Dopo l’amore

Dopo l’amore

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Dramma di coppia rigoroso e stilisticamente elegante, Dopo l’amore (L’économie du couple) di Joachim Lafosse, presentato alla Quinzaine è un ottimo palcoscenico per i suoi interpreti, ma tutto quel loro litigare alla lunga stanca.

Crisi senza fine

Dopo 15 anni di vita insieme, Marie e Boris decidono di divorziare. Marie terrà la casa in cui resterà a vivere con le loro due bambine, ma è stato Boris a rinnovarla completamente. Dal momento che nessuno dei due è in grado di sostenere un trasloco in un altro luogo, vivono da separati in casa. Ormai tutto è finito, ma nessuno dei due si è ancora completamente arreso… [sinossi]

Non è certo facile rinnovare un genere come quello del dramma domestico di coppia. Con Dopo l’amore, presentato alla Quinzaine di Cannes 2016, il belga Joachim Lafosse (Proprietà privata) limita il suo aggiornamento, come indicato programmaticamente dal titolo, alla congiuntura storico-economica che stiamo da qualche anno vivendo nel vecchio continente, ovvero la crisi economica. Non è più tanto agevole separarsi al giorno d’oggi, specie quando si hanno, oltre ai figli, anche dei problemi monetari. Per declinare questo dato di fatto, Lafosse si concentra prevalentemente sui suoi personaggi: un amorevole padre di famiglia un po’ irascibile e di origini proletarie, incarnato da Cédric Kahn (il regista di Trop de bonheur, Roberto Succo, Une vie meilleure), sua moglie, una giurista borghese poco in carriera interpretata da Bérénice Bejo, e le loro due vivaci gemelle.

Dopo quindici anni di matrimonio, la coppia vorrebbe separarsi, me nessuno dei due, né il proletario, né la borghese è in grado di sostenere le spese necessarie a trasferirsi altrove, così vivono da separati in casa, tra mille discussioni più o meno futili e qualche amaro intermezzo di contabilità domestica. Inoltre, la bella villa in cui dimorano è un’eredità di famiglia di lei, ma è stato lui a pagarne – e a farne – i lavori di ristrutturazione. Ecco allora che ci sono altri conti da fare.

Lafosse predispone il palcoscenico per i suoi interpreti con cura, orchestra i movimenti di macchina (per lo più a mano) al millimetro, concentra l’azione quasi completamente in un’unica location (la casa), per meglio restituire allo spettatore il claustrofobico senso di impotenza che affligge i personaggi. Non è infatti la mancanza d’amore a tormentarli, quanto la possibilità di ritrovare un nuovo equilibrio che sia per entrambi soddisfacente. Ci sono delle regole da rispettare per poter convivere more uxorio senza più voler essere sposati, e queste talvolta assumono dei toni assurdi, quando non grotteschi. Il ménage domestico della coppia è oramai diventato un “circo”, come dirà ad un certo punto lei, anche se tutto quell’andirivieni di personaggi all’interno della casa, tutte quelle porte aperte, richiuse, sbattute, fa pensare più ad una farsa, senza averne però il ritmo. Lafosse costruisce infatti un film dal fiato corto, dove la verbosità è scalfita da un unico momento liberatorio di danza e dai gustosi siparietti dedicati alle due imprevedibili bambine.

Dopo l’amore è infatti scandito completamente dalle tempistiche dei litigi dei suoi protagonisti, che non brillano per originalità nei dialoghi, anzi, a lungo andare diventano alquanto ripetitivi. E poco importa che la sceneggiatura sia composta con cura, l’unico evento narrativo preparato per tempo, la messinscena fluida e le interpretazioni impeccabili. Di fronte a Dopo l’amore si ha ripetutamente l’impressione di essere entrati nella casa di una coppia che litiga, senza aver neanche mai voluto bussare.

Info
La pagina di Dopo l’amore (L’économie du couple) sul sito della Quinzaine.
Il trailer italiano di Dopo l’amore (L’économie du couple).
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