aprono per essere di nuovo chiuse, lo spazio di Sieranevada non è mai controllabile completamente dallo spettatore, che ne ha sempre una visione parziale. Allo stesso modo è parziale anche ciò che i personaggi sanno gli uni degli altri, di ciò che fanno e di ciò che desidererebbero fare.
Vero e proprio kammerspiel che tende al gioco al massacro – con sadiche deviazioni quasi in odor di Buñuel –, il film di Puiu accumula non detti, senza necessariamente doverli far esplodere ma costringendo uomini e donne in scena a macerarsi. Anche il più bizzarro e grottesco ricordo del passato (il fratellino di Lary che pur di non ammettere di aver iniziato a fumare convinse il padre di essere stato costretto a farlo da un ladro penetrato in casa) scatena un effetto domino emotivo al quale non è possibile porre un freno.

Ambientato a pochi giorni dai tragici fatti che coinvolsero la redazione di Charlie Hebdo, Sieranevada mette in scena una popolazione irosa, pronta allo scontro fisico in ogni occasione, incapace di fidarsi del prossimo – fosse anche la moglie, il marito o la madre – e dominata dalla paura. Tutti i personaggi sono schiacciati da un passato, sia personale che storico, che non riescono a dominare e che li soffoca un giorno alla volta. Vivono nel frastuono, e proprio il lavoro sull’audio suggerisce una volta di più lo spaesamento a cui vanno incontro: Puiu fa scaturire da una radio (invisibile agli occhi dello spettatore) i brani musicali più disparati, da Bach agli Ace of Base, da Fabrizio De André agli Ultravox, da Blondie a Maledetta primavera di Loretta Goggi.
Tra ragazzi che non sanno trovare una propria collocazione (la giovane croata che collassa ubriaca su uno dei letti è fin troppo emblematica) e anziani che si attaccano a rituali a dir poco stantii, si colloca una classe di mezza età disillusa, priva di slancio e di ideologie, interessata al futile e incapace di guardare all’universale. Uno spaccato tragico della Romania che è a ben vedere sguardo aperto sull’intera Unione Europea, e sulle sue mancanze e storture. Gli uomini di casa hanno ancora il tempo di lasciarsi andare a uno sghignazzo colpevole e un po’ sommesso, ma una risata oramai non è più in grado di seppellire nessuno. Soprattutto il proprio senso di colpa.

Info
Sieranevada sul sito ufficiale del festival di Cannes.
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